“Il Barça è l’esercito disarmato della Catalogna.” (Manuel Vázquez Montalbán, 1999)

Per la Catalogna la caduta di Barcellona il 26 gennaio 1939, e l’entrata in città dell’esercito falangista del generale Franco, non era stata soltanto il capolinea della democrazia, ma aveva significato anche la fine di ogni autonomia e l’inizio di un lungo periodo di sottomissione pressoché assoluta nei confronti del potere centrale.

Il Fútbol Club Barcelona era stato nel ventennio precedente uno dei simboli principali dell’orgoglio catalano, soprattutto durante gli anni venti. Non a caso, il 14 giugno 1926, all’epoca della dittatura del generale Primo de Rivera, i sessantamila presenti allo stadio barcellonese di Les Corts avevano fischiato all’unisono l’esecuzione della Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo, e avevano applaudito quella di God Save the King.

Le autorità militari non potevano accettare l’accaduto con spirito di tolleranza. Dopo avere rispedito nella sua patria svizzera il presidente e fondatore Joan Gamper, avevano squalificato il Barcellona per sei mesi, spingendolo ad un passo dalla bancarotta, da cui si era salvato solo grazie all’intervento delle banche catalane e alla raccolta di fondi dei tifosi. Con l’avvento dell’effimera seconda repubblica, il ritorno della libertà in Catalogna, come del resto in tutto il paese, aveva strappato al Barcellona il ruolo di valvola di sfogo della frustrazione politica, riportando i tifosi in un ambito più strettamente calcistico.

E sempre più coinvolti dai fatti politici, i tifosi-soci della squadra, che erano oltre 12mila a metà degli anni venti, avevano cominciato a distaccarsi, per poi crollare a poco più di duemila durante gli anni della guerra civile, quando le attività sportive erano ormai ridotte al rango di incontri ufficiosi. Lla maggior parte dei sostenitori erano impegnati nei combattimenti, e altri ancora avevano dovuto riparare oltre confine, in Francia. Per il club catalano era stato un periodo devastante: il 6 agosto 1936 il suo presidente Josep Sunyol, un industriale dello zucchero di fede repubblicana, era stato catturato dai franchisti nella Sierra di Guadarrama, e lì fucilato senza processo; poi poco meno di due anni dopo, la storica sede sociale in Calle Consell de Cent era stata colpita da un bombardamento aereo notturno che l’aveva completamente distrutta.

È quindi facile immaginare in quale situazione disastrosa potesse trovarsi il Barcellona al momento dell’ingresso in città delle truppe di Franco. Solo lo stadio di Les Corts, adibito a deposito di munizioni durante la guerra civile, era potuto rimanere intatto, grazie all’abbandono delle milizie repubblicane, senza opposizione di resistenza, all’esercito falangista. In un tale contesto, epurare la dirigenza del club da tutti gli elementi sgraditi al regime risultò quindi un’operazione facilissima, e nell’aprile del 1939 era stata formata una commissione con l’incarico di preparare il terreno per una futura gestione. Anche se questa commissione era composta prevalentemente da membri scelti tra i soci della squadra, le era stato affiancato un capitano della Guardia Civil, che riferiva puntualmente l’andamento dei lavori agli organi del governo centrale.

Un’immagine di Francisco Franco negli anni ’40

Sotto una simile pressione, in meno di un anno la missione poté definirsi compiuta, e fu possibile reclutare un nuovo presidente e una nuova giunta direttiva, che avrebbero dovuto sradicare l’anima catalana dal Fútbol Club Barcelona. Il nome del primo presidente del Barça, nominato direttamente da Madrid, per l’esattezza dal Consiglio Nazionale dello Sport, doveva avere innanzitutto delle credenziali di fedeltà assoluta al regime; e a questo fine la scelta era caduta su un capitano dell’esercito di cinquantasette anni in ottimi rapporti con il generale José Moscardó: Enrique Piñeyro Queralt, Marchese de la Mesa de Asta, per il quale il calcio era chiaro come un’equazione differenziale di secondo grado.

Lo zelante marchese de la Mesa de Asta si mise immediatamente in moto per stilare un nuovo statuto del club che cancellasse con un colpo di spugna ogni residua traccia di democrazia e indipendentismo. Riuscì a redarlo in tre mesi, presentandolo al Consiglio il 12 giugno del 1940, e dopo oltre settant’anni di oblio, questo statuto è stato rinvenuto lo scorso 11 marzo dalla redazione sportiva del quotidiano catalano La Vanguardia.

Con questo statuto, l’anima del club azulgrana veniva completamente stravolta, a cominciare dall’emblema, dal quale veniva cancellata la senyera, la bandiera catalana, sostituita da due strisce rosse verticali su campo giallo, sullo stile di quella della Spagna. Anche la composizione del consiglio direttivo subiva una trasformazione sostanziale, e non veniva più richiesto che i suoi membri fossero necessariamente soci del club. Ma il vero colpo di scure si abbatteva sulle modalità di elezione del presidente, che venivano abrogate in toto, e sostituite con la nomina diretta da parte della federazione calcistica spagnola, a propria volta poco più che un’appendice del governo.

In un articolo seccessivo si dichiarava che il club poteva anche venire sciolto con una semplice decisione della federazione calcistica, e lo stadio di Les Corts passava di mano, a beneficio dei rivali dell’Espanyol, squadra dal passato (e anche dal nome) decisamente più rassicurante per i nuovi governanti. La ciliegina sulla torta era stato poi il cambio della ragione sociale del club che, eliminando ogni anglicismo, da Fútbol Club Barcelona diventava Club de Fútbol Barcelona.

Il mandato del marchese de Asta sarebbe durato tre anni, e dal punto di vista dei risultati fu tutt’altro che deludente: i soci vennero quadruplicati, ritornando a superare quota diecimila, e i giocatori in esilio in Francia vennero amnistiati, potendo ritornare a difendere i colori del Barcellona. Certamente, nelle cerimonie ufficiali la piaggeria nei confronti del regime poteva dirompere in tutta la sua voluttà, come dimostra questo discorso di Enrique Pineyro datato 30 giugno 1942:

“Il Club de Fútbol Barcelona dimostrerà fino a che punto il nostro glorioso Caudillo Franco ha ridato vita al cuore della Spagna e di tante migliaia di bravi spagnoli nati in Catalogna, che sentono un così grande amore per i destini immortali della nostra amata patria.”

Ma il marchese ebbe occasione di riscattare la propria dignità in occasione della scandalosa partita di ritorno della semifinale di Copa del Generalissimo del 13 giugno 1943, contro il Real Madrid, quando dopo avere vinto l’incontro di andata per 3-0 in casa, i giocatori del Barça furono oggetto di un autentico linciaggio mediatico e di una sequela di minacce. Complice anche un arbitraggio oltre i limiti della decenza, la squadra catalana capitolò per 11-1 contro i rivali madridisti, e, oltre al danno anche la beffa, dovette anche sopportare una multa di 25mila pesetas, rea di turbamento dell’ordine pubblico.

Liga 1943. Real Madrid -Barcellona 11-1 sulla prima pagina del giornale sportivo “Marca”

Il presidente Mesa de Asta protestò contro l’accaduto presso le massime autorità sportive, ma trovandosi sbarrate tutte le porte, due mesi dopo rassegnò le dimissioni, che segnarono anche il suo parziale riscatto di fronte alla storia del club.

*Questo articolo è la versione integrale di quello apparso il 18 marzo 2011 sulla rubrica Ieri & Oggi del sito Pianeta Sport.

(Giuseppe Ottomano)