“Sto cercando un libro sul calcio: si intitola «Zenit Campione». Dove lo posso trovare?” domanda un tifoso dello Zenit allo sportello di una biblioteca.
“Secondo piano. Reparto fantascienza” gli risponde il bibliotecario.
(Freddura leningradese degli anni ’70)

Datare la nascita dello Zenit San Pietroburgo è un’operazione molto più complicata di quanto possa sembrare. E se è vero che il calcio nella città delle notti bianche estive ha fatto la sua comparsa già a fine ‘800, grazie agli onnipresenti marinai britannici, non bisogna dimenticare che un ventennio più tardi la Rivoluzione d’Ottobre avrà tagliato di netto ogni ponte con il vituperato passato zarista.

Così, cancellate con un colpo di spugna tutte le squadre cittadine di origine aristocratica e borghese, alla tabula rasa rivoluzionaria era riuscita a sopravvivere solo l’unica che poteva vantare un’estrazione operaia, la FC Murzinka, una microscopica compagine fondata nel 1914 dalla fabbrica Obukhov. Ma siccome “Murzinka” suonava ancora troppo asettica per gli esigenti standard leninisti, nel 1924 venne ribattezzata con il più impegnativo Bolshevik.

In questo periodo nella neonata Unione Sovietica non esisteva ancora un campionato nazionale, ma solo svariati tornei cittadini, da disputarsi tra squadre controllate da fabbriche, fattorie collettivizzate, scuole, e su livelli un po’ più alti, dall’esercito e dal Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, la NKVD. E proprio nel corso di questi tornei, del Bolshevik, localizzato inizialmente nel quartiere di Volodarsky, si persero completamente le tracce: con ogni probabilità risucchiato dall’infernale macchina burocratica sovietica, che fondava e scioglieva le squadre di calcio, tenendo conto dei capricci del ras del partito di turno, senza badare troppo alle necessità sportive.

Al momento della nascita dello Zenit, secondo la storiografia ufficiale del calcio russo, si arriva il 25 maggio 1925, per merito dell’iniziativa del sindacato di una fabbrica metallurgica leningradese, la Leningradsky Metallichesky Zavod (LMZ). La squadra aziendale viene costituita col nome della fabbrica stessa, che pochi anni dopo sarà cambiato con un ambiguo Stalinets: a metà strada tra un ossequio al dittatore georgiano e un riferimento alle acciaierie, dato che in russo “staly” significa “acciaio”.

Il decennio tra il 1925 e il 1935 è un’epoca di buio pesto per il calcio sovietico, privo di un campionato ufficiale e con una nazionale vivace come un ectoplasma, esistente solo sulla carta, e di fatto emarginata, come d’altronde il paese intero, dal resto dell’Europa, se si eccettuano alcuni incontri ufficiosi con la Turchia di Kemal Atatürk, una delle pochissime nazioni amiche. Per la LMZ/Stalinets, poi gli affari andavano ancora peggio, confinata com’era nei tornei di quartiere fino al 1930, quando finalmente aveva potuto accedere a quello cittadino.

Un’immagine dello Stalinets Leningrado nel 1936

Nel 1936, se per il popolo sovietico ha inizio l’incubo del terrore staliniano, per il suo calcio, appena uscito con le ossa rotte da una tournée in Francia, viene decisa una profonda ristrutturazione, dalla quale sarà dato il via all’organizzazione del primo campionato nazionale. Contemporaneamente, per iniziativa del sindacato dei lavoratori dell’industria militare viene istituita l’ennesima squadra di calcio di Leningrado: la FC Zenit, che però rimarrà un oggetto misterioso per almeno due anni.

Non si lanciano fuochi d’artificio per l’inaugurazione di questo primo campionato, che parte anzi in sordina, con otto squadre ammesse alla prima divisione, due delle quali di Leningrado: la Dinamo e la Krasnaya Zarya; mentre lo Stalinets viene assegnato alla seconda. Il passaggio alla massima serie è rinviato al 1938, quando il torneo viene ampliato a 26 squadre; e sorprendentemente, oltre allo Stalinets, viene ammesso anche lo Zenit, materializzatosi letteralmente dal nulla, visto che gli anni precedenti non aveva dato segnali di vita nemmeno nelle divisioni inferiori.

Alla fine del campionato del 1938 lo Zenit viene retrocesso e risucchiato nel buco nero da dove era provenuto. Infatti, con una decisione draconiana della federazione sovietica, nel 1939 la seconda divisione sarà soppressa, mentre la prima verrà ridotta a 14 squadre. Tra queste, a difendere la bandiera di Leningrado rimangono lo Stalinets, la Dinamo, il giocattolino prediletto di Lavrenti Beria, e l’Elektrik, un club aziendale dalla vita effimera.

Lo Stalinets è una squadra solida, e dopo una dignitosa figura nel massimo campionato, arriva a guadagnarsi la finale della Coppa dell’URSS il 12 settembre 1939. A questo punto, la storia si confonde col mito, secondo il quale proprio la sconfitta in questa finale per 3-1 contro lo Spartak Mosca dei fratelli Starostin, tanto mal sopportati dal regime da essere presto spediti nei gulag per un lustro abbondante, avrebbe fatto montare su tutte le furie il suscettibilissimo Stalin. E così, infangato da questa sconfitta, il nome Stalinets sarebbe stato consegnato definitivamente alla storia. Il club verrà sciolto, e i suoi giocatori andranno a confluire nello Zenit, che inopinatamente uscirà dall’oblio per ritornare alla ribalta della prima divisione.

Il 22 giugno 1941 Hitler dà inizio all’Operazione Barbarossa, dichiarando guerra all’Unione Sovietica, che già languiva in stato comatoso e con una popolazione decimata dalle purghe staliniane di fine anni ’30. Gli effetti dell’invasione nazista si ripercuotono inevitabilmente anche sul calcio, e il campionato del 1941 viene prima sospeso e poi annullato. Mentre i calciatori delle squadre militari e delle milizie, come CDKA e Dinamo, sono inviati al fronte o nelle retrovie, quelli delle squadre aziendali vengono militarizzati soprattutto nelle fabbriche di armamenti. Ma per il neonato Zenit, il regime opta per un trasferimento in blocco (la maggior parte dei calciatori, tecnici e rispettive famiglie) nella città di Kazan, nel Tatarstan, lontana dal fronte oltre un migliaio di chilometri, mettendola al servizio della LOMO, una società statale ottico meccanica, che ne manterrà la proprietà per tutta l’era sovietica.

Se per l’Armata Rossa il primo anno di guerra è un susseguirsi di sconfitte catastrofiche, per la città di Leningrado, assediata dai tedeschi, è una tragedia di proporzioni immani, funestata da più di un milione di morti. Ma nonostante lo scenario da girone dantesco, le autorità sovietiche vollero fornire agli assedianti l’immagine di una città che continuava a vivere serenamente. E con un tocco di cinico surrealismo, il 31 maggio e il 7 giugno 1942 organizzarono due tornei cittadini in uno stadio semidiroccato e mantenuto in vita da un pubblico di un centinaio di persone, dove i giocatori dello Zenit rimasti a Leningrado nelle fila delle milizie di difesa cittadina parteciparono sotto la bandiera della Nevsky Zabod, una fabbrica locale di ingegneria elettronica.

Anche i compagni di squadra distaccati a Kazan vennero utilizzati per la causa della propaganda di guerra, e intrapresero una tournée che li portò in Asia Centrale e in Siberia, in veste di ambasciatori dell’eroica città in lotta contro il nemico alle porte.
Quando poi, nel 1944 la controffensiva dell’Armata Rossa permise di sgombrare il territorio dell’Unione Sovietica dall’occupazione nazista, la federazione calcistica decise di riorganizzare la Coppa dell’URSS. Il torneo risultò un successo, e tra le ventiquattro squadre chiamate a parteciparvi, le favorite erano Dinamo, Spartak e CDKA: tutte rigorosamente di Mosca. Ma a sorpresa, le tre formazioni vennero sconfitte dallo Zenit di Leningrado, appena ricompattatosi dopo i tre anni di trasferta a Kazan, rispettivamente al primo turno, in semifinale e nella finalissima, che si disputò il 27 agosto 1944 allo stadio moscovita della Dinamo, davanti a cinquantamila spettatori: un evento impensabile per il tempo di guerra.

La Coppa dell’URSS era stata il primo titolo di livello nazionale conquistato in quei primi vent’anni di confusissima esistenza dello Zenit; ma l’anno dopo, alla riapertura del campionato la squadra non riuscì a replicare l’impresa, classificandosi a un mediocre sesto posto. Andò ancora peggio nel 1948, quando dopo avere terminato la stagione al penultimo posto, le autorità minacciarono di sciogliere il club. Del resto, le dissoluzioni e le ricostituzioni repentine, dal nulla, delle squadre calcistiche erano state un fenomeno piuttosto frequente nell’Unione Sovietica fino alla fine degli anni ’50; e una sorte simile era toccata ai “cugini” della Dinamo Leningrado, sciolti nel 1954 per scarso rendimento (con conseguente disonore per il KGB a cui appartenevano), per poi riaffiorare improvvisamente nel 1960 in seconda divisione.

Un ‘immagine dello Zenit Leningrado negli anni ’70

Anche grazie alla sparizione dei concorrenti della Dinamo, a fine anni ’50 lo Zenit era diventato la squadra principale di Leningrado, e i suoi abitanti avevano cominciato ad affezionarvisi. Tra questi, un tifoso d’eccezione era stato il compositore Dimitri Shostakovich, inizialmente fedelissimo sostenitore della Dinamo, tanto da seguirla fino nelle trasferte nel Caucaso. Ma rimasto poi orfano dei propri beniamini, si infatuò perdutamente per lo Zenit. Shostakovich era così attaccato al calcio e alla propria squadra, da scrivere a un amico:

“A Leningrado non cessa di piovere; ormai è l’autunno. Fra poco finirà la stagione calcistica, e ci aspetta un lungo inverno senza pallone. Finalmente poi arriverà maggio, quando si riprenderanno le battaglie.”

Non tutti i tifosi della metropoli baltica erano però dotati della stessa vena poetica di Shostakovich, e il 14 maggio 1957 le battaglie metaforiche erano state trasformate in teppismo reale. In quella data infatti le cronache segnalano la prima comparsa di gruppi di hoolgans ante litteram, quando la sconfitta casalinga per 5-1 subita contro la Torpedo Mosca nello stadio Kirov, scatenò la furia collettiva. Complice era stato anche l’abuso di vodka, piaga perpetua nella società sovietica, anche se ufficialmente proibita all’interno degli stadi; e in quell’occasione la polizia non lesinò sugli arresti, un centinaio, e non da meno si dimostrarono i tribunali nell’elargizione delle condanne, fino a otto anni di galera per i più facinorosi.

Dmitri Shostakovich

Questi incidenti erano stati opera di gruppi di tifosi completamente disorganizzati, verosimilmente uniti più dalla passione per l’alcol che da quella per il calcio, e la loro violenza istintiva era anche dettata dalla frustrazione per le infinite restrizioni che il regime imponeva alla vita dell’homus sovieticus. Nella realtà, per trovare la prima associazione, anche se ancora decisamente informale, di tifosi bisogna attendere la fine degli anni ’70, con la nascita del Nevsky Front, un gruppo di appassionati, disposti a seguire insieme la squadra durante le lunghe trasferte attraverso l’immenso territorio dell’URSS. Quasi del tutto privi di un sostegno economico, si erano dotati di un semplice fischietto come uniforme; e solo nei primi anni ’80 avevano cominciato ad autoprodursi artigianalmente i propri gadgets.

Tornando al calcio giocato, all’inizio degli anni ’60 lo Zenit cominciò a galleggiare senza infamia e senza lode nei pressi della metà classifica del campionato, finché nel 1967 affondò all’ultimo posto. In condizioni normali ciò avrebbe significato la retrocessione in seconda serie, ma la politica intercesse per concedere la grazia. Infatti, quell’anno ricorreva il cinquantenario della Rivoluzione d’Ottobre, iniziata proprio con l’assalto al Palazzo d’Inverno, la dimora zarista dell’allora Pietrogrado; e un giubileo così importante dal punto di vista propagandistico non poteva essere suggellato da una simile onta in campo sportivo.
La svolta per un discreto salto di qualità avvenne comunque nel 1977, quando la direzione tecnica venne affidata a Yuri Morozov. Conquistare il successo, in quel periodo era come correre un’infinita corsa a ostacoli, con il calcio sovietico dominato dalla Dinamo Kiev, sostenuta, oltre che dal ministero degli interni (come tutte le Dinamo del paese dei soviet), soprattutto dal gerarca Volodymyr Shcherbytsky, il segretario del partito comunista in Ucraina dal 1972 al 1989.

Shcherbytsky concepiva la politica più con la mentalità di un boiardo medievale che di un marxista del ventesimo secolo. Come Laurenti Beria, era uno sfegatato appassionato di calcio, e aveva profuso per la propria squadra del cuore la maggior parte dell’impegno che avrebbe dovuto profondere per la propria regione. A Leningrado in quegli stessi anni dominava Grigory Romanov, un personaggio dalle caratteristiche politiche molto simili a quelle del suo omologo ucraino, ma con una differenza. Il calcio era la materia che tra tutte lo interessava di meno, e per lui lo Zenit era come se semplicemente non fosse mai esistito. Così, i calciatori e i tecnici della prima squadra di Leningrado erano tra i peggio pagati della massima divisione dell’URSS: circa duecento rubli al mese. Nonostante queste premesse deprimenti, Morozov, con i pochi soldi elargiti dalla Lomo, l’azienda statale ottica proprietaria del club, era riuscito a mettere in piedi una formazione quasi completamente autarchica (una sorta di Athletic Bilbao sulla Neva), senza l’ombra di un fuoriclasse, ma dotata di un collettivo solidissimo.

Lo Zenit Leningrado, campione dell’URSS, nel 1984

Fu così che tra lo stupore generale, e forse anche della squadra stessa, lo Zenit emerse dalla zona grigia per vincere il campionato sovietico del 1984. Questo primo scudetto della storia aveva regalato una notevole soddisfazione per la città, anche se i festeggiamenti si erano svolti all’insegna di un’austerità che confinava con la micragna. Ai giocatori, gli artefici di quel successo storico, la società aveva offerto a titolo di ricompensa straordinaria: un orologio, un portacenere e un portachiavi con la lettera “L” di Lomo.

I fasti dei giorni nostri, con le cascate di rutilanti petrorubli griffati Gazprom, erano ancora inimmaginabili.

*Questo articolo è la versione integrale di quello apparso sul numero 3 della rivista Pianeta Sport.
(Giuseppe Ottomano)

3 COMMENTS

  1. CIAO,
    BELL’ARTICOLO RIESCI A DIRMI I COLORI SOCIALI DELLO ZENITH NEGLI ANNI 80 PER FAVORE?
    GARZIE MILLE
    aLE

    • Ti riporto questo brano, tratto dal sito della Lomo (lo sponsor storico dello Zenit):
      “Dopo la conquista del campionato nel 1984, alcune industrie leningradesi dell’abbigliamento decisero di donare ai tifosi delle sciarpe dello Zenit, ma, per errore, le rilasciarono in una combinazione di colori su tonalità di rosso.
      Lo Zenit è stato il primo club “tricolore” nella ex Unione Sovietica: Blu, bianco e azzurro, i tre colori che rappresentarono l’orgoglio della squadra. In un inno dei tifosi comparve così il motto “blu-bianco-blu”, poi utilizzato sia da giornalisti che dai tifosi stessi.
      “Ci sono due varianti di colori della bandiera: le fasce estreme verticali potrebbero essere un residuo del passato nell’industria elettronica; ma alcune fonti storiche affermano che in realtà sulle bandiere della vecchia “Stalinets DSO” erano presenti il blu e il verde.”

      Ne deduco che negli anni ’80 i colori sociali della squadra erano gli stessi di oggi.

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