“Scambierei volentieri undici delle nostre medaglie olimpiche con un solo titolo mondiale, o anche europeo, di calcio!” (Manfred Ewald, Ministro dello Sport della Germania Orientale tra il 1961 e il 1988).

Con quei nomi improbabili con cui erano state ribattezzate nel secondo dopoguerra, le squadre di calcio della Germania Est difficilmente potevano entrare nell’anima dei tifosi. Erano nomi completamente avulsi dalla storia di quei länder, e il nuovo regime li aveva imposti in omaggio agli occupanti sovietici e all’ideologia marxista.

Così, senza avvertire il senso del ridicolo, al posto della VFB Lipsia, nel 1903 prima vincitrice storica del campionato tedesco, erano sorte il Rotation, la squadra dei poligrafici, e il Lokomotive, quella dei ferrovieri. Anche il Dresdner SC, vincitore dell’ultimo torneo ufficiale della Germania prima dell’occupazione alleata, aveva subito lo scioglimento; ma il nuovo nome, SG Friedrichstadt, era stato considerato ancora troppo “borghese” per gli standard del socialismo realizzato. E nel 1950, al termine di una partita contro la formazione dei metalmeccanici di Zwickau, un mediocre Motor Zwickau, e contro un arbitro a dir poco ostile, il club venne azzerato di nuovo per dare vita a una demenziale Tabak Dresda, dal marchio di un’industria tabacchiera locale.

Nel panorama del nuovo campionato tedesco orientale, la DDR/Oberliga, anche il valore tecnico dei calciatori era stato sacrificato alle esigenze dell’ideologia e ai capricci dei quadri della SED, il partito al potere. Nel 1953 la Worwäerts Lipsia, la squadra dell’esercito, era stata trasferita in blocco a Berlino Est, e tramutata nel Worwäerts Berlino; finché nel 1971, a seguito della soppressione coatta della Dinamo locale, era stata ricollocata a Francoforte sull’Oder, nei pressi del confine polacco, e rinominata Worwäerts Francoforte.

Analoga sorte era toccata all’Empor Lauter, la squadra dei sindacati dell’omonima cittadina mineraria vicino al confine cecoslovacco, entrata nel mirino di Harry Tisch, il leader sindacale di Rostock, che bramava una squadra degna di essere ricordata anche per la propria città. E nel 1954 l’intera formazione dell’Empor Lauter era stata caricata a forza nottetempo su di un camion, e trasferita in blocco sulle rive del Baltico. Come conseguenza inevitabile, era scoppiata una rivolta tra i poveri minatori di Lauter, vistisi defraudati della loro squadra svanita nel nulla, rimaterializzata 500 chilometri più a nord, e ridenominata prima Empor Rostock e infine Hansa Rostock nel 1965.

Sul piano dei risultati di livello internazionale, la DDR era emersa negli anni settanta, sia per mezzo di alcune squadre di club, come il Magdeburgo, vincitore nel 1974 della Coppa delle Coppe con un 2-0 sul Milan in finale, che grazie alla propria nazionale, qualificatasi ai mondiali dello stesso anno, e vittoriosa 1-0 con gol di Jurgen Sparwasser, nella prima fase, sui cugini e rivali della Germania Ovest di Franz Beckenbauer e Gerd Müller.

Nonostante i buoni risultati, la nazionale esprimeva un gioco che non era esattamente un modello di fantasia. E negli anni ottanta non si era verificato il salto di qualità auspicato dal regime. Mentre la DDR non riusciva a qualificarsi per i mondiali di Spagna e Messico, le formazioni di club faticavano a mettersi in luce nei tornei europei. Anche all’interno le cose non andavano granché meglio, con la Dinamo Berlino, la squadra patrocinata da Erich Mielke, il padre padrone della Stasi fin dal 1957, che dominava incontrastata senza badare troppo alle formalità: cioè facendo incetta dei giocatori migliori a prezzi politici e con l’aiuto di arbitraggi scandalosamente compiacenti.

La Dinamo Berlino nel 1978

Così, tra scandali arbitrali, distrazioni di fondi pubblici, defezioni eccellenti verso ovest, ingerenze politiche, stadi sempre più vuoti, embrionali fenomeni di hooliganismo, e mediocri risultati sul campo, si era giunti alla caduta del muro nel 1989, e passando per la riunificazione del 1990, all’ultimo campionato della ormai defunta Oberliga l’anno successivo.

Il regolamento transitorio aveva previsto che, delle 14 squadre presenti in quel torneo, solo le prime due, l’Hansa Rostock e la Dinamo Dresda, avrebbero potuto accedere alla 1. Bundesliga, la massima divisione della Germania riunificata; quelle classificatesi tra la terza e l’ottava sarebbero andate in 2.Bundesliga; mentre per le ultime sei si sarebbero dischiusi i portoni dei tornei regionali di terza divisione.

Non c’era più la cortina di ferro a dividere le due Germanie, e per passare all’ovest non era più necessario architettare complicati sotterfugi degni di una spy story. Nel 1991, per andare in occidente, bastava prendere il treno e pagare il biglietto. Cominciò così la diaspora dei migliori giocatori dell’ex Germania Est verso la parte opulenta del paese, non più con l’attrazione del profumo raffinato della libertà, ma di quello più grossolano degli ingaggi milionari offerti dai club occidentali.

Bruxelles, 12 settembre 1990: DDR – Belgio, l’ultima partita ufficiale della Germania Est

Già nel 1990, campioni come Matthias Sammer e Ulf Kirsten avevano abbandonato la Dinamo Dresda, rispettivamente per lo Stoccarda e il Bayer Leverkusen; Andreas Thom e Thomas Doll avevano lasciato la Dinamo Berlino, ormai orfana di un Erich Mielke confinato agli arresti domiciliari, per il Bayer Leverkusen e l’Amburgo; e Dirk Schuster aveva dato l’addio al Magdeburgo per entrare nelle file dell’Eintracht Braunschweig. In cambio, le squadre tedesco orientali si erano abbondantemente rifornite di stranieri, spesso polacchi, cecoslovacchi e inglesi di terza e quarta divisione, a prezzi di saldo.

Il costo della sopravvivenza in Bundesliga era tra le due e le cinque volte più alto di prima, e in più si aggiungeva la chiusura dei rubinetti delle sovvenzioni pubbliche e di quelle dei grandi Kombinat statali, come il Carl Zeiss Jena, costretti a traumatiche cure dimagranti dalla Treuhandanstalt, la nuova agenzia federale per le privatizzazioni.

Per quasi tutti gli anni novanta la bandiera del calcio dell’ex DDR era stata tenuta alta dall’Hansa Rostock, la squadra della più grande città del Meclemburgo, il Land più spopolato e derelitto della Germania, caratterizzato da una disoccupazione che a quell’epoca veleggiava sui livelli del nostro Mezzogiorno. Oggi nel Meclemburgo si respira una certa aria di ripresa, e i disoccupati sono la metà di una decina d’anni fa; ma calcisticamente parlando la situazione è precipitata. L’Hansa Rostock, squadra simbolo per i tedeschi diseredati, e sostenuta dagli ultras più turbolenti del paese (il loro coro preferito era, ed è tuttora, un provocatorio “Riportateci il muro”), nel 2005 è stata retrocessa in seconda divisione, lasciando l’ex Germania Est senza club in 1. Bundesliga per la prima volta dalla riunificazione.

Lipsia, 14 aprile 1990: un’immagine degli incidenti durante Lokomotiv Lipsia-Dinamo Schwerin

La riscossa non è arrivata, e l’Hansa da quest’anno è capitombolata addirittura nella 3 Liga, la terza divisione, popolata dai semiprofessionisti. Gli sponsor più importanti hanno disdetto i contratti, e la situazione economica della squadra baltica è sprofondata verso l’abisso. Per correre ai ripari, gli amministratori hanno dovuto tagliare drasticamente i costi, chiedere al Land del Meclemburgo di offrirsi come garante nei confronti dei potenziali finanziatori, licenziare la maggior parte dello staff, cedere i migliori giocatori, e vendere per un milione e mezzo di euro i diritti sul nome dello stadio alla Deutsche KreditBank. E così, da tre anni a questa parte, il suggestivo Ostseestadion, lo Stadio del Baltico, uno dei rari appellativi presentabili ideati durante il periodo comunista, è diventato il più venale DKB Arena.

Ben peggiore è poi la condizione della Dinamo Dresda, che nel 1991 aveva fatto coppia con l’Hansa nella massima divisione del campionato. Dichiarata la bancarotta nel 1995, era stata retrocessa d’ufficio nelle divisioni regionali. Per i mondiali di Germania del 2006 poi, nonostante fosse la capitale della Sassonia, Dresda ha subito lo smacco di non essere inclusa tra le città che avrebbero ospitato la manifestazione. Oggi la Dinamo, sempre più a rischio di insolvenza e senza neanche poter contare sulla speranza di ricevere aiuti dal governo cittadino, langue in compagnia della stessa Hansa Rostock e dell’altra nobile decaduta del Carl Zeiss Jena, in terza divisione.

Controcorrente rispetto alla depauperazione del football nell’ex DDR è arrivata invece una novità da Lipsia. Oltre ad essere stata l’unica città dell’ex DDR ad ospitare i mondiali del 2006, dallo scorso anno, Lipsia è teatro di un esperimento di neocapitalismo applicato al calcio.

Il Markranstädt, un club di NOFV-Oberliga Süd, la quinta divisione tedesca, di una cittadina satellite di Lipsia, è stato acquistato, per il 49% del pacchetto azionario (la legge tedesca prevede che almeno il 50% + 1 delle azioni debba appartenere ai soci del club) dalla Red Bull, la multinazionale austriaca proprietaria dell’omonimo beverone energizzante, con l’intento dichiarato di farla approdare in Bundesliga.

È il terzo investimento della Red Bull nel calcio, dopo l’acquisto, nel 2005, dell’Austria Salisburgo (conosciuta anche come Casinò Salisburgo negli anni ottanta e novanta), diventata così, Red Bull Salisburgo, e la fondazione della Red Bull Brasil, la squadra di una piccola località nello stato di San Paolo, che milita nella terza divisione del campionato brasiliano.

Per aggirare il divieto, che permane tuttora in Germania, di chiamare le squadre coi nomi degli sponsor, i manager austriaci, attentissimi all’immagine, hanno battezzato il vecchio Markranstädt: RB Leipzig, dove RB è l’acronimo di RasenBallsport, traducibile come “campo di calcio sportivo”. Tutto regolare dal punto di vista giuridico, dunque.

Lo stemma del RB Leipzig

Anche se il nuovo team di Markranstädt, oggi in Regionalliga, la quarta divisione, è ancora lontano dalle luci della ribalta, si è già accaparrato il diritto a disputare i propri incontri nello stadio principale della seconda città della Sassonia, lo stesso che ai mondiali del 2006 ha ospitato gli incontri di Francia, Spagna e Argentina: lo storico Zentralstadion, oggi rinominato Red Bull Arena. Infatti, l’operazione di acquisto dei diritti sul nome dello stadio dal comune di Lipsia è stata già finalizzata.

Secondo un sondaggio pubblicato sul Leipziger Volkszeitung, uno dei principali quotidiani della Sassonia, il 70% della popolazione locale ha salutato l’investimento austriaco come un’opportunità importante per la città. Ma ai tifosi delle altre due squadre di Lipsia, le tradizionali Lokomotive e Sachsen, oggi entrambe in quinta divisione, l’esperimento è apparso come un espediente per snaturare la storia calcistica cittadina, e commercializzare lo sport intero. E non a caso, gli incontri della RB Leipzig sono quasi sempre accompagnati da striscioni di contestazione e cori di dileggio; e più di una volta il pullman che accompagna i giocatori in trasferta ha dovuto percorrere le strade sotto la scorta dalla polizia. Un club con un budget annuale di 10 milioni di euro attira più di un’antipatia nell’ex repubblica democratica.

Sparite completamente dalla prima divisione, nella seconda sono rimaste appena tre squadre a rappresentare i sei länder dell’est: Erzgebirge Aue, Energie Cottbus Union e Union Berlino. Mentre la prima può essere considerata una provinciale, e si è rivelata in tempi relativamente recenti, nonostante i suoi 65 anni di storia e ben otto cambiamenti di denominazione, l’Energie, la squadra del cuore del cancelliere Angela Merkel, è riuscita più volte a raggiungere la 1. Bundesliga tra il 1991 e oggi.

La Union Berlin, invece, sorta come formazione dei sindacati durante l’epoca comunista, ma più nota per essere stata la rivale della Dinamo di Erich Mielke, riscuotendo la simpatia dei timidi dissidenti del vecchio regime, l’anno scorso ha meritato qualche titolo sui giornali tedeschi, grazie ai propri soci, che si sono autotassati per raccogliere i fondi per i lavori di ristrutturazione dello storico stadio nel quartiere di Köpenick. E molti di loro vi hanno anche preso parte in prima persona con tanto di elmetto e badile. A Berlino Est (a ovest la squadra più seguita è l’Hertha) l’Union ha ancora una notevole presa sull’immaginario popolare, anche per la sua storia ultracentenaria.

Ma spaziando dalla storia al futuro, ci si può domandare chi rappresenterà il calcio dell’ex DDR nei prossimi anni: sarà il modello solidale della Union Berlino, o quello turbocapitalista della RB Leipzig?

*Questo articolo è la versione integrale di quello apparso sul numero 2 della rivista Pianeta Sport.

(Giuseppe Ottomano)

4 COMMENTS

  1. Il calcio tedesco è sempre stato affascinante mi ritengo un privilegiato per avver assistito all’età di sette anni e mezzo all’incontro di qualificazione tra Germania Ovest e Germania est ricordo il mucchio di giocatori tedesco-orientali al goal di Jurgen Sparwasser storico i poveri che ce la fanno sui ricchi, nell’ex DDR c’era la stasi ma non è che il regime all’ovest fosse tanto tenero i terroristi della Raf non sono mai arrivati a sentenza ma fatti fuori prima, anche lo sport era di regime anche il doping regnava sovrano basta vedere le nuotatrici che alle olimpiadi di Monaco hanno scippato una medaglia d’oro sacrosanta alla nostra Novella Calligaris, io mi sono domandato dopo che la guerra fredda è stata vinta da Ronald Reagan senza neppure sparare un colpo ma impiegando ingentissimi capitali che ci mancano tuttora ma stavano realmente più male di noi questi poveri disgraziati oltre cortina o gli mancavano solo i cento dollari da poter spendere alla fine della settimana? Perchè poi crollato il muro sono finiti alla catena di montaggio e sfruttati in polonia dalla fiat in germania dalla wolkswagen ed in Romania da un padrone ancora più barbaro che ha generato solo miseria altro che progresso. Ricordo una partita della Roma di Paulo Roberto Falcao finita 3 a o all’olimpico contro Il Carl Zeiss Jena che poi in germania ha ribaltato il punteggio e si qualificò e si parlò di doping, il primo caso di doping accerato fu la partita Ungheria Germania dei mondiali in svizzera nel 1954 la finale non ne sopravvisse uno dei calciatori teutonici campioni del mondo di allora luci ed ombre sul calcio tedesco circa come il nostro.

  2. Salve, le segnalo che questa frase non rispecchia assolutamente la realta’:
    “e dell’altra nobile decaduta del Carl Zeiss Jena, in terza divisione. Quest’ultima, poi, giace ormai quasi del tutto dimenticata anche dai suoi stessi tifosi.”
    Il carl zeiss ha si’ avuto problemi economici, che lo hanno spinto fino alla quarta divisione (stagione 2013/2014) tuttavia e’ del tutto FALSO scrivere “quasi dimenticata dai suoi tifosi”.
    C’e’ una forte passione che spinge anche in quarta divisione (regional liga nord ost 3-5 mila spettatori allo stadio, la squadra po nel 2007/2008 ha avuto un exploit in coppa di germania, arivando in semifinale e superando 3 team di serie (arminia-norimberga e i campioni di germania in carica dello stoccarda).
    Nei derby conro erfurt o dresda (ora in serie piu’ alte) si sfiornano ancora le 10.000 persone. Quindi inviterei a rivedere quella parte, cordiali saluti

  3. Buonasera,ho trovato l’articolo molto interessante,da tempo sono alla ricerca di pubblicazioni in italiano che trattino la storia del campionato di calcio della germania est,finora non ne ho trovate. Sapreste indicarmi se esistono libri in italiano?. Grazie

  4. Bell’articolo. Intanto la RB Leipzig è arrivata in Bundesliga 2… Avrei preferito avessero investito in una squadra storica, magari senza alterarne i colori sociali e la storia come hanno fatto in passato con altre squadre.

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