È portentoso così nel colpire, come nel fallire il bersaglio.” (“Nacka” Skoglund su Hasse Jeppson, 1951)

La conoscenza di Hasse Jeppson era stata decisamente indigesta per l’Italia. Era avvenuta il 25 giugno 1950 alla partita inaugurale del mondiale a San Paolo del Brasile, e gli azzurri erano stati sconfitti 3-2 dalla Svezia, per la delusione di migliaia di nostri emigranti presenti sugli spalti. Due dei tre gol scandinavi li aveva segnati proprio colui che due anni dopo i nostri giornalisti avrebbero ribattezzato con dei ridondanti soprannomi come: Il Sigfrido del Sud, O’ Banco ‘e Napule e Mister Centocinque.

La Svezia calcistica era già una realtà a tutti gli effetti durante il mondiale brasiliano, visto che già nel 1948 alle Olimpiadi di Londra aveva conquistato la medaglia d’oro. In quella occasione Hans Jeppson, per tutti “Hasse”, era restato a casa; ma i dirigenti delle squadre di calcio italiane erano rimasti talmente impressionati da quei giocatori dilettanti, da farne incetta sul mercato, complici anche le loro quotazioni (ancora per poco) irrisorie. Il Milan aveva acquistato gli attaccanti Gunnar Gren, Nils Liedholm e Gunnar Nordahl, la Roma suo fratello Knut e il centrocampista Sune Andersson, e il Genoa l’altro centrocampista Stellan Nilsson.

A quei mondiali del 1950, piuttosto disastrosi per la nostra nazionale, decimata dalla sciagura di Superga dell’anno prima, si erano accese le luci di una nuova ribalta per i giocatori svedesi, smaniosi di espatriare in qualche paese dagli ingaggi generosi. Bror Mellberg, Karl Erik Palmér, Lennart “Nacka” Skoglund, Stig Sundqvist, e Börje Tapper si erano aggiunti alla già folta legione scandinava distaccata in Italia, finché nel 1951 era arrivato anche Hasse Jeppson, di professione studente di economia.

Figlio di un panettiere di Kungsbacka, una cittadina di pescatori nei pressi di Göteborg, da meno di un anno giocava nel Charlton, una squadra inglese di media caratura che lottava disperatamente per non retrocedere dalla prima divisione. A comprarselo, per 33 milioni di lire, ci aveva pensato Daniele Turani, presidente dell’Atalanta e senatore democristiano, dietro suggerimento del suo efficientissimo braccio destro Luigi Tentorio.

Hasse Jeppson a Napoli nell’agosto 1952

Ancora calciatore dilettante e buon tennista nei ritagli di tempo, all’Atalanta il ventiseienne Jeppson era arrivato a campionato 1951/52 già iniziato, ma era riuscito quasi immediatamente ad imporsi nel ruolo di cannoniere. Passato quindi al professionismo tout court, a fine stagione aveva segnato 22 reti in 27 partite, senza l’aiutino di neppure un rigore, e giocando un ruolo decisivo per la salvezza della sua squadra dalla retrocessione.

Contemporaneamente alle sue gesta in nerazzurro, quasi un migliaio di chilometri più a sud, Achille Lauro stava affrontando la campagna elettorale per la conquista della poltrona di sindaco di Napoli. Il suo slogan era quanto di più populistico si fosse potuto proporre all’epoca: “Per una grande Napoli e per un grande Napoli”. Con la sua lista, formalmente monarchica e sostanzialmente qualunquista, aveva vinto le elezioni dell’aprile 1952, facendo man bassa di voti, sia tra la plebe dei quartieri diseredati che tra il ceto medio.

Hasse Jeppson e Achille Lauro

Lauro sentiva il dovere politico di mantenere la promessa elettorale. Ma per farlo, sia come sindaco della città, che come presidente del Napoli Calcio, aveva bisogno di un campione; e come suo costume avrebbe voluto accompagnare questo eventuale acquisto in pompa magna, e magari anche con lanci di fuochi d’artificio.

Chiese un parere tecnico ad Eraldo Monzeglio, ex nazionale degli anni trenta ed ora allenatore del suo Napoli. Monzeglio era un uomo dallo spirito sinceramente ascetico. L’esatto opposto del suo. Gli suggerì che aveva bisogno di un bomber, e come nome indicò quello dello svedese Jeppson dell’Atalanta.

Ad Achille Lauro l’idea piacque. Contattò subito il senatore Turani, che gli sparò la cifra, astronomica per l’epoca, di 77 milioni (in Italia nel 1952 lo stipendio mensile di un impiegato di medio livello non superava le 100mila lire) e, per la paura di venire bruciato dalla concorrenza dell’Inter, non era stato troppo a contrattare. Non tirò neppure sul prezzo dell’ingaggio dello svedese, che da buon futuro esperto di finanza, pretese 30 milioni sull’unghia, da versarsi su un conto svizzero.

Fino a quel momento, nel mondo mai si era speso così tanto per un calciatore. E se dal punto di vista economico si potevano avanzare delle riserve sull’opportunità dell’acquisto, da quello politico si era rivelato invece un ottimo affare. Infatti a Napoli la notizia era stata accolta con moti di giubilo popolare e con gli agognati fuochi d’artificio annessi. La popolarità del sindaco presidente era salita al suo apice.

Anche per Jeppson lo sbarco a Napoli si stava rivelando felice, tanto che aveva raccontato ai giornalisti: “Quando vidi Napoli rimasi incantato. Aveva quell’odore di mare che mi riportava all’infanzia, quando stavo sugli scogli della mia Kungsbacka”.

Ma finita la sbornia dei festeggiamenti, l’inizio della stagione con la maglia biancazzurra non era stato dei più brillanti, e per vederlo segnare il primo gol, si era dovuto aspettare fino alla quarta giornata. Lo svedese sembrava non riuscire ad ingranare la marcia giusta, e Lauro trovò nell’allenatore Monzeglio il capro espiatorio. Gli addossò la responsabilità di quell’acquisto che in quel momento appariva infelice. Ma Monzeglio, che era anche un uomo dotato di elevato senso della dignità, non aveva accettato il rimbrotto; e piccatissimo, aveva rassegnato le dimissioni.

In quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima partita sulla panchina, il Napoli sconfisse inaspettatamente il Milan 4-2 al termine di novanta minuti esaltanti, in cui Jeppson era stato anche il protagonista, siglando una doppietta.

Lauro, pentito, aveva reintegrato Monzeglio alla guida della squadra, e rinfrancato, era tornato a confidare nelle doti del centravanti di Kungsbacka, che al termine della stagione 1952/53 avrebbe segnato 14 reti.

Hasse Jeppson con maglia Napoli nel 1952

L’anno dopo le cose sarebbero andate ancora meglio, e i suoi gol all’attivo sarebbero diventati venti. Ma alla fine del 1954 il suo ginocchio sinistro cominciò a dare problemi, tanto che sarebbe stato costretto a due mesi di inattività. L’irascibile e lunatico armatore napoletano ritornò ad attaccarlo, questa volta frontalmente, e il copione di due anni prima si sarebbe ripetuto. Monzeglio prese ancora le difese di Jeppson, e si dimise per protesta, costringendo Achille Lauro a scendere nuovamente a più miti consigli.

Durante la sosta forzata Hasse Jeppson ritornò a frequentare i campi di tennis, e lì fece la conoscenza di una giovane e graziosa tennista con cui si lasciò andare a un flirt, attirando l’attenzione delle riviste di gossip dell’epoca. Poco dopo il ritorno in campo, subì però un altro infortunio, questa volta a una spalla; e a dare in escandescenze ora sarà inaspettatamente proprio il suo più convinto paladino: Monzeglio. Nel corso di una sfuriata, l’allenatore lo accusò anche di passare troppe nottate ai tavoli del poker.

Ma Jeppson era di carattere orgoglioso, e non amava ricevere ramanzine. Gli rispose per le rime, e cominciò a sentirsi deluso dall’ambiente della sua squadra. Nonostante gli ingaggi milionari, meditò di andarsene via da Napoli, e intavolò una trattativa privata con l’Inter e la Roma.

A fine estate del 1955, proprio tornando da un incontro con i dirigenti romani, la sua modernissima Alfa 1900 sportiva si schiantò contro un albero. L’impatto era stato tremendo, e il suo autista era rimasto ucciso. Jeppson riuscì miracolosamente ad uscirne vivo con qualche contusione, ma il suo destino al Napoli era già segnato. Ormai Lauro aveva deciso di sbarazzarsi di lui, e gli lanciò un segnale inequivocabile alla propria maniera: disertando la sua festa di nozze con una ragazza della Napoli bene.

Le aspirazioni verso Inter, Roma e Juventus, vennero frustrate rapidamente, perché il dispettosissimo Lauro nell’estate del 1956 lo cedette al Torino. E con la maglia granata Hasse Jeppson avrebbe passato la sua ultima stagione, prima di ritirarsi dal calcio a trentadue anni.

*Questo articolo è la versione integrale di quello apparso sul numero 2 della rivista Pianeta Sport.

(Giuseppe Ottomano)