“E ora ci faranno cavalieri”. (Francesco Dall’Olio, palleggiatore della nazionale, dopo la vittoria dell’Italia su Cuba in semifinale, il 30 settembre 1978)

Tra settembre e ottobre l’Italia ospiterà i campionati mondiali di pallavolo per la seconda volta nella storia. Per il precedente, bisogna risalire a trentadue anni prima esatti. Infatti era stato nel 1978, e sempre tra settembre e ottobre, che i mondiali di volley si erano tenuti per la prima volta nel nostro paese.

Alla vigilia di quell’edizione si poteva affermare, senza paura di sbagliare, che la pallavolo era già uno sport massicciamente praticato nella nostra penisola, in particolare dagli studenti medi e dai ragazzi dei circoli parrocchiali. In totale contava oltre centomila tesserati, in massima parte giovani e giovanissimi.

Eppure, a questa pratica di massa, non si accompagnava una corrispondente popolarità riguardo ai grandi eventi, e i palazzetti dello sport richiamavano pochissime migliaia di spettatori per le partite di campionato, senza considerare che i risultati dell’Italia a livello internazionale si potevano definire, anche questa volta senza paura di sbagliare, decisamente scadenti. Per quanto concerneva poi le più recenti apparizioni, non si era andati al di là di un deludente diciannovesimo posto ai mondiali del 1974, riscattato appena dall’ottavo delle olimpiadi di Montreal ’76.

E anche a questa edizione casalinga del campionato del mondo la nostra nazionale non apparteneva certo al gruppo delle favorite per la vittoria, schiacciata, com’era, dalla superiorità di squadre blasonatissime, come l’Unione Sovietica dal palmarès quasi lunare (quattro titoli mondiali e due olimpici già nel curriculum), la Polonia, detentrice dei titoli olimpico e mondiale, il Giappone dell’intramontabile regista Katsutoshi Nekoda e del giovane schiacciatore Mikiyasu Tanaka, fino alle emergenti e innovative scuole latino americane di Cuba e Brasile, cariche di dinamismo atletico e particolarmente inclini al gioco acrobatico.
Secondo il nuovo selezionatore azzurro, Carmelo Pittera, anche un decimo posto poteva definirsi un risultato positivo. Questo trentaquattrenne tecnico siciliano era approdato alla guida azzurra nel maggio del 1978, proveniente dalla Paoletti Catania, la formazione che aveva vinto l’ultimo scudetto; ed era stato quasi cooptato dalla federazione, in sostituzione dell’ex campione polacco Edward Skorek, dileguatosi senza neanche dare preavviso, per dirigersi alla volta degli Stati Uniti, dove avrebbe inseguito nuovi e più appetitosi ingaggi.

Pittera aveva cercato di portare aria nuova nell’ambiente italiano, ma la sua operazione di svecchiamento della nostra selezione non aveva mancato di generare qualche inevitabile polemica. Per espressa scelta tecnica aveva lasciato a casa i due giocatori più esperti: Mario Mattioli ed Erasmo Salemme; e a causa degli imprevisti del dilettantismo si era dovuto rassegnare alla rinuncia dei giovanissimi Franco Bertoli, precettato dal richiamo al servizio di leva, e Gianmarco Venturi, il cui precetto era giunto dalla fidanzata, determinata a non farlo allontanare da sé durante i mesi estivi.

Il sipario sulla manifestazione mondiale si era aperto il 20 settembre, e l’Italia aveva esordito affrontando il Belgio al PalaEur di Roma davanti a novemila spettatori, e schierando subito quello che sarebbe stato il sestetto base per tutto il torneo: il capitano Fabrizio Nassi, Francesco Dall’Olio, detto Pupo, il lunghissimo schiacciatore Claudio Di Coste (2,07 m di altezza), Mauro Di Bernardo, Giovanni Lanfranco e Marco Negri, con le aggiunte sempre più determinanti di Nello Greco, Antonio Scilipoti, Fabio Innocenti e Toni Alessandro.

Quest’incontro con il Belgio si era rivelato poco più che una formalità per i nostri, che si erano sbarazzati degli avversari con un secco 3-0 (15-6 15-5 15-1) in poco più di un’ora. Era stata una vittoria lampo, dato che a quell’epoca le partite di volley potevano durare ben oltre le tre ore. Tanta prolissità era dovuta al regolamento vigente, profondamente diverso da quello di oggi: ogni punto veniva conquistato solo sulla propria battuta, dando vita a set di durate potenzialmente interminabili.
Anche il gioco era meno dinamico di quello attuale, e la battuta appariva poco più che una rimessa dal fondo a foglia morta, e doveva essere eseguita senza poter alzare i piedi da terra.

Un’immagine dei mondiali di volley di Roma 1978

Come il primo, anche i match successivi si erano rivelati più comodi del previsto: sia contro l’Egitto che contro la ancora misteriosa formazione della Cina Popolare. Negli altri gironi, invece, stava emergendo il funambolico sestetto di Cuba, che aveva avuto ragione del Giappone per 3-1 in una partita avvincente e spettacolare.

L’URSS poi, si era confermata la schiacciasassi di sempre, vincendo agevolmente tutte e tre le partite della fase eliminatoria, e sfoderando un gioco di grande potenza e precisione, senza abbandonarsi quasi mai a virtuosismi da ovazione. Anche la Polonia e la sorprendente Corea del Sud del “microscopico” regista coreano Kim Ho Chui, alto appena 1,76 m e soprannominato affettuosamente dai giornalisti “calimero”, avevano chiuso in testa il loro girone.

Ma chi stava esaltando veramente il pubblico italiano, e soprattutto quello romano, erano gli azzurri di Carmelo Pittera, a quell’epoca ancora tutti rigorosamente dilettanti, e retribuiti a solo rimborso spese. Travolta la DDR, strapazzata la Bulgaria, e superato il Brasile sul filo di lana, il PalaEur di Roma aveva polverizzato di volta in volta ogni record di incasso. Tra le immancabili quindicimila persone assiepate sugli spalti, si vedevano soprattutto studenti e anche tantissime ragazze.
Difatti la pallavolo, che diversamente dal calcio non è mai stato uno sport a conduzione maschile, stava scatenando un successo bipartisan tra i due sessi. Ma diversamente da altre discipline unisex, come il tennis, non era affatto uno sport d’importazione; e alla fine degli anni settanta mancava soltanto una grande impresa a livello mondiale per decretarne finalmente l’exploit nel nostro paese.

Anche il supporto della diretta televisiva aveva fatto sì che gli italiani si appassionassero a questo campionato del mondo. Così, quando la nostra squadra era arrivata alla semifinale contro la nazionale cubana, il Palasport romano si era riempito, fino a straboccare, di diciottomila spettatori: dei quali, tantissimi infiltrati senza biglietto. Anche il fenomeno del bagarinaggio era arrivato per la prima volta a coinvolgere questo sport, che ne era rimasto candidamente immune fino a quel momento.

Tanto entusiasmo era stato ben ripagato, e la marcia inarrestabile dei nostri era proseguita con la vittoria, inaspettata ma altrettanto meritata, per 3-1 sulla squadra cubana, definita “colored”, in quanto composta da soli giocatori afro-americani, e sospinta dal barbuto ventiseienne Ernesto Martínez, un autentico prodigio di atletica, capace di staccare 1,35 m da fermo.
Contemporaneamente al sorgere alla ribalta della nazionale azzurra, si era assistito al crepuscolo di una nobile in decadenza, il Giappone, battuto anche dalla non proprio irresistibile Germania Orientale in una delle finaline oltre il decimo posto. Per i nipponici si era chiusa l’epoca d’oro del capitano Nekoda, il campione nato a Hiroshima un anno prima della bomba atomica, e che appena cinque anni più tardi avrebbe dato l’addio al mondo, consumato da un tumore allo stomaco: lontano lascito di quelle radiazioni letali.

L’Italia aveva raggiunto la finale contro ogni pronostico e in barba alle polemiche della vigilia. Qui avrebbe dovuto affrontare l’Unione Sovietica, che già ci aveva battuti con un inequivocabile 3-0 (15-11 15-6 15-3) nella fase delle semifinali. Quella sovietica, infarcita di grandi campioni, come l’estone Viljar Loor, Vladimir Tchernichov, Oleg Moliboga, Pavel Selivanov e Aleksandr Ermilov, sembrava una formazione composta da marziani; e gli esperti di volley avevano calcolato che con il parco giocatori a disposizione in quel paese, si sarebbero potute schierare ben quattro nazionali, tutte potenzialmente in grado di aggiudicarsi la medaglia d’oro.

Eppure l’Italia, stretta per una volta tanto intorno a uno sport di squadra diverso dal calcio, si stava abituando a sognare, ed anche la vittoria contro i giganti sovietici sembrava essere diventata un’ipotesi realizzabile.

Ma la sera del 1 ottobre, con la copertura della diretta RAI, gli azzurri non avevano potuto nulla contro quegli extraterrestri venuti dal freddo, con il risultato finale fissato su un impietoso 3-0 (15-10 15-13 15-1). E quasi inevitabilmente, l’intramontabile abitudine italica di passare al primo volgere del vento dall’entusiasmo patriottico più sfrenato alla più sbracata irrisione disfattista, aveva prevalso.

Il pubblico, o almeno una parte di esso, che aveva intonato all’unisono l’inno di Mameli prima del match, nei momenti più sofferti del terzo ed ultimo set, aveva fatto piovere manciate di monetine verso il centro del campo.

Non erano state per fortuna le irriguardose monetine a suggellare il finale della kermesse italiana, bensì un’invasione di campo festosa, con i giovani e i giovanissimi spettatori a caccia di autografi, magliette o anche semplicemente una stretta di mano a quei giocatori, quasi sconosciuti poco prima, e ora diventati degli idoli.

Quella medaglia d’argento era stata la prima grande vittoria italiana in campo internazionale; e quando al termine della semifinale vittoriosa contro Cuba, Francesco Dall’Olio aveva scherzosamente esclamato: “E ora ci faranno cavalieri”, era stato felice profeta. Infatti i nazionali azzurri di quel mondiale avevano ricevuto per davvero l’investitura a cavalieri, per meriti sportivi, dalle mani dell’allora presidente Pertini.

Verso la fine del 1978 un regista italiano, Giulio Berruti, dedicherà a questa loro performance un documentario, purtroppo diventato ormai più introvabile che raro, intitolato “Il gabbiano d’argento”. Ed è proprio con questo appellativo, dal tono ispirato, che viene ancora ricordata la nostra prima grande nazionale di volley.

*Questo articolo è la versione integrale di quello apparso sul numero 1 della rivista Pianeta Sport.

(Giuseppe Ottomano)

4 COMMENTS

  1. All’epoca ero militare a ROMA e ho visto al Palaeur sia ITALIA Brasile che ITALIA Cuba…..una roba indimenticabileeee!!!

  2. E pensare che il Nassi poi è diventato prof di ed.fisica alle scuole medie..ci dava la palla x giocare ma non ha mai guardato metre giocavamo a pallavolo.
    Traumi passati?! XD

  3. Avevo 17 anni e in estate lavorai come un turco per pagarmi l’abbonamento al palaeur. Esperienza indimenticabile.

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