La favola malinconica di un colono portoghese

Questo era Eusebio Da Silva Ferreira. Chiamato da tutto il mondo con il solo nome di battesimo, perché il mondo ha bisogno di miti semplici, “trasportabili” con facilità e cancellabili in fretta, quando hanno esaurito il lumicino del genio e del talento.

Difficile farlo con uno come Eusebio, che negli anni ’60 fu l’unico a reggere il paragone con Pelè ed in qualche caso farlo alla pari, seppur non supportato da risultati clamorosi come quelli di Edson Arantes. La condanna del grandioso singolo che si esprime in una squadra “solo grande” o “quasi grande” come fu il Portogallo di quel magico 1966, ad un passo dalla gloria, nel mondiale inglese.

Per Eusebio, con il bagaglio greve delle sua infanzia e della sua storia personale di emigrante nero, la condanna diventa addirittura gabbia e la simbologia sembra sfondare i muri del verosimile.

La Pantera Nera chiusa nella scatola dello stadio.

Ammaestrata a ripetere a memoria lo stesso numero davanti ai paganti spettatori multicolore, stretta tra un dribbling impossibile ed un’eterna nostalgia per il suo Mozambico.

Africa nera, Africa dura quella da dove parte il ragazzo Ferreira, meticcio uscito dall’incrocio di padre bianco portoghese e madre nera, con una valigia di sogni voluminosa alquanto e un’altrettanto grande zavorra di nostalgia, tanto per restare a terra.

Rimase sempre un ragazzo semplice Eusebio, i suoi occhi eternamente tristi, con quella palpebra leggermente flessa agli angoli, che mai si fecero troppo abbagliare dalle luci del successo. Forse perché fu lui stesso fonte di luce con i suoi gesti tecnici ed atletici da altro mondo.

Quel corpo tozzo su due gambette nere, gli restituì potenza, un tiro preciso e venefico, un grande gusto per il gesto bello in quanto tale ed un dribbling in velocità strappato direttamente all’Onnipotente.

Con la maglia del Benfica le sue magie produssero uno sterminio di campionati nazionali ed il favoloso bis di Coppa Campioni nel 1962, contro il Real Madrid; in quel di Amsterdam, con accanto l’esperta guida di un altro mozambicano: Coluna. Il fratello maggiore di Eusebio in terra portoghese.

Alla nazionale arrivò invece un’insperata e nuova ribalta internazionale che la portò a competere ai vertici con le altre corazzate e titolate squadre europee, ma contribuì alla nascita anche del mito di formazione “eternamente incompiuta”, che il Portogallo si è trascinata fino ad oggi.

Grandissime individualità, discontinuità e poco coordinamento tra i reparti, spesso addirittura disomogeneità tecnica o asincronia nell’incrocio dei talenti, che di volta in volta ne fanno una squadra fortissima in attacco, o a centrocampo, senza un portiere o due grandi ali e nessun finalizzatore. Se è vera la teoria del calcio come specchio sociale, la formazione portoghese ben s’adatta ad un tessuto civile eternamente incompreso e che da solo non si comprende, lacerato tra grandi spinte talentuose e malinconie paralizzanti; sotto l’unica grande colonna sonora del Fado.

Il paradosso vuole allora che l’eccellenza calcistica (mai azzarderemmo un simile superficiale parere anche sul sociale) venga raggiunta sotto la dittatura di Salazar; la condizione in cui era il Portogallo di cinquant’anni fa. E che in campo diventava tirannia del genio, nelle mani, pardon nei piedi di quella splendida belva regalata al pallone che fu Eusebio.

Insomma dopo l’indimenticabile “l’ultimo volo dell’Angelo Biondo”, la penna illuminata di Bacci ci regala un’altra perla su cui sognare. E lo fa con un taglio ben diverso dalla sciatta e fredda cronaca da gazzetta, regalando al racconto una coperta intimista e romanzata, che ben si addice all’iconografia del personaggio e alla colonna sonora della sua storia; tanto per cambiare, il solito Fado.

Buona lettura.

Il Re Censore

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Gli occhi tristi della pantera nera
Autore: Andrea Bacci
Editore: Limina
Anno: 2009
Pagine: 117
Genere: Narrativa
ISBN: 978-88-6041-074-0