Un tipico colpo di testa di Dadà Maravilha con la maglia dell'Atlético Mineiro

(Rio de Janeiro, Brasile, 04/03/1943)

Un grigio plumbeo è sopra di me all’alba, mentre le strade del mondo mi conducono a Marechal Hermes, sobborgo di Rio de Janeiro, dove sopravvivo e riesco a malapena ad arrivare all’aurora del giorno dopo. Ricerco nella spazzatura una crosta di pane da portarmi alla bocca e cartoni con i quali rifugiarmi dalla crudele morsa del freddo, della fame e dell’oblio.

Mentre il colesterolo si impianta nella società del consumo, io provo a farmi largo tra rifiuti e resti, sopra i quali continuo a cercare una luce nel cammino. Nel cielo grigio di oggi, il Sole continua a lottare tra le nubi per far venir fuori il suo braccio dorato; al suolo, il vento si incarica di ricordarmi che continuo ancora a vivere. E le persone vanno e vengono ignorando la mia presenza e quella del vecchio albero, mio unico amico.

Mentre il mio stomaco avverte il senso del vuoto, soltanto il Sole mi sveglia da questo incubo eterno facendosi strada e inviandomi un potente raggio di luce che mi acceca gli occhi. E questi riescono appena ad indovinare il profilo e l’ombra allargata in controluce di una figura che si avvicina dal fondo, per offrimi un po’ di comprensione e di affetto.

È il vecchio Dadá che torna dal passato per raccontarmi la sua vita: 

Mi chiamo Dario José dos Santos, sono nato qui a Marechal Hermes; la mia infanzia non è stata assolutamente facile; quando avevo cinque anni, vidi mia mamma suicidarsi, consumata e divorata dalle fiamme; e da quel momento la strada divenne la mia figura materna, e la fame diventò il mio progenitore.

Così cominciava la storia di un piccolo rampollo della strada chiamato Dario, al quale le condizioni di orfano e povero lo colpirono tra i dieci e i diciotto anni di età. Un duro periodo della vita, nel quale dovette ricorrere alla delinquenza per poter sopravvivere.

La storia quotidiana di cento peripezie, schivando la fame e le autorità; furtarelli che lo obbligarono a salire su molti alberi e muri, e a correre come una gazzella. La sua capacità di saltare in alto era stratosferica: saltava 90 centimetri da fermo e un metro e mezzo correndo. Inoltre era incredibilmente rapido: si diceva facesse i cento metri in 9.9 secondi ed era praticamente impossibile da catturare.

Reinaldo e Dadà Maravilha
Dadà Maravilha (a destra) con un giovanissimo Reinaldo in una foto degli anni '70

Non sapeva giocare a calcio, non partecipava mai alle partite dei ragazzi del quartiere. La sua principale occupazione era rubare. Ma una mattina, dopo aver rapinato due ragazze, si diresse al mercato degli oggetti rubati e vi acquistò un pallone. Un oggetto che sentiva strano e lontano, ma che esercitava sopra di lui un’enorme forza di attrazione.

Si racconta che un bel giorno lo catturarono e lo spedirono al riformatorio di Fenabem/Febem, dove la sua vita cambiò repentinamente ed ebbe l’opportunità di entrare in contatto con quell’oggetto sferico e con il calcio. E cominciò quello Sport quando non era più un bambino, ma quell’iniziazione simboleggiò per lui quella luce che tanto stava cercando. Dopo il suo passaggio a Fenabem, Dario decise di abbandonare definitivamente la delinquenza e trovò nel calcio la strada ideale per lasciare la sua vita di impellenti necessità che lo aveva accompagnato durante tutta la sua infanzia e tutta la sua adolescenza.

Cominciò a giocare nel Campo Grande di Rio de Janeiro. Laggiù imparò i fondamentali del gioco, e a disputare partite, mettendo in luce le sue impressionanti qualità atletiche. Agli inizi era un po’ impacchettato: non sapeva colpire di testa, e la sua tecnica lasciava molto a desiderare. Imparò con Grandim, sempre nel Campo Grande. Lui gli insegnò le basi della conclusione di testa e della tecnica di gioco; e con il tempo diventò uno dei migliori colpitori di testa del calcio brasiliano.

Tra il 1965 e il 1966 militò nella categoria juniores. Dario venne quindi promosso in prima squadra, dove giocò nei due anni seguenti, arrivando a combattere per il trofeo di capocannoniere del Campionato Carioca Nel 1968 quel ragazzo, che era un grattacapo per la polizia solo pochi anni prima, attirò l’attenzione di una delle più grandi squadre del calcio brasiliano, l’Atletico Mineiro. E in questa formazione diventò un fenomeno.

Dario divenne Dadá Maravilha, personaggio storico nella società brasiliana e fedele riflesso della più devastante povertà che stava colpendo uno dei paesi più grandi e più affascinanti del mondo.     

Utilizzò il calcio come mezzo di espressione personale e come la strada più breve per esprimere ciò che sentiva e tutto quello che aveva sofferto. Venne considerato il filosofo di Marechal Hermes, dove la cultura della strada si incaricò di plasmare e creare il personaggio di Dadá Maravilha.

Più celebri dei 539 gol realizzati in carriera o dei soprannomi, che lui stesso si affibbiava (Rè Dadá, Petto d’Acciaio), furono le frasi che Dadá Maravilha consegnò ai posteri, nel folklore del calcio verdeoro:

“Con Dadá in campo nessun punteggio in bianco”. “Esistono tre poteri: Dio nel Cielo, il Papa nel Vaticano e Dadá nell’area di rigore”.

 Sono queste le migliori tra una incalcolabile lista di espressioni di genialità, semplicità e purezza.

Messo sotto contratto dall’Atletico Mineiro, Dadá incominciò a scrivere il proprio nome nel firmamento dei grandi astri del pallone. Dadá Maravilha fu il protagonista del campionato brasiliano 1971. Autore del gol decisivo che garantì il titolo all’Atletico Mineiro, vincitore contro il Botafogo al Maracaná, Dario si consacrò miglior goleador del torneo, con 15 reti realizzate. Il “Petto d’Acciaio”, come lui stesso si fece chiamare, ripeté l’impresa l’anno seguente, sempre con la divisa del “Galo”.

Dadà Maravilha con la maglia dell'Atlético Mineiro

Con i colori della società di Belo Horizonte fece la storia. Giocò nell’Atletico fra il 1968 e il 1972, ritornandoci nel 1974, e di nuovo nel 1978 e nel 1979. Dadá Maravilha diventò il secondo cannoniere di sempre nella storia del club, con 208 reti realizzate. Oltre che campione brasiliano nel 1971, con la squadra vinse anche il campionato del Minas Gerais nel 1970 e nel 1978.

Dadá militò in molte squadre. Oltre al “Galo”, l’attaccante giocò per sedici differenti squadre brasiliane, garantendo dedizione ed amore in ogni club.

Emerse soprattutto nelle file dell’Internacional, dove fu capocannoniere, e vinse il Campionato Brasiliano del 1976, anno nel quale conquistò anche il campionato del Rio Grande do Sul. Nel 1981 e nel 1982 fu campione della Bahia con la squadra della capitale Salvador, e campione del Pernambuco nel 1975 con la divisa dello Sport Recife.

Con questa squadra batté un altro record, nel 1976, segnando dieci dei quattordici gol, con i quali il suo team sommerse il Sante Amaro, nel torneo pernambucano.

Come molte volte ha ricordato lo stesso Dadá, si guadagnò il privilegio di far parte della migliore squadra di sempre, il Brasile del 1970 col quale, pur non giocando, vinse la Coppa del Mondo, e dove colse l’opportunità di giocare fianco a fianco con campioni del calibro di Pelé, Gerson e Tostão.

Una buona dimostrazione della leggenda di questo giocatore era la sua assoluta mancanza di tecnica, che pure non gli impedì di essere uno straordinario goleador. A questo proposito Dadá pronunciò un’altra frase celebre:

Tiro così male, che il giorno in cui ho fatto un gol da fuori area, il portiere avrebbe meritato di venire cancellato dal mondo calcio.

Raccontava sempre che non gli interessava giocare con tecnica, che l’unica cosa che sentiva nella sua testa era il gol: caratteristica che gli permise di arrivare ai più alti livelli in tutte le squadre di ogni regione della nazione, dal Rio Grande de Sul all’Amazzonia.

Ma Dario José dos Santos fece qualcosa di più oltre a piombare di gol il palcoscenico degli attaccanti brasiliani per molti anni. Dadá segnò la via maestra per tanti ragazzi che oggigiorno cercano tra la spazzatura una crosta di pane.

Fonti

http://www.dadamaravilha.com.br/.
http://antigo.miltonneves.com.br/QFL/Conteudo.aspx?ID=60620.
La versione originale dell’articolo è sul sito “Cartas…Esféricas” di Mariano Jesùs Camacho.

Mariano Jesús Camacho
(Traduzione di Marco Regazzoni)

1 COMMENT

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