Sarajevo, 16 Febbraio 1984. Paoletta Magoni conquista l'oro olimpico

Selvino è un graziosissimo borgo incastonato sull’altipiano che sovrasta la Valle Seriana. Da queste parti, lo sci alpino è molto di più che un semplice hobby domenicale: è una vera ragione di vita, un modo di essere, un elemento fondamentale della routine quotidiana di ogni selvinese.  Lo sci club locale è stato sempre un fondamentale serbatoio di atleti per le squadre azzurre: Fausto Radici, Carlo Gerosa ed i quattro fratelli Bergamelli sono solo alcuni dei nazionali passati da queste parti.

Persino Deborah Compagnoni, anche se valtellinese, è legatissima al paese orobico. E poi ci sono i Magoni, molti dei quali hanno avuto fortune alterne nel mondo dello sport.

Lara Magoni, vincente slalomista e argento mondiale nel 1997, non fa però parte di quel ceppo dei Magoni (è il cognome più diffuso a Selvino) che ha dato maggiore lustro al borgo con i propri successi sportivi. É infatti la famiglia di Franco, un carpentiere specializzato in tetti, ad aver sfornato ben cinque atleti: Francesca-Proell (battezzata così in onore della grande campionessa austriaca), una gioventù come arbitro di calcio; Sonia, brillante promessa dello sci alpino, costretta a porre fine alla carriera per una serie di problemi fisici; Livio, arrivato sino alle soglie della squadra nazionale C, e poi allenatore delle selezioni azzurre e polacche, nonchè arrembante triatleta; Oscar, una gioventù sulla neve e sui campi da tennis, e la maturità nel mondo del calcio, tanto da approdare in piazze prestigiose come Bologna e Napoli; e infine Paoletta, prima sciatrice azzurra ad aggiudicarsi un oro olimpico.

Paoletta Magoni nasce a Selvino il 14 settembre 1964. Come accennato prima, la passione per lo sport è padrona di casa nella sua famiglia, tant’è che il padre, oltre a chiamare sua figlia Francesca “Proell” di secondo nome,  riversa il suo ardore anche sul cane, un San Bernardo battezzato “Thoeni”. L’infanzia di Paoletta trascorre in un momento storico piuttosto tormentato per il nostro Paese: le vicissitudini del ’68, gli anni di piombo e della strategia della tensione e la guerra fredda.

Tuttavia, l’eco di queste situazioni irrequiete giunge ovattatato nelle montagne bergamasche, dove Paola cresce in serenità, ovviamente con gli sci ai piedi. Già a sette anni inizia a gareggiare, con una caparbietà innata, che la porta a voler esprimere sempre il meglio di sè, anche in una gara tra esordienti. 

Nonostante la stazza minuta (159 cm per 52 kg), comincia a gareggiare nella specialità della discesa libera, con la quale si cimenta sin dalla prima adolescenza. Entra nel giro delle nazionali giovanili proprio come specialista delle prove veloci, pur con una certa propensione alla polivalenza. Ma solo gradualmente inizierà a brillare dapprima in gigante e successivamente in slalom.

Aspen (Colorado), 1988. Un'immagine di Paoletta Magoni

Per quanto sin da giovanissima gli addetti ai lavori la indichino come una futura, papabile campionessa, le prime conferme del suo talento arrivano quando conquista la Coppa Europa di gigante nel 1980. Viene poi selezionata per debuttare in Coppa del Mondo a sedici anni appena compiuti, nello slalom speciale di Piancavallo, nel quale chiude in una dignitosissima quattordicesima posizione.

In quella sua prima stagione nel massimo circuito si mantiene stabilmente tra le prime quindici della disciplina, sorprendendo tutti per la brillantezza dimostrata nonostante sia poco più che una ragazzina. Infatti Paoletta rispetta appieno i dettami della vita d’atleta, e nelle poche occasioni in cui torna nella sua Selvino, preferisce godersi la compagnia dei familiari e la quiete della sua casa.

Anche la sua riservatezza innata fa sì che, nonostante la crescente notorietà, mantenga spontaneità e naturalezza, senza mai assumere atteggiamenti da diva. Ma è a partire dal 1982 che la sua stella inizia a brillare ancora più nitidamente. Quell’anno infatti ai Campionati Mondiali juniores di Auron si aggiudica la medaglia d’oro in combinata, concludendo tra le prime dieci posizioni anche nelle altre tre prove a cui prende parte. 

Il padre Franco la segue sempre da vicino con l’immancabile pullmino con la scritta “Ski Team Magoni“; e, oltre che un valido consigliere, è ovviamente il suo primo tifoso, tanto da presentarsi dal giornalista Gianni Merlo della Gazzetta dello Sport per rivendicare per la propria figliola sedicenne lo spazio che si meritava sul principale quotidiano sportivo italiano.  Dall’inverno 1982 la diciottenne Paoletta entra definitivamente in nazionale A, insediandosi in pianta stabile tra le prime dieci nelle gare di slalom speciale: in particolare, giunge sesta a Piancavallo il 17 dicembre e ottava a Limone Piemonte, a Davos e sulle nevi giapponesi di Furano.

Al suo fianco, oltre al padre, c’è il tecnico Gianantonio Toni Morandi, che la seguiva già assieme ai suoi fratelli ai tempi dell’infanzia, vero maestro di vita e di sci per Paoletta e per molte altre azzurre. Proprio con le sue colleghe, la ragazza selvinese vive quello spirito di cameratismo e di armonia fondamentali per creare l’ambiente necessario ad esprimersi al meglio. Si lega in particolare alla valtellinese Daniela Zini e alla valdostana Fulvia Stevenin, fidata compagna di stanza in giro per il mondo.

Paoletta Magoni con la medaglia d'oro olimpica di Sarajevo 1984

La stagione 1983-1984 troverà il suo culmine con la XIV edizione dei Giochi Olimpici Invernali, che si disputeranno a Sarajevo. Dunque, per poter staccare il biglietto per la città jugoslava, allora ancora lontana dagli orrori della guerra degli anni novanta, occorre cogliere un bel piazzamento nelle prime gare di Coppa del Mondo. A Kranjska Gora e a Sestriere fa un po’ di fatica, non riuscendo a centrare quel piazzamento nelle prime dieci che aveva ripetutamente dimostrato di valere. Fortunatamente, sulle nevi cuneensi di Limone Piemonte coglie un brillante sesto posto, eguagliando il suo miglior risultato in carriera e coronando una splendida giornata per la Valanga Rosa, con Daniela Zini e Maria Rosa Quario ai primi due posti.

Dunque la bergamasca può partecipare alla sua prima Olimpiade: un vero sogno per una ragazza poco più che diciannovenne. Il 13 febbraio prende parte al gigante, dove però chiude in trentaduesima posizione, lontanissima dalla vincitrice Debbie Armstrong. Ma lei punta tutto sullo slalom speciale, che si disputa quattro giorni più tardi. La notte precedente la gara Paoletta sogna quello che accadrà di lì a poco: di sciare in assoluta tranquillità, senza nessuno attorno e, una volta arrivata al traguardo, leggere sui cartelloni luminosi di aver fatto siglare il miglior tempo, ovvero di aver vinto l’oro.

La realtà non sarà tanto diversa. Il cielo sopra Jahorina, la località dove si disputano le prove di sci alpino, è molto nuvoloso, e la giornata è freddissima, con la temperatura attorno ai dieci gradi sotto lo zero. Ma già dalla prima manche  si capisce che la selvinese è assolutamente brillante. Chiude quarta, ex aequo con la francese Pelen, a soli 14 centesimi dall’altra transalpina Christelle Guignard, in testa alla classifica. Nella seconda manche, Paoletta compie il capolavoro della vita: scia con il suo stile non propriamente pulito, ma assolutamente efficace, dosando con accurata moderazione la sua proverbiale aggressività agonistica. Un palo dopo l’altro vola sul traguardo, facendo segnare il tempo di 47″62, nettamente davanti all’austriaca Roswitha Steiner e alla svizzera Erika Hess, che tentavano una disperata rimonta.

Questa seconda manche si rivela un’impresa straordinaria, e lo dimostra il fatto che il secondo miglior tempo parziale è quello di Ninna Quario, distanziata di ben 69 centesimi. Ma per il podio la strada è lunga e tortuosa, ci sono altre quattro atlete di altissimo livello a tentare di spezzare il suo sogno di gloria. Ci prova la francese Pelen, stesso tempo della  Magoni in partenza, ma al traguardo paga 91 centesimi; quindi l’austriaca Kronblicher, che cerca di attaccare come l’azzurra, ma sbaglia, perde il ritmo, e termina lontanissima dalle prime.

Questo significa che Paoletta è sul podio. La sua espressione al traguardo è più serena che mai, perchè sa che, nella peggiore delle ipotesi, porterà a casa un’insperata medaglia di bronzo. Tocca ora a Ursula Konzett, campionessa del Liechtenstein, che rischia davvero tantissimo, ma perdendo in efficacia, riuscendo tuttavia a strappare il terzo posto, dietro anche alla francese Pelen. Tutto è nelle mani della Guignard, una ventiduenne che, al pari della bergamasca, rappresenta una vera sorpresa, non essendo mai riuscita ad andare sul podio in Coppa del Mondo. Ma la tensione è troppa, e la gara della transalpina dura appena 13 secondi, prima dell’inforcata fatale. Paoletta Magoni conquista la medaglia d’oro, davanti alla Pelen e alla Konzett. Piange, con la testa tra i guanti, e piange anche il padre Franco, emozionatissimo per questo successo storico: è infatti il primo oro in assoluto ottenuto da una sciatrice azzurra ai Giochi Olimpici invernali.

Come in ogni trionfo, non manca l’attimo di ansia, quando, durante il controllo antidoping, non si trova il tesserino con la foto, necessario per il riconoscimento ufficiale. Dopo dieci minuti di terrore però, il tecnico Daniele Cimini riesce a recuperarlo, dando il via ai festeggiamenti. É la vittoria dell’umiltà, della tenacia e della professionalità, doti non sempre presenti nel mondo dello sport. A Selvino è festa grande: tutto il paese scende in piazza per esaltare la campionessa, andando ad accoglierla trionfalmente all’Aeroporto di Linate pochi giorni più tardi.

Paoletta Magoni (terza da sinistra) con Deborah Compagnoni e Angelo Bertocchi

Ma il successo ha cambiato il carattere di Paoletta? No. É ancora la stessa ragazza di prima: di poche parole, riservata, ma testarda al tempo stesso, che non si lascia certo condizionare da una medaglia d’oro. Anzi, semmai questo risultato è la spinta per un ulteriore miglioramento. E infatti, un mese più tardi coglie il terzo posto nello slalom di Jasna, in Cecoslovacchia: il suo primo podio nel circuito mondiale.

Nella stagione successiva ci si attendono importanti conferme, per dimostrare una volta di più che la vittoria di Sarajevo non è frutto del caso. In estate brilla durante le classiche gare “amichevoli” in Argentina, cogliendo un successo a San Carlos de Bariloche, e poco dopo a Courmayeur, nel primo appuntamento stagionale con la Coppa del Mondo, eguaglia il terzo posto colto a Jasna l’anno precedente.

Seguono un paio di gare leggermente sottotono, fino a quando, il 14 gennaio 1985, Paoletta Magoni vince, anzi domina, lo speciale di Pfronten, in Baviera, suo primo e unico successo nella massima challenge della sua carriera. Il mese dopo conquista il bronzo mondiale a Bormio, dietro alle francesi Pelen e Guignard, che si riscattano dopo la delusione olimpica. Ma la selvinese si conferma atleta adattissima alle gare di un solo giorno, dove riesce a sfoggiare meglio le sue qualità, cosa che non sempre avviene con la stessa regolarità  nei lunghi mesi di Coppa del Mondo. Nelle stagioni successive non riesce più a ripetersi sui livelli di quel biennio straordinario tra il 1984 e il 1985: assieme a lei, anche il mito della Valanga Rosa comincia a perdere brillantezza.

Sfiora il podio a Val Zoldana nel 1986 e, pur con qualche affanno, centra il pass olimpico per Calgary 1988, dove chiude in settima posizione a poco più di un secondo dalla nuova medaglia d’oro Vreni Schneider. Al termine dell’avventura a cinque cerchi, Paoletta opta per il ritiro dalle competizioni: una scelta che lascia sbigottiti molti, visto che ha appena 25 anni. Ma del resto, stare in giro per il mondo così tanti mesi all’anno, lontana dalla propria famiglia e dalla sua Selvino, è uno stress non indifferente, soprattutto per una campionessa legatissima ai propri affetti e alle proprie abitudini come lei.

Inoltre, sopraggiungono anche delle incomprensioni con la Federazione Italiana Sport Invernali, che non le permette di allenarsi col proprio tecnico Toni Morandi, come invece avverrà pochi anni più tardi per Alberto Tomba e Deborah Compagnoni. Anche per questa ragione, Paoletta Magoni si allontana dall’ambiente agonistico, evitando di iniziare una nuova carriera magari come allenatrice o responsabile di una nazionale.

Inoltre, questa nuova professione la avrebbe sballottata in giro per il mondo come se fosse ancora un’atleta, mentre lei invece anela quella quiete e quella tranquillità che le sono mancate durante la propria carriera. Intraprende così una nuova strada, quella di commessa in un negozio di articoli sportivi della Brianza, per poter mettere al servizio degli amatori la propria esperienza nel mondo dello sci: un modo originale ma efficace per continuare a respirare la magica aria dello sport e dello sci alpino.

Ma c’è oggi qualche sciatrice che le assomiglia, che ricorda quella bionda bergamasca del trionfo di Sarajevo ’84?

Anja Paerson, con la sua determinazione, la sua testardaggine, la sua tenacia che le permettono sempre di rialzarsi anche nei momenti più difficili. Un po’ come facevo io.

E se lo dice lei, c’è da crederci.

Un particolare ringraziamento a Paoletta Magoni per la gentilissima disponibilità a raccontare alcuni scorci della propria vita e della propria carriera.

Fonti

Renato Ravanelli, Gianmario Colombo“Paola Magoni nella leggenda”, L’Eco di Bergamo, 18/02/1984.
Anita Verschoth, “‘My Father Is Always Right'”, Sports Illustrated, 04/02/1985.
Giampiero Spirito, “Storie di medaglie”, Edizioni Bolis, Bergamo, 1997.
Stefano Arcobelli, “I Magoni del Selvino, una storia infinita dello sci”, La Gazzetta dello Sport, 07/01/1997.
Rolly Marchi, “Nella magica Sarajevo l’urlo di Paoletta Magoni”, La Gazzetta dello Sport, 22/02/1998.
Ezio Grandi, “Paola Magoni, il ricordo. ‘Con Toni sette anni d’oro'”, Giornale di Bergamo, 15/08/01.
Gianni Merlo, “Magoni, l’ oro della gioventù”, La Gazzetta dello Sport, 08/12/2005.
Marco Pastonesi, “I giochi prima della tempesta”, La Gazzetta dello Sport, 04/02/2006.
“A Sarajevo, 25 anni fa l’oro olimpico di Paola Magoni”, L’Eco di Bergamo, 16/02/2009.

(Marco Regazzoni)

2 COMMENTS

  1. ricordo molto bene il giorno dove paola venne a fare le foto a scuola con ogni classe .io avevo 11 anni e come a solito mi distinsi dagli altri compagni alzando il braccio e il segno di vittoria.quella foto rimarra sempre impressa nei nostri cuori anche perchè sicuramente non ci sarà più occasione di vedere una magoni come mè di selvino vincere una medaglia doro .ricordo poco poco una canzoncina dedicata
    a paola ma ora mi sfuggono le parole . vi siete forse dimenticati che il fratello oscar a dato il via alla sua carriera di calciatore nel A T A L A N T A ?

  2. guy ti ringrazia per essere stata una collaudatrice in incognito con l’attrezzo mobile …FOOTROLL… sul percorso a Lei caro Selvino—Nembro.
    OGGI SI RIPRENDE
    questo progetto come: ((( PREVENZIONE & RIABILITAZIONE )))
    nei settori come HOBBY – SPORT – LAVORO – RIABILITAZIONE

    Un grazie di cuore per aver creduto a questo progetto PSICO-FISICO che sia utile
    sulle persone sedentarie, causate anche da lavori-pesantied infelici.

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