Ercole Baldini
Ercole Baldini

(Forlì, 26/01/1933)

Quando un grande campione si ritira dalle competizioni, giornalisti e tifosi si gettano nella spasmodica ricerca di un successore in grado di raccogliere la sua eredità sportiva. In effetti, riaprendo qualche cassetto della nostra memoria, potremmo ricordarci di quanti aspiranti campioni siano stati definiti magari “il nuovo Baresi” o “il nuovo Rivera” per quanto riguarda il calcio, piuttosto che “il nuovo Tomba” per lo sci alpino o “il nuovo Mennea” nell’atletica.

Il ciclismo non fa eccezione. Tanti sono stati i campionissimi di questa disciplina e altrettanti gli eredi, o almeno presunti tali, secondo le intenzioni della stampa e del pubblico che avevano perso il proprio punto di riferimento. Nella grande maggioranza dei casi, il nuovo arrivato, psicologicamente schiacciato da questo pesante fardello, non è riuscito a replicare i fasti del fenomeno del passato. Questa consuetudine si è riproposta anche dopo la tragica fine del Campionissimo per antonomasia, ovvero Fausto Coppi. E  in quest’occasione più di un corridore, che magari aveva ottimamente impressionato nelle categorie giovanili, si è dovuto sobbarcare una simile responsabilità. Ercole Baldini è proprio uno di questi.

Nato a Villanova di Forlì il 26 gennaio 1933, il giovane Ercole cresce in relativa tranquillità, per quanto la vita di un bambino durante seconda guerra mondiale possa essere definita “tranquilla”.  Tra le sue terre comincia a pedalare, inizialmente per puro divertimento, perché comunque la Romagna è da sempre una regione di amanti della bicicletta. E appena passa all’agonismo, riesce a vincere la prima gara a cui prende parte, disputata proprio nella sua Villanova. La sua struttura fisica muscolosa lo aiuta ad emergere come un promettente passista, e si specialzza nelle prove a cronometro, che in quegli anni erano appannaggio dei grandissimi Fausto Coppi e Jacques Anquetil.

Caratterialmente, Baldini  appare sempre compassato, posato, riflessivo, tant’è che un grande cantore del ciclismo come Orio Vergani lo definirà “il ciclista meditativo”, così anomalo rispetto ai suoi corregionali guasconi ed espansivi. Il suo modo d’essere schivo, e per certi versi introverso, sarà una ragione in più per farlo assomigliare a quel Fausto Coppi che “preferiva parlare a pedalate piuttosto che a parole”. A 17 anni il giovanissimo Ercole abbandona gli studi, convinto a tentare il tutto per tutto nel mondo della bicicletta.

I risultati gli danno pienamente ragione: nel 1951 vince sei gare ed è terzo nel campionato nazionale categoria Allievi. E tra il 1952 e il 1953 si accontenta di quattro sole vittorie, anche se in corse molto significative per quel livello, come la Coppa Cimatti e la Coppa del Presidente della Repubblica.

Ma è nel 1954, alla terza stagione tra i dilettanti, che tutti gli addetti ai lavori iniziano a guardare con interesse a questo ragazzone di Forlì, capace di aggiudicarsi il Giro della Svizzera Meridionale, la Targa d’Oro Città di Legnano e di cogliere due risultati straordinari. Infatti sulla pista del leggendario Vigorelli di Milano, percorre 44,870 km in 60 minuti, facendo segnare il nuovo record mondiale dell’ora per un dilettante. Nello stesso periodo realizza anche la migliore prestazione assoluta sui 10 km. Queste prove  brillanti gli valgono l’appellativo di Direttissimo di Forlì, perchè il suo colpo di pedale, così potente e per certi versi irruento, lo fa apparire come un treno, facendo ricordare il Learco Guerra degli anni trenta, soprannominato, non a caso, La Locomotiva umana.

Il 1955 è un anno senza infamia e senza lode, con due squilli alla Coppa Appennino e al Circuito Villa Seta. Ma è dal 1956 che Ercole entra in un triennio d’oro, culminato con una serie di successi straordinari. E da questo momento comincia ad apparire agli occhi dell’opinione pubblica come il degno erede di un Fausto Coppi ormai al tramonto.

Ercole Baldini
Ercole Baldini

Dal 1956, la sua ultima stagione tra i dilettanti, inizia un sodalizio vincente. E al suo fianco c’è infatti Giovanni Proietti, un tecnico romano particolarmente meticoloso, che non si lascia certo sfuggire le sue potenzialità. Ultimato il servizio militare, il suo allenatore lo convince a puntare con decisione sulla pista, specialità fatta su misura per un atleta esplosivo come lui, e vicino agli 80 kg di peso.

Pronti via. E nel giro di pochi mesi Baldini diventa campione italiano dell’inseguimento, battendo in finale Leandro Faggin, uno che era stato campione del mondo della disciplina. Due mesi dopo, Faggin capitola anche in quei campionati del mondo, dove aveva tanto brillato. Troppo forte Ercole, che diventa così iridato dell’inseguimento. Ma l’obiettivo vero è un altro: il record dell’ora assoluto, che nel giugno di quello stesso anno era stato fatto segnare dal francese Jacques Anquetil, in grado di abbattere la prestazione di Coppi, vecchia ormai di 14 anni.

Non è certo facile migliorare il tempo fatto segnare dal grande campione transalpino. Ma una serie di allenamenti mirati, tra cui brillantissime prove sui 10 e sui 20 km, fanno capire che l’impresa, per il Treno di Forlì, non è impossibile. Il 19 settembre 1956, ancora una volta in quel Velodromo Vigorelli di Milano, teatro di epiche battaglie tra i pistard, Ercole raggiunge i 46,393 km: 234 metri in più della prestazione fatta segnare da Anquetil. E’ il record dell’ora assoluto, conquistato clamorosamente da un atleta dilettante. Questo risultato resisterà per un anno, quando sulla stessa pista milanese il francese Roger Riviére lo migliorerà di oltre mezzo chilometro.

Oltre a questo, Ercole coglie una decina di successi stagionali che lo collocano automaticamente tra i favoriti per la prova su strada alle Olimpiadi di Melbourne. A quell’epoca il ciclismo a cinque cerchi era ancora riservato ai non professionisti, e lo sarebbe stato fino alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Anche se la stampa concentra tutte le attenzione su di lui, Baldini non si scompone, dando prova ancora una volta di una grande umiltà: nessun proclama, nessun annuncio di vittoria. E’ un ragazzone tranquillo e riservato, che non perde occasione per dimostrare queste doti. Nei giorni precedenti la gara, gli atleti della squadra francese staccano ripetutamente Ercole durante gli allenamenti, convincendosi che un pistard del genere non potrà mai essere competitivo sul circuito di Melbourne.

Venerdì 12 novembre 1956 è il gran giorno: il percorso, costituito da 11 giri di 17 km ciascuno per un totale di 187 km, si snoda nella periferia della città australiana, costellata da una serie di saliscendi in grado di fare selezione. Dino Bruni, Aurelio Cestari e Arnaldo Pambianco completano la selezione azzurra, che si stringe attorno al Direttissimo di Forlì.  Il clima è torrido, con il sole che picchia sull’asfalto e sui corridori, aumentando ulteriormente il livello di difficoltà della gara. Al penultimo giro, su una delle salitelle che caratterizzano il tracciato, Baldini parte con il solito mix di potenza e rabbia agonistica, mulinando le gambe su ritmi impensabili. Niente e nessuno può privarlo della vittoria.

Arriva sul traguardo con 1’59” su un gruppetto di quattro atleti regolato in volata dal francese Arnaud Geyre, medaglia d’argento, e sul britannico Alan Jackson, che si deve accontentare del bronzo.

A Melbourne gli spettatori erano in maggioranza italiani. Dal podio li scorgevo abbracciarsi, rotolarsi, piangere di gioia. Sembrava che ognuno avesse vinto al Totocalcio. Rammento la cerimonia di premiazione. La bandiera tricolore che si alza ma l’Inno di Mameli che non arriva. Chissà. Forse il disco si era rotto o era andato perso. Pochi attimi di silenzioso imbarazzo degli organizzatori e poi, all’improvviso, fu la folla ad intonare il nostro inno nazionale.

Con queste parole il ragazzo romagnolo ricorderà la sua vittoria olimpica, un trionfo che sa di rivincita per decine di migliaia di nostri connazionali, emigrati in Australia per sfuggire alla miseria post-bellica. Un successo del genere, oltre ad esaltare la folla, conferma una volta di più il valore di Baldini, Ercole di nome e di fatto. Per l’anno successivo, poi, trova senza troppe difficoltà un contratto tra i professionisti, accasandosi alla gloriosa Legnano che fu di Gino Bartali. Prima però c’è tempo per un altro successo, visto che gli viene assegnato il Trofeo Gentil, considerato ai tempi il massimo riconoscimento per un ciclista.

Nel 1957 prende parte alla quarantesima edizione del Giro d’Italia, dominando la cronometro di Forte dei Marmi vinta alla media di 44,223 km/h, dove manda fuori tempo massimo una ventina di atleti. Caso straordinario per un neoprofessionista, chiude al terzo posto della graduatoria finale, a 5’59” dal vincitore Gastone Nencini, col quale peraltro ha in comune una peculiarità: la passione per la buona tavola. Sì, perchè almeno in questo il forlivese è un romagnolo a tutti gli effetti. Del resto, è raro che una persona nata nella terra degli strozzapreti, della piadina, della pasta al forno e delle tagliatelle disdegni i piaceri del palato.

Infatti, molti anni dopo il buon Ercole dichiarerà senza indugio che 

Già allora mangiavo il doppio degli altri, e ricorrevo anche a sotterfugi. Come schivare il controllo del commissario tecnico della nazionale, Proietti. Poi, finito l’allenamento, passavo dalla mensa ancora prima di salire in camera per il bagno.

19 Settembre 1956. Ercole Baldini al Vigorelli di Milano
19 Settembre 1956. Ercole Baldini al Vigorelli di Milano

Perlomeno durante i suoi primi anni di carriera, questa passione non lo penalizza eccessivamente. E’ vero che portare 80 kg di massa corporea sui passi alpini ed appenninici non è un’impresa facile. Ma è anche vero che quando il fisico in questione è dotato di una straordinaria esplosività allora tutto fila via liscio. E questo è proprio quanto succede a Baldini. 

Infatti, in quella sua prima stagione tra i professionisti si aggiudica il Giro di Romagna, il Giro del Lazio, il GP Lugano, il Campionato Nazionale ed il Trofeo Baracchi, cronometro a coppie disputata assieme a Fausto Coppi, il quale coglie in quest’occasione l’ultimo prestigioso successo della sua inimitabile carriera. E proprio con l’Airone di Castellania si fanno sempre più intensi i paragoni. I due sono troppo simili, caratterialmente e ciclisticamente, e pensare che Ercole sia il degno erede del Campionissimo, sembra un passaggio automatico. 

Nel 1958 il passistone di Forlì compie degli ulteriori, enormi passi in direzione del palmarès di Coppi, cogliendo una serie di successi straordinari. Inizia vincendo un paio di gare minori ad inizio stagione, per preparasi al meglio per il Giro d’Italia. Sono pochi gli addetti ai lavori che credono nelle reali possibilità del forlivese, ritenuto troppo “pesante” per poter tenere botta sulle salite ai vari Bahamontes, Gaul e Bobet. Il secondo giorno Baldini vince la cronometro Varese-Comerio: 26 km fatti su misura per Miguel Poblet, atleta di punta della Ignis di patron Borghi, che ha da quelle parti la sua sede storica. L’atleta spagnolo deve invece piegarsi alla forza del Direttissimo, che lo precede di 1’08”.

Le tappe successive, con gli impegnativi traguardi di Saint-Vincent e Superga, vedono emergere lo strapotere degli iberici, con Botella e Bahamontes che dominano incontrastati sulle ascese di quelle frazioni. Tuttavia, la forza di Ercole torna prepontemente alla ribalta nella seconda cronometro di quella corsa rosa, quando a Viareggio, in un circuito di 59 km, precede di quasi tre minuti il belga Jean Branckart. Dopo una serie di giornate tranquille, il romagnolo brilla nuovamente nella cronoscalata di San Marino, dove giunge sul gradino più basso del podio a poco più di 30” dall’Angelo della Montagna  Charly Gaul. 

Il giorno dopo, quindicesimo giorno di gara, è in programma la tappa che potrebbe decidere quel Giro: 249 interminabili chilometri dalla pianura di Cesena a Bosco Chiesanuova, sulle montagne veronesi. Baldini attacca sul tratto più duro della salita, ad una decina di chilometri dal traguardo, sfruttando appieno il successivo falsopiano: nessuno dei grandi scalatori presenti è in grado di resistere. All’arrivo precede Branckart di 32”, cogliendo quella che lui stesso definisce la più bella vittoria della sua carriera, ed indossa la maglia rosa, strappata al vicentino Giovanni Pettinati. Non ancora pago di trionfi, due giorni più tardi si impone d’autorevolezza anche a Bolzano, davanti a Louison Bobet e Nino Defilippis. Quel Giro d’Italia 1958, vinto indossando la maglia tricolore di campione d’Italia,  lo vede primeggiare con 4’17” su Branckart e 6’07” su Gaul.

Ma non è finita qui. Dopo qualche altro significativo squillo, come il successo al Trofeo Matteotti, le attenzioni di Ercole si focalizzano sul Campionato del Mondo. Quell’edizione si disputa sulle colline dello Champagne, attorno a Reims, in un percorso che ha la sua ascesa più dura nel Monte Calvario, un nome che è tutto un programma.

I favoriti della vigilia sono i fiamminghi Rik Van Looy e Rik Van Steenbergen, mentre gli azzurri, diretti da Alfredo Binda, schierano Fausto Coppi, Vito Favero, Nino Defilippis, Aldo Moser, Gastone Nencini, Arnaldo Pambianco, Alfredo Sabbadin e, per l’appunto, Ercole Baldini. Dopo appena due giri, il francese Louison Bobet attacca con decisione seguito a ruota da Nencini e dall’olandese Voorting. I belgi, presi di sorpresa da questa mossa inaspettata, non riescono a reagire, e le squadre più forti, avendo ciascuna un atleta di punta nella fuga, non hanno interesse a tirare.

Ercole Baldini sulla copertina di Epoca del 7 Settembre 1958
Ercole Baldini sulla copertina di Epoca del 7 Settembre 1958

Quando mancano la bellezza di 250 km al traguardo, sopraggiunge sui fuggitivi proprio Baldini, con la sua classica irruenza da rullo compressore. Una mossa irragionevole dal punto di vista tattico, visto che gli azzurri potevano già contare su un brillante Nencini tra i primissimi. Il toscano è il primo ad essere sorpreso dall’attacco del compagno, il quale però non esita a spiegare che

E’ stato Coppi a dirmi di entrare in questa fuga. Ha insistito. Io gli ricordato che c’eri già tu. Magari lui non ti aveva visto partire… Ma Coppi ha insistito.

Un italiano non può certo rifiutarsi di “obbedire” alle decisioni del Fausto nazionale. Nasce così una delle più grandi imprese della storia del ciclismo: il nostro forlivese stacca uno dopo l’altro tutti i suoi compagni d’avventura, giungendo con 2’09” sull’idolo di casa Bobet e 3’47” sull’altro francese Dedè Darrigade, al termine di una fuga dal sapore epico. Dopo tanti anni non si è ancora definitivamente chiarito il momento chiave di quel Mondiale: Coppi ha invitato Ercole all’attacco perchè fiutava l’impresa e ne voleva essere l’abile regista, o perchè voleva mandarlo allo sbaraglio, temendo che il giovane romagnolo, ormai “troppo” vincente, potesse oscurare la sua stella?

Lo stesso Defilippis, grande amico del campione di Castellania, non esclude la seconda ipotesi, ma in fondo quel dubbio permane ancora oggi. Tuttavia, il mistero più grande rimane sul motivo che ha impedito a Baldini, da quel giorno, di ripetersi su quegli altissimi livelli.

Infatti, il Campionato del Mondo di Reims è stata l’ultima grande vittoria della breve ma intensa carriera di Ercole Baldini, che d’improvviso perde il vizio di vincere, non riuscendo quindi ad eguagliare lo straordinario palmarès di Fausto Coppi.  Certo, la sfortuna ci ha messo del suo. Ad esempio, durante la primavera del 1959 viene operato d’urgenza per appendicite, compromettendo così una parte cruciale della stagione.

Quell’anno Ercole indossa sia la maglia iridata che quella tricolore, conquistata per la seconda volta consecutiva. Ma non riesce ad onorarle come ci si potrebbe attendere dal suo talento cristallino. Vince la tappa di Saint-Vincent al Tour de France, dove giunge sesto in classifica finale, ma ad oltre dieci minuti dalla maglia gialla Federico Bahamontes.

In compenso, il 9 novembre di quello stesso anno sposa, al Santuario della Madonna del Ghisallo, Vanda Beccari, sua fidanzata da lungo tempo. Nonostante la serenità sentimentale, negli anni successivi sente sempre più la fatica, dovendosi accontentare di un GP Nazioni, un altro Trofeo Baracchi, un Giro della Calabria e qualche altra corsa minore: troppo poco per un campione che era stato in grado, in tre stagioni, di diventare medaglia d’oro olimpica, di realizzare il record del mondo, e di vincere un Giro d’Italia ed un Mondiale, oltre a due campionati nazionali. Sulle salite delle corse a tappe la sua mole fisica, che in precedenza rappresentava la sua forza, è ormai diventata una croce, costringendolo a compiere sforzi abnormi per non perdere troppo terreno dai migliori.

Settimo al Giro e ottavo al Tour nel 1962, chiude la carriera con un secondo posto al Trofeo Baracchi, in coppia con Vittorio Adorni, il 4 novembre 1964, ad appena trentuno anni.

Per qualche anno lascia l’ambiente del ciclismo, dedicandosi ad un fruttuoso commercio di ceramiche con i paesi latinoamericani, per ritornare sulla scena delle due ruote come direttore sportivo alla Ignis e alla Bianchi, prima di essere nominato al vertice della lega dei corridori e, successivamente, collaboratore del presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale Hein Verbruggen.

Rimorsi per una carriera malgestita? Non troppi. A sentire lo stesso Ercole:

La verita’ e’ che mi sento benone, come ai tempi in cui correvo. Un uomo di 30 anni, dopo due mesi della vita che faccio io, con quel che mangio, bevo, guido, viaggio e lavoro in giardino, é finito.

Fonti

Giampiero Spirito, “Storie di medaglie gli ori olimpici italiani”, Edizioni Bolis, 1997.
Rino Negri, “Baldini, un Direttissimo al traguardo dei 65 anni”, Gazzetta dello Sport, 27/01/1998.
Marco Pastonesi, “Baldini, il Tour e gli stradisti piu’ matti dei pistard”, Gazzetta dello Sport, 11/02/1998.
Lamberto Righi, “Almanacco del ciclismo 2002”, Edimedia 2 Edizioni, 2002.
Beppe Conti, “Ciclismo storie segrete”, EcoSport, Milano, 2003.
Ciro Scognamiglio, “Quel Baldini che non ti aspetti”, Gazzetta dello Sport, 04/11/2003.
Giulio Mauri, “Vanda Beccari, moglie di Ercole Baldini, si è spenta dopo lunga malattia”, Pedale Tricolore, 02/11/2009.
“Sito ufficiale di Ercole Baldini”.

(Marco Regazzoni)

7 COMMENTS

  1. Una straordinaria meteora. Il suo problema fu certamente il peso e forse anche un’eccessiva intelligenza, che non fa quasi mai parte del bagaglio dei grandissimi campioni. Per certi versi anche nello sport vale il detto popolare “i pensieri non aiutano”.

  2. Sono assolutamente d’accordo: c’è anche da dire che comunque, a sentire le interviste rilasciate negli ultimi anni, non sembra eccessivamente “depresso” per le grandi occasioni buttate al vento, a differenza di qualche altro atleta che, dopo una serie di stagioni negative, ha ceduto anche a livello di testa.

  3. Appunto. Mentre invece molti grandissimi dello sport una volta terminata la carriera fanno pena. Gli esempi sono innumerevoli. Solo per citare l’ultimo, Schumacher, che appena smeso di correre non sapeva che fare e lo vedevi bighellonare sui vari circuiti di Formula 1 senza un ruolo preciso. D’altra parte bastava leggere qualche sua intervista quando correva per capire il personaggio. Morale della favola: l’unica soluzione è stata tornare a correre.

  4. il mio commento è la nostalgia che provo quando vedo questi video di un ciclismo che purtroppo non c’è più.sarei onorato di stringere la mano ad un campione come baldini anche se la sua carriera è stata di breve durata, perchè ciò che lui ha espresso con pochi anni di vittorie vale molto più di tanti altri corridori di più lunga durata. le sue vittorie sono sempre state entusiasmanti in un periodo nel quale il ciclismo abbondava di campioni.
    auguri a baldini campione tanto forte quanto umile
    michele migliore

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