7 maggio 1986: Helmuth Duckadam alza al cielo la Coppa dei Campioni.
7 maggio 1986: Helmuth Duckadam alza al cielo la Coppa dei Campioni.

Il mio sogno? Raggiungere una finale ed esserne il giocatore decisivo.

Spesso, ad un atleta, non è sufficiente un’intera carriera per fare in modo che il proprio nome venga stampato sugli almanacchi o celebrato dalle generazioni future, ottenendo quella che gli antichi greci chiamavano “gloria immortale“. Anni di fatiche, di gocce di sudore stillate, di duro allenamento, nell’ambizioso tentativo di superare i propri limiti, senza poi ricevere in cambio alcuna ricompensa. Lo sport racconta anche storie di autentici carneadi, ai quali è bastato un semplice gesto per entrare prepotentemente nella leggenda: una sola parata ma miracolosa, un solo gol però decisivo, una sola corsa eppure inarrestabile verso il trionfo. Questa è anche la storia di Helmuth Duckadam, portiere della Steaua Bucarest che ebbe la sua notte di gloria nel 1986, quando rese possibile una vittoria storica in Coppa dei Campioni per l’Est europeo.

Helmuth Duckadam nasce il 1° aprile 1959 a Semlac, nella parte sudorientale della Romania. Ma nelle proprie vene scorre sangue tedesco, come tradisce anche il nome di battesimo: i suoi genitori provengono, infatti, dalla Germania. E Semlac si trova nel Banato, una regione un tempo sotto l’influenza dell’Impero austriaco con un’alta percentuale di popolazione con origini e madrelingua tedesche. Destino comune a molti altri colleghi di ruolo, Duckadam diventa portiere per scelta altrui. Anche se lui vorrebbe giocare come attaccante, già in tenera età mostra un fisico imponente, e viene, suo malgrado, dirottato tra i pali. Questa decisione, tuttavia, non gli dispiace affatto e sogna di calcare le orme dell’inglese Gordon Banks, suo idolo d’infanzia. 

La sua carriera ha inizio nella Semlacana Semlac, squadra della sua città natale, per poi proseguire nelle giovanili di Sport Gloria e UTA, due formazioni di Arad, principale città dell’omonima contea. Ed è esattamente quaggiù che Duckadam viene definitivamente lanciato nel calcio professionistico: prima debutta nella Divizia C, difendendo la porta del Constructorul, poi a 19 anni viene richiamato dall’UTA, per esordire nel massimo campionato rumeno. Divenuto il titolare, Duckadam vede schiudersi le porte della nazionale. Viene dapprima convocato nell’Under 21 di Viorel Mateianu e, successivamente, nella nazionale maggiore allenata da Mircea Lucescu, con cui colleziona due presenze. In Romania non è più un illustre sconosciuto, e così nel 1983 giunge puntuale la chiamata della Steaua Bucarest, la squadra del Ministero della Difesa, uno dei più prestigiosi club del paese. E nella capitale Duckadam non si limita, comunque, a conquistare due scudetti ed una coppa nazionale. Arriva dove nessuna squadra dell’Europa orientale era mai riuscita prima.

7 maggio 1986. Pochi giorni dopo il disastro nucleare di Cernobyl, allo stadio “Ramón Sánchez Pizjuán” di Siviglia va in scena la finale di una Coppa dei Campioni, orfana delle squadre inglesi, in seguito alla tragedia dell’Heysel. Una finalista è il Barcellona di Terry Venables, giustiziere della Juventus campione in carica ai quarti di finale, e giunto all’appuntamento in Andalusia dopo aver eliminato ai rigori gli svedesi del Göteborg. L’altra è la sorprendente Steaua Bucarest, allenata da Emerich Jenei, capace di costruire un solido impianto di gioco, e che ha in Bölöni, Belodedici, Lăcătuş e Piţurcă le proprie colonne portanti.

L’esito sembra piuttosto scontato: superiore sul piano tecnico, il Barcellona può far leva anche sul calore dei propri sostenitori, non solo per la scelta di una città spagnola quale teatro della finale. Siamo ancora in epoca di Guerra Fredda, e ai tifosi dei paesi del blocco sovietico vengono imposte restrizioni sulle trasferte all’estero. Ai pochi rumeni presenti sugli spalti replica una gigantesca macchia azulgrana. Jenei è consapevole dei limiti dei propri giocatori rispetto al blasonato avversario, ma anche delle loro virtù.

Duckadam è un’autentica sicurezza tra i pali: è alto, agile, sicuro nelle uscite e dotato di senso della posizione. La tattica è la stessa che ha consentito ai rumeni di arrivare in finale: praticare un calcio attendista ed ostruzionista, volto ad irretire le trame di gioco della squadra rivale, ed agire di rimessa. La strategia funziona. E, nonostante il dispiegamento di ben tre attaccanti, Marcos Alonso, Archibald e Carrasco, i catalani sbattono a più riprese contro il muro eretto dagli uomini di Jenei. La difesa della Steaua resiste caparbiamente, guidata con sagacia tattica da Belodedici. Mentre sull’altro fronte Schuster, protagonista di un “derby tedesco” (etnicamente parlando) con Duckadam, delude ampiamente le attese. L’incontro, noioso, scivola via privo di grandi sussulti per centoventi minuti: è la prima volta che nell’atto finale della Coppa dei Campioni non si segna nemmeno una rete. L’agognato trofeo viene assegnato ai calci di rigore che, in semifinale, hanno premiato proprio il Barcellona ai danni del Göteborg.

I primi esiti dal dischetto sembrerebbero confermare l’ipotesi che il pubblico di Siviglia stia assistendo ad una partita stregata. Ad iniziare la serie è il rumeno Majearu. Ma la sua conclusione è piuttosto centrale e debole, e Urruticoechea respinge senza problemi. Alexanko è il primo tra i catalani a battere il calcio di rigore. Duckadam si sistema con molta tranquillità sulla linea di porta, lasciandosi alle spalle una curva che trabocca di tifosi avversari. Il centrale difensivo dei Paesi Baschi sceglie l’angolo opposto rispetto a Majearu, e calcia a mezza altezza. Duckadam interviene addirittura a due mani ed allontana il pallone.

A calciare il secondo penalty in favore della Steaua è il mancino Bölöni: la sua esecuzione è il negativo di quella del compagno di squadra che l’ha preceduto. Urruticoechea salva nuovamente, aiutato dalla mediocre mira dei rigoristi rumeni. Scampato ancora una volta il pericolo, il Barcellona prova adesso a rompere gli equilibri con Pedraza. Il centrocampista indirizza il pallone nell’angolo basso alla destra di Duckadam, che si distende e respinge, mantenendo inalterato il risultato.

La sfida tra Barcellona e Steaua diventa, adesso, un inatteso duello a distanza tra i rispettivi estremi difensori. Al terzo tentativo i rumeni riescono a far centro con una staffilata di Lăcătuş, che colpisce la parte inferiore della traversa e poi finisce in rete. Rispondono i catalani, presentandosi con Pichi Alonso, entrato nel corso della partita in sostituzione di un deludente Archibald. Il centravanti calcia con la convinzione che Duckadam, dopo due rigori tirati alla sua destra, si tufferà a sinistra. Il numero uno rumeno sembra quasi leggere il pensiero del proprio avversario, e vola ancora in quella direzione, bloccando addirittura il pallone. 

I giocatori della Steaua, ora, appaiono liberati di un pesante fardello: Balint mette a sedere Urruticoechea, e porta sul doppio vantaggio la squadra di Jenei. Adesso quel portiere con i baffi è diventato improvvisamente un gigante, molto più imponente del suo metro e settantacinque di altezza. E la porta da lui presieduta sembra farsi sempre più piccola. Il pallone che Marcos Alonso si appresta a colpire scotta: in caso di errore, sarà lo Steaua ad alzare la coppa con le orecchie.

L’unico dubbio l’ho avuto sul quarto rigore: tirerà ancora alla mia destra o sceglierà la sinistra?

Marcos prova a cambiare angolo rispetto ai compagni di squadra. Ma la sua decisione si rivela infelice: Duckadam scioglie i suoi dubbi gettandosi dalla parte giusta. Ancora una volta la conclusione è tutt’altro che impeccabile, e viene nuovamente respinta. Quattro rigori, quattro parate. Il gigante della Steaua esulta prendendo tra le mani il pallone Tango e, mentre corre festoso verso i compagni, se lo getta alle spalle circondato da un gelido silenzio.  É l’istantanea della clamorosa sconfitta del Barcellona ad undici passi dalla conquista dell’unico trofeo continentale che ancora manca nella bacheca.

Il sogno di Duckadam, invece, diventa realtà: la sua firma sulla vittoria della Steaua si legge in maniera nitida. Il trionfo dei campioni rumeni coincide con il primo successo di una squadra dell’Est nella regina delle coppe europee. Al rientro in patria la squadra viene accolta da oltre 20mila tifosi ebbri di gioia. Duckadam viene prontamente ribattezzato dalla stampa Eroul de la Sevilla, ovvero l’eroe di Siviglia. Il “Corriere dello Sport”, il giorno dopo la finale, esagera: “Superman esiste” recita il titolo in prima pagina. Improvvisamente, Duckadam diventa uno dei portieri più corteggiati del Vecchio Continente. Mai nessuno, prima di lui, era stato in grado di neutralizzare ben quattro rigori consecutivi in una finale di Coppa dei Campioni.

Duckadam esulta dopo aver parato il rigore decisivo
Duckadam esulta dopo aver parato il rigore decisivo

L’estremo difensore di origini tedesche è oramai una celebrità in Romania. È iscritto alla facoltà di ingegneria aeronautica all’università della capitale, e non passa giorno in cui non venga braccato da qualche tifoso nel cortile dell’ateneo. E non esita a manifestare la sua avversione nei confronti del regime di Niculae Ceauşescu. La sua popolarità ha raggiunto vette talmente elevate da far parlare di un interessamento da parte del Manchester United di Alex Ferguson. Sembrano i prodromi dell’inizio di una carriera scintillante. Eppure quei voli nella tiepida notte andalusa diverranno il suo canto del cigno.

12 giugno 1986: è trascorso poco più di un mese dal trionfo di Siviglia. Duckadam si trova a casa dei genitori ad Arad. E improvvisamente, mentre gioca in giardino con i figli Robert e Brigitte, avverte una lacerante fitta al braccio destro dopo una caduta, e si accascia al suolo. Problemi di circolazione. Viene ricoverato d’urgenza a Bucarest, e dopo essere stato sottoposto ad un’operazione di ben sei ore, gli viene diagnosticata una trombosi che potrebbe stroncare la sua ascesa nel grande calcio europeo. Ma, allo stesso tempo, viene scongiurata l’ipotesi di amputazione dell’arto. Quelle mani, che avevano regalato una storica Coppa dei Campioni alla Romania, sono gravemente deformate, e difficili da muovere.

Ma la versione della trombosi non convince tutti. Si vocifera che Duckadam sia stato colpito da una fucilata durante una battuta di caccia. E si arriva poi ad insinuare che abbia un’arteria di plastica. In Romania inizia frattanto a circolare la voce che l’infortunio occorso a Duckadam sia il risultato di una ritorsione politica.

La leggenda vuole che il re Juan Carlos in persona, tifoso del Real Madrid, avesse deciso di omaggiare il portiere rumeno per aver impedito agli acerrimi rivali catalani di mettere le mani sulla Coppa dei Campioni. Il premio era una Mercedes nuova di zecca. Però Duckadam dichiarò in un’intervista a Roberto Beccantini:

Non era vera quella storia. In realtà l’unica automobile che ricevetti fu una Dacia, di fabbricazione rumena. Ed assieme a duecento dollari, fu tutto il premio per la vittoria in Coppa dei Campioni.

L’eroe di Siviglia rifiuta il generoso dono del monarca spagnolo. Ma, inconsapevolmente, scatena le ire di Valentin Ceauşescu, figlio adottivo del dittatore e presidente onorario della Steaua, che avrebbe preteso per sé la fuoriserie tedesca. In tutta risposta, una spedizione punitiva a colpi di bastone di miliziani della Securitate, la polizia segreta rumena, avrebbe messo fuori causa quelle mani che avevano fatto la fortuna di Duckadam e del club della capitale.

Il diretto interessato smentisce, senza tuttavia mai metterle definitivamente a tacere, tali dicerie:

Tutti mi dissero: è stato Valentin. No. No, fu lui, fu Nicu, suo fratello. Io mai ebbi un problema con Valentin. Per lui il calcio era tutto. Nicu era geloso, gelosissimo. Non sopportava l’idea che qualcuno fosse più popolare di lui. E Valentin, dopo quello che accadde a Siviglia, lo era. Come me, e come il resto della squadra.

La sua carriera è giunta amaramente al capolinea. E la Steaua ripiega su Lung, portiere dell’Universitatea Craiova. Scaricato dal grande calcio, Duckadam ricomincia lontano dai riflettori e dalle prime pagine dei giornali: un club di terza divisione, il Vigonul Arad, lo chiama nel ruolo di vicepresidente. Festeggia la promozione ricoprendo questo incarico inedito. Ed il 28 settembre 1989 torna nuovamente in campo in un incontro della Coppa di Romania. Tanto per non smentire la fama di cui si era circondato, Duckadam para due rigori, consentendo alla squadra di trionfare 4-2. Ma è solo un fuoco di paglia: nel 1991 annuncia il ritiro dal calcio agonistico. Con un duplice rammarico: non aver potuto disputare la Coppa Intercontinentale a Tokyo e la Supercoppa Europea a Montecarlo, e non aver potuto giocare in un campionato estero, indicando Italia e Spagna quali mete preferite. Purtroppo, la stella più luminosa della magica notte di Siviglia è stata solo una cometa.

Helmuth Duckadam oggi
Helmuth Duckadam oggi

Una volta chiuso con il calcio giocato, Duckadam sogna di aprire una scuola di portieri. Ma deve, suo malgrado, accantonare l’idea per la carenza di disponibilità economica. Nel frattempo viene cacciato dall’esercito ed entra a far parte del corpo di Polizia di Frontiera rumena nella sua città natale, Semlac, dove svolge anche l’attività di osservatore per la Steaua.

Si avvicina frattanto alla politica, divenendo consigliere di Georgiu Gingaras, ministro dello sport rumeno. Nel 2003 riesce ad ottenere un visto per gli Stati Uniti e decide di trasferirsi a Phoenix, in Arizona, assieme alla moglie ed alla figlia. Ma, come dichiara in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il suo sogno resta quello di allenare i giovani portieri.

In quello stesso anno Duckadam rimette piede a Siviglia, nello stadio che lo aveva visto protagonista diciassette anni prima.  È tra gli ospiti d’onore alla finale di Coppa UEFA tra il Celtic Glasgow ed il Porto di José Mourinho. E, solo una settimana dopo, a Manchester viene assegnata la Coppa dei Campioni, in una finale tutta italiana tra Juventus e Milan: dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari e supplementari, si va ai rigori. Il rossonero Dida ne para tre su cinque, lo juventino Buffon si limita a due. Duckadam se la ride sotto i baffi: il suo record rimane ancora imbattuto.

Recentemente è stato ambasciatore della Champions League Trophy Tour, un’iniziativa promossa dal gruppo Unicredit, tra gli sponsor della competizione. Partito da Milano il 16 settembre e conclusosi il 19 ottobre, il tour ha toccato alcune capitali dell’Est europeo, come Zagabria, Bucarest, Budapest e Sofia. In ogni città “la coppa dalle grandi orecchie” è stata esposta nella piazza principale, accompagnata da una mostra con tanto di cimeli, filmati e fotografie. Nella capitale rumena non poteva mancare Duckadam: ventitré anni dopo la gloriosa notte di Siviglia, il portiere con i baffoni rivede quella coppa di cui era stato l’artefice. E la può nuovamente alzare al cielo con le sue mani. Quelle mani che, tra il trionfo e la sfortuna, sono state il simbolo della sua carriera.

Fonti

“Duckadam, el guardameta ‘aleman’ del Steaua”, El Mundo Deportivo, 04/05/1986.
Filippo Grimaldi, Giovanni Battista Olivero, “Ducadam eroe di una notte”, La Gazzetta dello Sport, 10/12/2002.
Paolo Tomaselli, “Ducadam ora para l’America”, Corriere della Sera, 09/07/2003.
Massimo Donaddio, “Parte da Milano il Trophy Tour della Champions League”, Il Sole 24 ore, 16/09/2009.
“Champions of Europe” (collana), La Gazzetta dello Sport.

(Simone Pierotti)

1 COMMENT

Comments are closed.