Willie Anderson faccia a faccia con Buck Shelford sfida l'haka degli All Blacks
Willie Anderson faccia a faccia con Buck Shelford sfida l'haka degli All Blacks

18 novembre 1989, Dublino, una giornata grigia e uggiosa. Lansdowne Road ospita i leggendari All Blacks: alla mediana Graeme Bachop e Grant Fox, tallonatore Sean Fitzpatrick, capitano Wayne Thomas Shelford, detto “Buck”. Una leggenda umana, capitano fisso dei neozelandesi da due anni, capace di rientrare in campo dopo aver perso quattro denti ed essersi fatto ricucire lo scroto aperto da una tacchettata. I padroni di casa sono gli irlandesi, con Brendan Mullin al suo ultimo cap tra i centri, Nick Popplewell al suo esordio per i greens con la maglia numero uno e una seconda linea leggendaria, formata da Donal Lehinan e dal nordirlandese Willie Anderson.

Willie Anderson: i suoi baffi sono un tributo al suo idolo, il numero otto gallese Mervyn Davies; il suo più chiaro ricordo rugbistico la partita tra Irlanda e All Blacks del 1973, quando il XV del trifoglio costrinse la Nuova Zelanda di Ian Kirkpatrick a uno storico 10-10; il suo sogno più grande quello di giocare con la maglia verde della sua nazionale. Ora di quella nazionale è capitano, per la prima volta, e di fronte a lui gli All Blacks, guidati da Shelford, inscenano la haka. Gli irlandesi sono schierati ordinatamente lungo la linea di centrocampo, a testa alta, quando lentamente Willie Anderson comincia ad avanzare. Una mossa decisa il giorno precedente con l’allenatore Jimmy Davidson, e accettata da tutti i compagni: sfidare la danza di guerra neozelandese, andandole incontro a testa alta. Gli irlandesi non arretrano di un passo, accettano la sfida lanciata dagli All Blacks, senza nemmeno abbassare lo sguardo, infiammando l’atmosfera e i cinquantacinquemila tifosi venuti ad assistere al test match. Willie Anderson e Buck Shelford si ritrovano faccia a faccia. La BBC commenterà: “Trovarsi naso a naso con Buck Shelford e sopravvivere non è cosa da poco”. Al termine del match, Anderson spiegherà le motivazioni dietro alla sua decisione: “Quando gli All Blacks fanno la haka, tutto il pubblico li applaude. Noi volevamo raccogliere la loro sfida ed essere applauditi a nostra volta”.

Wayne "Buck" Shelford, capitano della Nuova Zelanda
Wayne "Buck" Shelford, numero otto e capitano della Nuova Zelanda

La scarica di adrenalina ispirò gli irlandesi, che giocarono al di sopra delle proprie possibilità, combattendo strenuamente. Il risultato fu tutt’altro che favorevole. Gli All Blacks si imposero 23-6 grazie alle mete dell’estremo John Gallagher, dell’ala Terry Wright e dello stesso Shelford, mentre gli irlandesi andarono a segno solo con due piazzati di Brian Smith. Anderson, però, è tutt’ora convinto: “La squadra giocò bene e, nonostante la pesante sconfitta, penso ne sia valsa la pena: l’atmosfera di quella partita fu splendida”. Il gesto non mancò di sollevare polemiche, dissipate dalle dichiarazioni di Shelford nel dopopartita. “La haka è una sfida, e loro l’hanno semplicemente accettata”, disse e, quando i giornalisti gli chiesero se avesse avuto paura, aggiunse: “Ero assolutamente pietrificato. Avevo il terrore che Willie Anderson mi avrebbe baciato”. E Willie Anderson? Willie Anderson non aveva paura. Quella sera, al discorso che tenne nel terzo tempo, parlò dell’importanza di tenere le cose nella giusta prospettiva. Lui, nordirlandese, aveva perso un caro amico nei Troubles pochi giorni prima, e disse ai suoi compagni ed avversari che, nonostante l’obbiettivo di tutti i presenti a quella cena fosse di ottenere successi nel rugby, la vita era fatta anche di altre cose.

Anderson tenne la vera paura per altri momenti, come quando nel 1980, in Argentina, durante un tour con la selezione ad inviti dei Penguins, sei uomini entrarono nella sua stanza di albergo armati di mitragliatrice. “Qualcuno in questa stanza ha una bandiera argentina”, intimarono. Anderson restituì immediatamente la bandiera: l’aveva vista pochi minuti prima all’esterno dell’albergo e, incantato dai colori e dalla bellezza della bandiera e in vena di una bravata, l’aveva rubata. “Mi dispiace”, si scusò, ma gli fu immediatamente risposto che essere dispiaciuti non era abbastanza in quella situazione: il vero crimine di Anderson era quello di avere un passaporto britannico. Era l’Argentina del regime militare, la cui tensione nei rapporti con il Regno Unito sarebbe presto sfociata nella guerra delle Falklands, e il seconda linea era accusato di aver vituperato la bandiera argentina. Le guardie lo scortarono in prigione. Due giocatori irlandesi, i centri David Irwin e Frank Wilson, si offrirono di accompagnarlo per dargli supporto morale: entrambi furono incarcerati per tre settimane.

Il furto della bandiera ebbe un effetto mediatico smisurato: le prime pagine parlavano tutte del giocatore nordirlandese e la stampa di regime diede una connotazione imperialistica alla bravata di Anderson. Il giocatore venne denudato, perquisito e sottoposto a interrogazioni e punizioni degradanti. Raccontò di essersi trovato una pistola puntata alla testa e di esser stato gettato in una cella angusta che non era stata ripulita dagli escrementi dei suoi precedenti occupanti. Due o tre generali dell’esercito richiesero la pena capitale, pur se non prevista dalla legislazione argentina, altri vollero assicurarsi che Anderson scontasse almeno dieci anni ai lavori forzati. La famiglia del giocatore, supportata dalla solidarietà di molti giocatori di rugby, dovette sostenere diecimila sterline di spese legali. L’unica consolazione fu la presenza di Irwin e Wilson. Presto i tre giocatori entrarono in contatto con due coreani. Irwin insegnò ad Anderson a giocare a scacchi e, nel carcere argentino, organizzarono i loro personali Campionati del Mondo di Scacchi: Corea del Sud contro Irlanda del Nord. Dopo tre settimane Irwin e Wilson furono rimandati a casa, in quello che Anderson ricorda come il giorno in cui si sentì più solo in vita sua. Dovette aspettare quasi altri tre mesi prima di essere processato e rilasciato. L’episodio ebbe un peso anche sulla sua carriera rugbistica, ritardando la sua prima convocazione in nazionale: il suo primo cap per l’Irlanda sarebbe arrivato quattro anni dopo, all’età di 29 anni.

Il generale Leopoldo Galtieri, comandante della <en>junta militare</i> ai tempi dell'incarcerazione di Willie Anderson. L'anno successivo sarebbe diventato presidente e dittatore dell'Argentina, trascinando la nazione nella Guerra delle Falklands
Il generale Leopoldo Galtieri, comandante della junta militare ai tempi dell'incarcerazione di Willie Anderson. L'anno successivo sarebbe diventato presidente e dittatore dell'Argentina, trascinando la nazione nella Guerra delle Falklands

Nonostante la sua carriera internazionale fosse iniziata tardi, Anderson non mancò di lasciare il proprio marchio in nazionale. Esordì nel novembre 1984 contro l’Australia al Lansdowne Road. In quella partita provò il brivido più forte che avesse mai provato su un campo da rugby, sentendo l’inno nazionale della Repubblica di Irlanda. Quando riferì l’emozione provata alla stampa, stupì molte persone: come poteva un protestante nordirlandese commuoversi all’inno nazionale della Repubblica? Nei suoi 27 caps tra seconda e terza linea capitanò per tre volte la nazionale (“Essere scelto come capitano fu l’onore più grande”). Partecipò alla Coppa del Mondo del 1987, segnò la sua unica meta internazionale contro la Romania nel 1986 e fu tra i protagonisti del successo nel Cinque Nazioni del 1985 (l’ultimo prima di 24 anni di digiuno), corredato anche dalla prestigiosa Triple Crown. Sarebbero passati 24 anni prima che i greens . La Scozia fu battuta a Murrayfield 18-15, il Galles capitolò 21-9 all’Arms Park, mentre gli inglesi visitarono il Lansdowne Road all’ultima giornata, uscendone sconfitti 13-10. L’unica squadra in grado di fermare gli irlandesi fu la Francia. Al Lansdowne Road i galletti ottennero un pareggio 15-15, contrastando i calci di Mike Kiernan con le mete di Patrick Estève e Didier Codorniou e i punti al piede di Jean-Patrick Lescarboura. Quel giorno l’avversario diretto di Anderson era il seconda linea Jean Condom. Uno striscione, tra il pubblico di Dublino, recitava: “Our Willie is bigger than your Condom” ((Gioco di parole fondato sui termini Willie (termine inglese che indica l’organo maschile) e Condom (preservativo): “Il nostro Willie è più grande del vostro Condom”. Non fu l’unico caso in cui Condom fu l’oggetto di tali giochi di parole: quando, in una partita contro il Marlborough, fece passare un pomeriggio d’inferno al neozelandese Jim Love (ora tecnico del Viadana), i giornali titolarono “Condom frustrates Love”, con l’evidente doppio senso di “frustrare Love” e di “frustrare l’amore”.)).

Fonti

John Scally, Legends of Irish Rugby – Forty Golden Greats, Mainstream Publishing, 2005.
John Kennedy “The Sporting Dimension to the Relationship between Ireland and Latin America”.
“Ireland International Teams – Results, Scorers, Dates and Venues 1874 to June 1999”, irishrugby.ie.
Il report della partita dal sito www.allblacks.com.
“1980 Argentina”, Penguin International Rugby Football Club.
“Anderson bucks the trend”, 15/11/2001, BBC Sport.

Grazie a Willie Anderson, per aver visionato e dato la propria approvazione a quest’articolo.

Damiano “Billie” Benzoni

2 COMMENTS

  1. Bel pezzo e gran bella storia. Nota a parte per lo striscione che chiude: ma allora è proprio vero che gli irlandesi sono i napoletani del Regno Unito!

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