Giovanni Gerbi in sella ad uno dei primi velocipedi.
Giovanni Gerbi in sella ad uno dei primi velocipedi.

In un pomeriggio del giugno 1791, in una Parigi appena tornata capitale dell’agonizzante Regno di Francia, il conte Méde de Sivrac attraversa i giardini del Palazzo Reale a bordo di un rudimentale attrezzo di legno dotato di due ruote. Niente sterzo, niente catena e niente copertoni, ma è comunque il primo prototipo di quello che inzialmente viene chiamato celerifero o velocipede, quindi draisina, poi bone-shaker e infine bicicletta.

Gradualmente, questo innovativo mezzo di trasporto si diffonde fra tutti gli strati della società, non limitandosi solo agli aristocratici, perchè, come scriverà poi Alfredo Oriani,  è utile per

andarasene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in un treno.

Nel corso degli anni il velocifero viene costantemente innovato e perfezionato. Il passaggio più importante è l’invenzione delle camere d’aria al posto delle gomme piene, realizzata nel 1887  dal veterinario scozzese John Boyd Dunlop, in seguito fondatore dell’omonima società produttrice di pneumatici. Dalla metà   del XIX secolo si inizia a parlare dello “sport della bicicletta”, ovvero il ciclismo. Su mezzi ancora grezzi, attraversando strade di sassi e pietre, i pionieri di questa disciplina si sfidano nelle primissime gare.

La prima corsa in assoluto è il Gran Premio di Amiens, corso nel 1865, mentre quattro  anni più tardi si creano i primi club ciclistici, ovvero il Velo Club Londinese e il Velo Club Parisien.  Anche in Italia la passione per il nuovo sport dilaga, e la prima gara disputata è la Firenze-Pistoia nel 1870 seguita dalla Milano-Torino nel 1876.  

Tra le grandi Classiche, quella più antica che si disputa ancora oggi è la Liegi-Bastogne-Liegi, inaugurata nel 1892 e per questo motivo soprannominata la Doyenne, ovvero la decana.

Assieme alle gare, emergono anche i primi corridori che godono di una fama crescente.  Ma considerando l’epoca storica, si può ben comprendere come non esistano molti documenti in grado di testimoniare le storie di tutti gli atleti e delle competizioni di quel periodo. E se i più grandi della “preistoria del ciclismo”, come Giovanni Gerbi e Luigi Ganna, hanno vinto talmente tanto da essere ricordati nel corso dei decenni, di altri corridori si è persa ogni traccia, riducendoli spesso ad un semplice nome e cognome, senza sapere nulla della loro vita personale e sportiva.

Per questo motivo proponiamo di seguito le storie di due atleti agli antipodi. Da un lato Maurice Garin, ancora celebre come primo vincitore del Tour de France; dall’altro un certo Félix Damelincourt, sul quale non si conosceva assolutamente nulla, fino a che un ricercatore sportivo svizzero, soprannominato Calumet, ha scoperto alcuni dettagli della sua biografia.

Maurice Garin

garin1
(3/03/1871, Arvier, Italia – 19/02/1957 Lens, Francia)

Sul finire dell’Ottocento il grande sviluppo originato dalla rivoluzione industriale aveva reso indispensabile l’utilizzo del carbone come principale combustibile. E proprio grazie a questo si era realizzato sia un miglioramento delle tecniche di riscaldamento, che una generale crescita dei livelli produttivi delle fabbriche, e dunque camini e ciminiere continuavano a spuntare come funghi.

In questo contesto l’antico mestiere dello spazzacamino, il manuntentore ante litteram delle canne fumarie,  ritornava in auge in quegli ultimi anni dopo un lunghissimo periodo di stasi. Era una professione per nulla gratificante, spossante, malsana e scarsamente retribuita. Era perciò inevitabile che questo lavoro interessasse i figli di famiglie poverissime, tanto meglio se agili ed esilissimi, come i moderni speleologi,  e Maurice Garin era uno di loro.

Maurice Garin nasce da una famiglia di contadini il 3 marzo 1871, quarto di nove figli, in una frazione di Arvier che porta il nome della sua famiglia, Chez les Garin, adagiata fra il Gran Paradiso e la Dora Baltea. La desolante povertà che attanaglia gli strati più bassi della popolazione fa sì che il tredicenne Maurice si trasferisca oltralpe, forse venga “venduto” ad uno spazzacamino locale in cambio di una forma di formaggio, ma più probabilmente emigrato insieme alla famiglia. Inizia la dura vita dell’emigrante, a fare il ramoneur, ovvero a spazzare i camini della Savoia francese.

A quindici anni va a Reims, nelle Ardenne, ancora più lontano dalle montagne valdostane fra le quali era nato e cresciuto. Quindi un’esperienza in Belgio e il trasferimento definitivo a Maubeuge, pochi chilometri da Calais, dove lo raggiunge il resto della sua famiglia rimasta orfana del padre. Lui e i fratelli Ambroise (1875) e Claude-César (1879) iniziano a correre in bicicletta. Il ciclismo conosce in quegli anni i suoi primi, duri ed a volte drammatici inizi, ma, nonostante le enormi difficoltà che incontra, viene già visto come una possibilità per fuggire dalla miseria.

garin1897

Per lungo tempo si è creduto che Garin, una volta compiuti i 18 anni, avesse optato per la cittadinanza francese: in realtà, documenti ritrovati nel dicembre 2004 da Franco Cuaz, ex presidente della Società Autostrade Valdostane e autore di una dettagliatissima biografia sullo stesso Garin, intitolata “Maurice Garin, il ciclismo di un secolo fa“, dimostrano come lo spazzacamino sia stato naturalizzato solo all’età di trent’anni, il 21 dicembre 1901.

Nel 1895 coglie la sua prima vittoria, nella Guingamp-Morlaix-Guingamp, mentre l’anno successivo è la volta della Parigi-Mons, competizione franco-belga che all’epoca rivestiva una certa importanza. Piccolo particolare: il ciclismo, a cavallo fra i due secoli, non era ancora organizzato in squadre, dunque le corse si svolgevano sempre secondo l’implacabile e selvaggia regola, tipica anche di certe azioni belliche, dell'”omnia contra omnes“, ovvero tutti contro tutti.

Inizia il 1897 trionfando nella Parigi-Cabourg, ma è il 18 aprile che compie il primo capolavoro della sua carriera, aggiudicandosi la Parigi-Roubaix alla quale era giunto terzo nella precedente nonchè prima edizione. Una corsa che ancora oggi mette i brividi e che all’epoca si snodava su 280 km di sassi, pavè e fango, con biciclette che pesavano almeno 12/16 kg, e spessissimo caratterizzate da un solo freno.

Ripete l’impresa nel 1898, mentre nel 1900 si deve accontentare del terzo posto. In quel ciclismo pionieristico, Garin si contraddistingue per una resistenza fuori dal comune: conferma di ciò è la sua vittoria nella Parigi-Brest-Parigi, una corsa che si snoda lungo 1200 chilometri, coperti dallo Spazzacamino in 52h11’01”, infliggendo distacchi di oltre due ore agli avversari.

Ottenuta la cittadinanza francese, questo atleta dagli ottocenteschi baffoni a manubrio, ma con un’incredibile forza fisica, che gli avrebbe permesso di essere competitivo anche vent’anni dopo, non smette certo di vincere. Si aggiudica la Parigi-Bordeaux del 1902, una competizione che si articola mediamente su “soli” 550 km. Lui, con misure da fantino, 162 cm per 63 kg, si dimostra capace di lottare per la vittoria anche in quella che poi diventerà la corsa a tappe simbolo del ciclismo: il Tour de France, frutto della geniale intuizione di Henri Desgrange che ne sarà lo storico patron per trentasei anni. Siamo nel 1903, è la prima edizione della Grande Boucle che propone sei tappe di circa 400 km cadauna ad un intervallo medio di tre giorni fra una frazione e l’altra: Garin mette le cose in chiaro sin dal primo traguardo di Lione, dove si impone con un minuto scarso su Pagie ma quasi 35′ su Georget, terzo classificato.

Nelle tre tappe successive si difende senza problemi, per tornare a scatenarsi nelle giornate conclusive. Infatti, si impone in uno sprint ristretto a Nantes, e due giorni dopo vince per distacco anche il finale di Parigi. Maurice Garin conquista il primo Tour della storia avendo coperto i 2428 km in 94h33’14”, alla media di 26.450 km/h: il secondo classificato, Lucien Pothier, è a tre ore di distacco.

Nel 1904 si prepara a vincere anche la seconda edizione della grande corsa, che assume però dei contorni drammatici. Nella tappa che porta il plotone verso Saint-Etienne parte un attacco di Alfred Faure, un corridore locale. Approfittando del buio della notte, un gruppo di facinorosi attacca a suon di bastonate, pugni, calci e lanci di sassi il gruppo all’inseguimento: il Diavolo Rosso Giovanni Gerbi si ritrova le dita di una mano spezzate, lo stesso Garin si rompe un braccio ma nonostante ciò prosegue la sua avventura. La frazione viene inesorabilmente annullata, ma anche nei giorni successivi si ripete questo genere di incidenti.

È bene ricordare che il Tour de France in quegli anni rappresentava una splendida vetrina per far venire a galla conflitti politici e mai sopite rivalità fra paesi e città, oltre ai primi, sporadici conflitti economici legati alle marche di biciclette. Nonostante questa sorta di “attentati”, lo Spazzacamino arriva a Parigi in maglia gialla aggiudicandosi così il suo secondo Tour de France grazie all’aiuto dell’amico-rivale Pothier e del fratello César. Lo strascico giudiziario che segue quest’edizione così controversa rivoluziona però la classifica. A novembre, gli atleti classificati dal primo al quarto posto vengono squalificati per aver preso il treno nel tentativo di aumentare il vantaggio sui rivali, una vicenda mai del tutto chiarita.

Maurice Garin con il figlio: si preparano sotto gli occhi dell'allenatore.
Maurice Garin con il figlio: si preparano sotto gli occhi dell'allenatore.

Garin viene squalificato per due anni, annunciando il proprio ritiro dall’agonismo. Tenterà un clamoroso ritorno alla soglia dei quarant’anni, ottenendo un decimo posto nella leggendaria Parigi-Brest-Parigi. Con una vita sentimentale decisamente instabile (si sposa per ben quattro volte), Le Petit Ramoneur sbarca il lunario con una serie di attività imprenditoriali, come un piccolo spaccio di bottiglie e biciclette, per poi sistemarsi gestendo una pompa di benzina a Lens fino al 1944, anno in cui il suo luogo di lavoro viene seppellito dalle bombe alleate.

Muore il 18 febbraio 1957, sempre in questa località della Francia settentrionale, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. Il giornalista e scrittore Orio Vergani lo commemora con un epitaffio sul Corriere d’Informazione in cui lo definisce, “primo soldato della Grande Armée della bicicletta“.

Termina così la parabola di quello che può essere definito un pioniere della bicicletta. Ma Maurice Garin, essendo il primissimo  trionfatore del Tour de France, viene ancora oggi ricordato dagli appassionati e dagli organizzatori delle corse. Ad esempio, l’edizione 2009 della Grande Boucle è transitata dalla sua Arvier, dove si è tenuta una breve cerimonia per rendere omaggio al Ramoneur, mentre negli stessi mesi il Teatro di Aosta ha ospitato una rappresentazione narrante la sua curiosa storia, con il ciclista interpretato dall’attore Pierre Lucat.  

Atleta tenace e vincente, e soprannominato per questo dai tifosi anche “Cul de fer” (il linguaggio dei giornali era ancora troppo castigato per divulgare questo nomignolo), aveva anche un carattere brillante e sagace, come testimonia questa frase che descrive meglio di molte altre parole l’incredibile situazione del ciclismo ai suoi albori:

Se non sarò assassinato di notte lungo la strada, vincerò anche questo Tour!

Félix Damelincourt

Henri Cornet, vincitore del Tour 1904.
Henri Cornet, vincitore del Tour 1904.

Nel Tour de France 1904, con la classifica riscritta mesi dopo la conclusione, giungono al Parco dei Principi di Parigi solamente 23 atleti a fronte degli 88 partenti. Otto dei “sopravvissuti”, tra cui Maurice Garin e Lucien Pothier, vengono per l’appunto squalificati, e quindi la graduatoria finale ufficiale comprende solamente 15 corridori. Quattordicesimo e dunque penultimo si trova tale Damelincourt, del quale, fino a poco tempo fa, non si sapeva assolutamente nulla, nemmeno il nome di battesimo, fatta eccezione per il ritardo dal vincitore Cornet, ovvero 48h39’03”. In quell’edizione della Grande Boucle il suo migliore risultato di tappa è un tredicesimo posto nella quinta e penultima frazione, lungo i 425 km da Bordeaux a Nantes, seguito da un piazzamento in ventiduesima posizione sul traguardo finale di Parigi. 

A parte questi dati statistici, Damelincourt era un personaggio misterioso, sul quale moltissimi ricercatori sportivi hanno cercato di ottenere qualche informazione, senza riuscirci. L’unica fonte a cui si faceva riferimento era il bollettino mensile del luglio 1904 dell’Union Vélocipedique Française che, a pagina 16, accenna ad un “F. Damelincourt residente a Coudon”, piccolo centro del dipartimento dell’Oise, regione della Piccardia. Le informazioni si limitavano a queste, fino a che il ricercatore svizzero Calumet è riuscito a consultare una serie di censimenti, a cavallo tra i due secoli, relativi al villaggio di questo misterioso corridore. Nel 1901 l’unico nucleo familiare a portare quel cognome risiedeva al numero 16 di rue-Saint-Hilaire.

Oltre al giovane Félix, allora sedicenne, impiegato come chimico alla fabbrica di zucchero, e che dunque è l’atleta del Tour 1904, comparivano il padre Constant, 49 anni, ingegnere nella medesima attività, originario di Baralle (Pas-de-Calais); Sophie Ficheux, 76 anni, nonna paterna di Félix; Marie Leroux, 35 anni, domestica di professione, madre di Félix. Secondo il censimento del 1896 nessun Damelincourt abitava invece a Coudon; in quello di dieci anni più tardi il corridore non risiedeva più nel villaggio, mentre il padre risultava risposato con Marie Auxefans, classe 1869.

Questo prezioso lavoro di ricerca sportiva ha permesso di scoprire qualche informazione fondamentale su uno dei primissimi pionieri della bicicletta, come il suo nome e il suo anno di nascita che, affidandoci alla rilevazione del 1901, dovrebbe essere il 1885.

La contrapposizione tra un personaggio come Garin, sul quale si sa praticamente tutto, e uno come Damelincourt, sul quale, senza questa ricerca il “velo di Maya” sarebbe ancora imponente, fornisce un punto di osservazione su quella che era la situazione del ciclismo ai suoi primordi. I più grandi, i primi campionissimi, venivano e vengono tuttora ricordati ed elogiati. Gli altri, i corridori dal palmarès più limitato (o quasi nullo, come nel caso del nostro Damelincourt), si sono persi nell’oblio del tempo. Soltanto attraverso un paziente lavoro di ricerca, indagine, e consultazione di documenti polverosi e ingialliti, diventa possibile scoprire la storia di questi atleti ingiustamente dimenticati.

Si ringrazia l’amico “Calumet” per averci informato della sua scoperta e permesso di pubblicarla.

Fonti

Gian Paolo Ormezzano, “Parti’ dalla Val d’ Aosta. Vinse per primo la gara Spazzacamino e re del Tour. Il mito di Garin”, La Stampa, 30/10/1993.
Rino Negri, “Corridori aggrediti e barricate Quelle polemiche datate 1904”, La Gazzetta dello Sport, 31/07/1998.
Alfonso Bietolini, “Ciclismo la passione della bicicletta”, Demetra, 2003.                                                                                 
Beppe Conti, “Ciclismo storie segrete”, EcoSport, 2003.
Pier Bergonzi, “Tour 1903, la favola dello Spazzacamino”, La Gazzetta dello Sport, 30/06/2003.
Gianni Mura, “Storia di Garin, spazzacamino. Così il ciclismo scoprì gli eroi”, Repubblica, 03/07/2003.
Gianni Mura, “Garin, sbronze e mal di pancia. Quella prima volta da romanzo”, Repubblica, 04/07/2003.
Bernard Chambaz, “Maurice Garin, mythique premier”, L’Humanité, 16/07/2003.
Claudio Gregori, “Diventano italiane le vittorie 1897-98 alla Parigi-Roubaix”, La Gazzetta dello Sport, 15/12/2004.
Davide Cassani e Danilo Viganò, “Nuovo almanacco del ciclismo 2005”, Gianni Marchesini Editore, 2005.     
Pier Bergonzi, “L’ ultima follia a pedali”, La Gazzetta dello Sport, 10/04/2005.
“Garin, i libri sul ciclista spazzacamino”, QuasiRete, 28/08/2006.
Chiara Besanzini, “Le pedalate di-maurice garin sul palco del Giacosa”, Aosta Sera, 20/03/2009.

(Marco Regazzoni)

1 COMMENT

Comments are closed.