Wladimiro Panizza nel 1977 al Giro d'Italia
Wladimiro Panizza al Giro d'Italia del 1977 (alle sue spalle, Gianbattista Baronchelli)

(Fagnano Olona, 5/06/1945 – Cassano Magnago, 21/06/2002)

E adesso è il momento di Miro Panizza. Partito. Si alza sui pedali con il suo tipico stile da scalatore puro, come se stesse per affrontare i colli del Tourmalet o del Galibier, e non la pianura tra Saronno e  Turbigo.      (Adriano De Zan, dalla telecronaca della tappa a cronometro Saronno-Turbigo del Giro d’Italia 1980)

Quando l’ormai trentaquattrenne Miro Panizza (Wladimiro all’anagrafe, in omaggio a Lenin, per volontà del padre ex partigiano)  inforcò la bicicletta per i sette placidi chilometri del cronoprologo di Genova al Giro d’Italia 1980, non aveva certo in mente particolari velleità di protagonismo. Quell’anno le star erano altre, molto più giovani ed infinitamente più quotate di lui. Le pagine sportive dei giornali e la televisione occupavano tutti i loro spazi per Francesco Moser, fresco trionfatore alla Parigi-Roubaix, per Giuseppe Saronni, vincitore in primavera della Freccia Vallone e capitano della Gis Gelati, la squadra dello stesso Panizza, e soprattutto per il bretone Bernard Hinault: il vero campione del momento, l’asso nella manica dell’organizzatore Vincenzo Torriani, il passepartout per assicurare un grande successo di pubblico a quel Giro d’Italia.

Ma, nonostante l’iniziale deficit di fiducia, il Giro  del 1980 rappresenta l’apoteosi della carriera di questo ex ragazzo dalla statura lillipuziana (era alto appena un metro e  sessanta), originario di una famiglia poverissima di Fagnano Olona, nel basso Varesotto. Da giovanissimo apre una breve parentesi come calciatore tra le file della Pro Patria di Busto Arsizio, prima di  cimentarsi con il ciclismo nelle categorie giovanili. Il suo talento viene scoperto da Enzo Negrelli, storico presidente dell’Unione Ciclistica Cassanese e fruttivendolo di professione, che rimane strabiliato nel vedere il piccolo Panizza stantuffare quotidianamente sulle collinette della zona per recarsi al lavoro.

Fisicamente è troppo leggero per avere quello spunto folgorante necessario negli sprint e per sfondare come passista nelle prove a cronometro. In compenso, le sue doti naturali possono emergere brillantemente sulle salite, dove è in grado di battagliare con i migliori ad armi pari, come dimostra sin dal suo primo Giro d’Italia disputato nel 1967, l’anno del suo passaggio al professionismo.

Infatti, all’esordio nella massima serie, correndo per la Vittadello capitanata da Michele Dancelli, il giovane Miro riesce a salire alla ribalta nella frazione più impegnativa, la Udine-Tre Cime di Lavaredo disputata l’8 giugno 1967. Quella volta è Felice Gimondi ad aggiudicarsi la tappa, precedendo per distacco  Eddy Merckx e Gianni Motta. Tuttavia, nel corso dell’ascesa verso lo spettacolare traguardo dolomitico, i tre big vengono più volte aiutati dai tifosi ai bordi della strada con delle spintarelle oltre i limiti del regolamento, costringendo la giuria a squalificarli. Questa decisione draconiana avrebbe comportato l’assegnazione della vittoria a Panizza, l’unico ad aver compiuto la scalata senza aiuti esterni. Ma il colpo di scena finale arriva durante la trasmissione Rai il “Processo alla Tappa”, quando il conduttore Sergio Zavoli convince il patron Torriani ad annullare in toto quella frazione per le troppe irregolarità, togliendo così all’incolpevole Miro, grondante di lacrime per la delusione, la gioia del successo. Conclude comunque la sua iniziazione al Giro d’Italia con un’incoraggiante ventiduesima posizione, dopo essere giunto terzo nella penultima tappa con traguardo alla Madonna del Ghisallo.

8 Giugno 1967. Wladimiro Panizza durante la tappa delle Tre Cime di Lavaredo al Giro d'Italia
8 Giugno 1967. Wladimiro Panizza durante la tappa delle Tre Cime di Lavaredo al Giro d'Italia

Da gregario di Dancelli, nel 1969, passando alla Salvarani, entra a fare parte del plotone di Felice Gimondi, nel quale viene soprannominato dai compagni La Roccia per la sua granitica resistenza alla fatica. E, proprio negli anni trascorsi in questa squadra, a cavallo tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, Panizza, che da cattolico credente quale era aveva compiuto anche due salvifici pellegrinaggi a Lourdes, comincia a ritagliarsi un ruolo da gregario di lusso. Un ruolo che lo accompagnerà per la maggior parte della carriera.

Ma intanto l’ancora giovane Miro matura solidamente. E nel 1972 ottiene due eccellenti quinti posti: al Tour de France e al Giro, dove si classifica primo tra gli italiani. Eppure, come ha ricordato qualche tempo dopo l’editorialista Gianpaolo Ormezzano:

Tutti dissero che era uno scandalo, perché Panizza aveva già allora la faccia da vecchietto del saloon del Far West.

Nonostante la fotogenicità non proprio debordante, è grazie a questi risultati che arriva la sua prima apparizione ai campionati del mondo su strada. Corre a Gap in Francia, e dalla posizione privilegiata del gruppo dei migliori vede il nostro Marino Basso conquistare il titolo iridato nella storica e beffarda volata ai danni di Cuore Matto Bitossi, piazzandosi all’undicesimo posto.

Nel 1973, appena passato alla GBC, coglie alcuni successi significativi. Nell’ordine: il Giro della Provincia di Reggio Calabria, una tappa del Giro di Catalogna ed  il Giro di Romagna, ottenendo anche una brillante sesta posizione nella graduatoria finale del Giro d’Italia. Pedalando con convinzione lungo la nostra penisola, esprime sempre più decisamente quella miscela di grinta e tenacia, che ormai sta per diventare il suo caratteristico marchio di fabbrica.

Il biennio successivo lo vede indossare la casacca della Brooklyn, al fianco dei campioni fiamminghi Roger De Vlaeminck e Johan De Muynck. Nel 1974 è tra i protagonisti al Tour de France: dopo aver sfiorato il successo nella lunghissima tappa tra Besançon e Gaillard (241 km di saliscendi), preceduto dal solo Eddy Merckx, chiude quarto in classifica finale, a 10’59” dal grande campione belga e a poco meno di tre minuti dal terzo gradino del podio, occupato dallo spagnolo Vicente Lopez Carril (secondo, in quell’edizione, l’eterno piazzato Raymond Poulidor). Nel 1975, dopo aver vinto la tappa di La Maddalena al Giro d’Italia,  si aggiudica quella vittoria che lui stesso ha sempre ricordato con un particolare orgoglio: la Milano-Torino del Centenario. Grazie ad una decisa azione in splendida solitudine, il trentenne varesino giunge sul traguardo piemontese con 55” di vantaggio su Enrico Paolini, al comando di un gruppo che comprende tutti i big dell’epoca, dal compagno di squadra Roger De Vlaeminck a Francesco Moser, dall’ormai “vecchio” Felice Gimondi all’olandese Jan Janssen.

Torino, 1975. Wladimiro Panizza vince la Milano-Torino del Centenario
Torino, 1975. Wladimiro Panizza taglia per primo il traguardo della Milano-Torino del Centenario

Tuttavia, nonostante i buoni risultati, Miro decide di firmare un nuovo contratto, passando alla Scic  degli emergenti Gianbattista Baronchelli, detto semplicemente G.B., e Beppe Saronni. É il 1976: un’annata che gli riserva una delle più grandi soddisfazioni della sua carriera.

Dopo avere concluso il Giro d’Italia in sesta posizione, Miro, che da La Roccia viene soprannominato adesso Il Duraccio, si presenta al via del Tour de France, mettendosi in luce in modo particolarmente brillante nella seconda settimana. Terzo sul traguardo di Pyrénées 2000 l’8 luglio, arriva secondo a St. Gaudens il giorno successivo. La vittoria è nell’aria, e l’11 luglio, lungo i 195 chilometri pirenaici fra St.Lary-Soulan e il classico traguardo di Pau, dopo avere scollinato nella pancia del gruppo principale sull’Aspin e sul Tourmalet, Panizza decide di scatenare la bagarre sull’Aubisque, una delle ascese che hanno segnato la storia della Grande Boucle. Assieme ad altri cinque corridori (fra cui Giancarlo Bellini), riesce ad agganciare i fuggitivi Giuliani e Labourdette, per poi accelerare con forza negli ultimi metri della salita. Transita per primo in vetta al Gran Premio della Montagna, lanciandosi spericolatamente in discesa, la specialità che meno di ogni altra si addice alle sue caratteristiche. Il suo vantaggio continua a salire, permettendogli così di trionfare a Pau, dopo oltre 80 km di fuga, quasi interamente solitaria. Il secondo classificato è, come nella Milano-Torino dell’anno prima, il pescarese Enrico Paolini, staccato di 2’16”, che regola allo sprint il gruppo dei migliori. Questa impresa, compiuta oltretutto con condizioni climatiche proibitive, impreziosisce notevolmente il palmarès di Miro, confermando una volta di più le sue formidabili potenzialità di scalatore. Quel Tour de France lo vedrà chiudere in tredicesima posizione, a mezz’ora da Lucien Van Impe, la maglia gialla alla passerella finale dei Campi Elisi.

Miro Panizza continua ciclisticamente a progredire. Ma alla soglia del 1980 lo spietato trascorrere del tempo lo avvicina ai trentacinque anni, ovvero l’età della pensione per un campione sportivo. E, nonostante la costante crescita, è ancora un gregario, o meglio il principale gregario del suo conterraneo Beppe Saronni, l’eterno rivale di Francesco Moser per la stampa nostrana, in un dualismo che tenta di ravvivare, in formato ridotto, i fasti dei ben più grandi Coppi e Bartali.

Miro con gli anni ha imparato il senso della disciplina. Stima il suo capitano Saronni, a cui vuole sinceramente bene, e per il Giro d’Italia dell’edizione 1980 sognerebbe di vederlo in maglia rosa al traguardo di Milano. Saronni macina una raffica di vittorie in volata, del tutto inutili però ai fini della classifica generale. Mentre il suo più anziano gregario, nelle sparute salitelle delle prime tappe, compie il proprio dovere, cercando di rintuzzare tutte le fughe,  prendendone eventualmente parte, ma rompendone il ritmo. Un altro compito cruciale che gli viene assegnato, è quello di marcare strettissimo il nemico numero uno da battere, Bernard Hinault.

Giro d'Italia 1980. Wladimiro Panizza e Bernard Hinault
Giro d'Italia 1980. Wladimiro Panizza e Bernard Hinault

Ma Wladimiro Panizza non è Claudio Gentile. E appena la strada sale per davvero, il suo istinto d’attacco prevale sugli ordini difensivistici di scuderia. Quasi in ogni salita capitan Saronni perde progressivamente minuti dopo minuti, lasciandosi tagliare fuori dalla classifica generale, e le gambe sempre più elettriche del vecchio Miro cominciano a scalpitare. Alla prima vera ascesa di quel Giro, intorno a Roccaraso, tra le montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo, è l’unico corridore in grado di resistere alla marcia in più innestata da Bernard Hinault.

La strana coppia, guidata dal bretone, arriva al traguardo di tappa, ma, grazie al vantaggio accumulato nelle montagnette precedenti, Panizza può vestire per la prima in vita sua la maglia rosa del leader della corsa. Continuerà a indossarla per sei giorni, finché, prendendo in prestito un’espressione del libro di Andrea Bacci, il suo sogno si interrompe.

Infatti, nella frazione più dura, i 218 chilometri tra Cles e Sondrio, passando per i 2.758 metri del Passo dello Stelvio, Bernard Hinault, con l’aiuto del suo fedele gregario della Renault, Jean René Bernaudeau, fa il vuoto dietro di sé, staccando di 5 minuti abbondanti i più immediati inseguitori, tra i quali l’instancabile Miro, per l’amara delusione dei tifosi italiani, che stavano cominciando a credere seriamente nella realizzazione di un miracolo di mezza estate.

Ma oltre al posto d’onore al Giro d’Italia, il 1980 gli regala un’altra soddisfazione, con un insperato quarto posto al campionato mondiale su strada di Sallanches in Francia, vinto, tanto per cambiare, ancora da Bernard Hinault.

La sua carriera prosegue fino al 1985, quando alla ciclisticamente veneranda età di quarant’anni, decide di appendere la bicicletta al muro, realizzando alla fine un record che resiste tuttora: 16 Giri d’Italia portati a termine su 18 cominciati. Avendo però il ciclismo nel sangue, non abbandona questo ambiente, e continua a lavorare come allenatore per varie squadre dilettantistiche, salvo allontanarsi da questi incarichi quando cede al disgusto di fronte all’abuso di sostanze dopanti sin dalle categorie giovanili. Scompare premutaramente, a causa di un attacco di cuore nel giugno del 2002, a soli 57 anni, poco prima di trasferirsi nella sua bucolica residenza estiva di Boarezzo.

Dal 2003 a Valmorea, in provincia di Como, è stata inaugurata una struttura d’accoglienza per bambini disabili, che porta il suo nome: La casa di Miro, realizzata dai Bindun (girovaghi in dialetto comasco), un gruppo composto da campioni sportivi del passato con il fine di realizzare opere di beneficienza. E proprio per finanziare questi progetti, ogni anno a settembre si svolge una manifestazione ciclistica amatoriale alla sua memoria, intitolata: In bici ricordando Miro.

*Un particolare ringraziamento ad Andrea Bacci, che con le preziose informazioni contenute nel suo libro: “Il sogno interrotto di Miro Panizza”, ci ha dato la possibilità di scoprire in modo approfondito un campione indimenticabile.

Fonti

“Panizza, vencedor del Giro de Calabria”, El Mundo Deportivo, 09/04/1973.
“Panizza, primero en la Milan-Turin”, ABC, 07/09/1975.
“Lucha abierta bajo la tormienta”, El Mundo Deportivo, 12/07/1976.
Jacques Anquetil, “Los victorianos controlaron la carrera”, EL Mundo Deportivo, 12/07/1976.
Franco Spada, “Panizza es el nuevo lìder y el galo se coloca segundo”, El Mundo Deportivo, 31/05/1980.
“Los Alpes hundieron a Rupérez, no a Panizza”, La Vanguardia, 04/06/1980.
Leonardo Coen, “Quando la fede è uno sponsor”, Repubblica, 24/05/1994.
Gino Sala, “Quel che resta del Giro d’Italia”, L’Unità, 19/05/2002.
“É morto Panizza il gregario più fedele”, Repubblica, 22/06/2002.
Claudio Del Frate, “Addio Miro, ultimo campione vero”, Corriere della Sera, 22/06/2002.
Giuseppe Saronni, “Per noi era il «duraccio». Da lui ho imparato tanto”, Corriere della Sera, 22/06/2002.
Gianfranco Josti, “Scomparso Panizza, il brontolone del pedale”, Corriere della Sera, 22/06/2002.
Gianni Romeo, “Morto a 56 anni il corridore che ha disputato più Giri d’Italia. Panizza, una vita sui pedali”, La Stampa, 22/06/2002.
Gino Sala, “Addio Miro, Meraviglioso Compagno di Viaggio”, L’Unità, 23/06/2002.
Gianni Mura, “Basso, un nome per consolare l’Italia delle vittorie smarrite”, Repubblica, 23/07/2002.
Raffaele Sala, “Omaggio a Panizza: intitolata al ciclista una casa per bambini”, Corriere della Sera, 21/06/2003.
Andrea Bacci, “Il sogno interrotto di Miro Panizza”, Ediciclo Editore, Aprile 2008.
Gino Sala, “Il Giro è il popolo. E io penso a Panizza”, L’Unità, 08/05/2009.

(Marco Regazzoni & Giuseppe Ottomano)

2 COMMENTS

  1. MIRO
    Verso Roccaraso Hinault prese la salita come un treno. Nessuno, tranne uno, riuscì a resistere al suo forcing compassato, il suo nome era Panizza, un quasi pensionato. Non si staccò da quella ruota quasi fosse la missione della vita. All’arrivo forse il bretone neppure se ne accorse di quell’ombra piccoletta appiccicata che non infastidiva, la quale si vestì di rosa coronando il proprio sogno di una vita, mentre la gente tutta intorno, di stupore e gioia, ne impazziva.
    Luca Gamberini

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