Ni Zhiqin
Ni Zhiqin

(14/04/1942 Quanzhou,Cina)

Fantastico! È la prestazione più importante dell’anno. Peccato che il risultato non sarà mai omologato. Non è giusto. Ad ogni modo, per noi atleti è questo il vero record del mondo.

Dick Fosbury, campione olimpico statunitense di salto in alto, novembre 1970

Non sempre basta il talento per diventare un campione. Trovarsi anche nel posto giusto al momento giusto è spesso una condizione irrinunciabile. Ma quando l’atleta cinese Ni Zhiqin (Ni Chih-Chin secondo la vecchia traslitterazione dal mandarino) raggiunse l’apice della carriera, non era di certo nel luogo più adatto e nell’epoca ideale per passare alla notorietà.

L’8 novembre 1970 era una domenica normale a Changsha, il capoluogo della provincia dello Hunan. Lo Stadio Helong, che allora si chiamava Stadio dei Lavoratori, era stipato da ottantamila persone vestite allo stesso modo, con tanto di berretto in stile militare ed uniforme di tela incolore. Non era un giorno di festa comandata, come per il 49° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese, il 12 luglio di quattro mesi prima a Pechino, quando il saltatore in alto Ni Zhiqin riapparve in pubblico in una competizione ufficiale per la prima volta dopo quattro anni di assenza forzata. Come quella volta però, Ni era ancora l’attrazione principale del pomeriggio: il divo tanto atteso dall’intero stadio.

Aveva già compiuto ventotto anni, essendo nato nel 1942 da una famiglia di contadini di Quanzhou, nella provincia del Fujian, e dopo una breve esperienza come giocatore di basket, nel 1958 venne dirottato sull’atletica leggera dal suo stesso allenatore. Dotato di un fisico longilineo e filiforme, 73 chili su 184 centimetri, trovò una collocazione naturale nella specialità del salto in alto, anche se era accreditato di un ottimo tempo di 10”6 sui 100 metri e di un’altrettanto ottima misura di 7,56 metri nel salto in lungo. I rari e stereotipati filmati dei suoi allenamenti, lasciati filtrare dalla censura, lo dipingono come un atleta metodico e determinato, tanto da sembrare quasi un professionista. Una contraddizione insanabile con l’utopia maoista che concepiva lo sport unicamente come veicolo di fratellanza. E siccome era quest’ultima ideologia ad avere ragione su tutte le altre argomentazioni, le velleità competitive di Ni furono inevitabilmente frustrate.

Ni Zhiqin con l'allenatore Huang Jian
Cina, 1970. Ni Zhiqin con l'allenatore Huang Jian

Non poté mai partecipare alle olimpiadi, perché il suo paese, in polemica con il Comitato Olimpico Internazionale per la presenza di Formosa (oggi Taiwan), la Cina Nazionalista del generale Chiang Kai-Shek, decise di isolarsi dal resto del mondo dello sport. Fatta eccezione per una fugace e scialba apparizione in due occasioni a Praga e Mosca nel 1961, anche gli altri meeting di rango mondiale gli vennero preclusi. Infatti la Cina, allora detta Popolare, aveva anche rifiutato di fare parte della IAAF, la federazione internazionale di atletica. Solo in occasione dei GANEFO, i Giochi dei Paesi Emergenti, tenutisi a Giacarta nel 1963 e a Phnom-Penh nel 1966, il giovane Ni trovò la possibilità di mettere il naso fuori da quel ghetto di quasi un miliardo di persone dove era confinato. In entrambe queste edizioni non incontrò nessun concorrente al suo livello, e le medaglie d’oro gli piovvero comodamente sul collo. Dimostrò anche doti eccezionali di recupero fisico. E, nonostante una delicata operazione alla gamba destra nel febbraio 1965, riuscì a ritornare in forma con una rapidità straordinaria. Infatti, appena tre mesi dopo, a fine maggio, saltò la misura, notevolissima per l’epoca, di 2,22 m.

Ni Zhiqin
Cina, 1970. Ni Zhiqin

Vederlo gareggiare contro avversari della statura di Valeri Brumel e di Dick Fosbury sarebbe stato un evento del tutto naturale. Ma proprio nella tarda primavera del 1966 il presidente Mao, lanciando la rivoluzione culturale, coniò un nuovo precetto: “Servire il popolo”. E a Ni toccò adeguarsi. Dimenticò le gare. Servì il popolo insegnando educazione fisica, e si allenò soltanto nei ritagli di tempo, dicendo addio per sempre alla possibilità di misurarsi con gli altri campioni della sua specialità. Si allineò diligentemente al pensiero dominante, e per questo ottenne una sorte migliore di quella di altri suoi colleghi, incarcerati o inviati nei campi di rieducazione con incriminazioni come revisionismo borghese o attività controrivoluzionarie, che oggi appaiono deliranti anche alla stessa Cina ancora formalmente comunista. Altri suoi colleghi, addirittura, persero la vita, come il campione di ping-pong Rong Guotan, il primo atleta cinese della storia a vincere un titolo mondiale ai campionati di Stoccarda del 1959, che, accusato di spionaggio per avere semplicemente soggiornato a Hong Kong per un breve periodo, venne costretto a suicidarsi nel 1968.

Durante gli anni della rivoluzione culturale, dal 1966 al 1969, il principio dell’assoluta uguaglianza era stato esaltato a tal punto che tutti gli sport agonistici vennero messi al bando con l’accusa di indurre gli individui a emergere al di sopra degli altri, e di avere come unica ambizione la conquista di un premio o di un trofeo. Anche le infrastrutture sportive vennero utilizzate per altre attività, o peggio ancora, abbandonate del tutto.

Ma quando Mao, costretto dai fallimenti scatenati dalla sua avventurosa campagna ideologica, si ingoiò molte delle parole d’ordine che aveva diffuso, tante delle attività prima proibite si rimisero lentamente in cammino. Le squadre sportive, che erano state sciolte, poterono ricostituirsi di nuovo, anche se sotto lo strettissimo controllo del partito unico. Finché, nell’aprile 1971, proprio a margine di un meeting di tennis da tavolo, sarebbero partiti i primi contatti diplomatici con gli Stati Uniti, dai quali la Cina avrebbe imboccato la lunga strada della fine dell’isolamento. Ma quell’8 novembre 1970 la diplomazia del ping-pong, come sarà battezzato questo nuovo corso di politica estera, era ancora di là da venire. La vita stava ritornando a una vaga normalità, ma lentamente e a piccoli passi. Fu in questo clima che Ni Zhiqin, accompagnato dal suo allenatore Huang Jian, salì la scaletta degli spogliatoi per entrare nella pista dello stadio di Changsha.

Ni Zhiqin con il suo allenatore Huang Jian
Cina, 1970. Ni Zhiqin (sulla destra) con il suo allenatore Huang Jian

Sulla terra battuta saltò, con il suo caratteristico stile ventrale di scuola sovietica, tutte le misure sopra i due metri, fino a sfidare l’altezza di 2,29 metri, un centimetro in più del record mondiale che Valeri Brumel deteneva dal 1963. Si levò la tuta da ginnastica e si concentrò profondamente sotto l’incitamento del pubblico. Con gli spessi occhiali da miope indosso e nonostante il sole in faccia, al secondo tentativo scavalcò l’asticella senza lasciarla neppure vibrare. Mentre atterrava sulla sabbia gli ottantamila spettatori scattarono in piedi ad applaudirlo. Celebrarono il suo gesto scandendo in coro un’ode liturgica già recitata disciplinatamente in tante altre occasioni:

Lunga vita al presidente Mao e lunga vita alla vittoria politica della rivoluzione proletaria del nostro leader.

Changsha, 8 Novembre 1970. Ni Zhiqin salta 2,29 m
Changsha, 8 Novembre 1970. Ni Zhiqin salta 2,29

Ni non volle essere da meno dei propri sostenitori, e le fonti d’informazione cinesi dell’epoca riferirono diverse sue dichiarazioni sempre su quel tono. Ma quella più ispirata, venne riportata dalla rivista statunitense Sports Illustrated:

Se i miei salti volassero in alto quanto i pensieri del presidente Mao, ci vorrebbe la scala dei pompieri per misurarli.

La notizia della sua impresa fece rapidamente il giro del mondo, ma siccome la Cina non faceva parte degli organismi sportivi internazionali, il suo record non venne mai ufficialmente omologato. Addirittura per alcuni giorni i dirigenti di atletica leggera di Stati Uniti e Unione Sovietica, le due superpotenze in perenne guerra fredda, si trovarono una volta tanto d’accordo nell’esprimere il loro scetticismo sul corretto svolgimento della manifestazione di Changsha. Tradotto dal lessico della diplomazia questo voleva dire: “Non siamo sicuri che i giudici di gara cinesi non abbiano imbrogliato, misurando di nascosto qualche centimetro in più.”

Ventotto anni per un’atleta rappresentano la soglia tra la maturità e il declino. Il percorso agonistico di Ni Zhiqin non andò avanti ancora per molto. Dopo i giochi asiatici del 1974 riconobbe che “mentre la sua età saliva, i suoi salti scendevano”. Prendendo filosoficamente atto che il miglioramento delle sue prestazioni era inversamente proporzionale al passare del tempo, si decise per il ritiro.

Ni Zhiqin (in primo piano a sinistra)
Cina, 1970. Ni Zhiqin (in primo piano a sinistra)

La sua condotta ortodossa nei confronti del regime venne premiata. Fece una rapida carriera anche fuori dalla pista, e in veste di presidente della federazione cinese di atletica leggera, nel 1975 accolse i giornalisti sportivi occidentali invitati per la prima competizione di carattere internazionale. Le interviste sui giornali dell’epoca lo descrissero come un giovane dirigente dalla sigaretta omnipresente, i modi educati, modernamente vestito e apparentemente lontano dal cliché del burocrate di partito. Ma dalle sue parole ne usciva fuori anche un funzionario politicamente bene indottrinato, e talmente prudente da non prevedere la partecipazione del suo paese ai giochi olimpici prima del 1980.

Non centrò questa previsione solo per difetto. Infatti il ritorno della Cina alle olimpiadi si registrò soltanto ai giochi di Los Angeles del 1984. Anche se in questo caso l’ex atleta Ni non si dimostrò un  profeta infallibile, per il resto seppe dare prova di un notevole fiuto politico. Dopo la morte di Mao e il nuovo corso di riforme instaurato da Deng Xiaoping, si conformò anche alle novità, riuscendo a mantenersi saldo sulla sua poltrona di dirigente sportivo per altri vent’anni. Nel 1994 però cadde in disgrazia. Vittima di un gioco più grande di lui, incappò nella rete di una delle periodiche campagne contro la corruzione, delle sorte di roulette russe inflitte a scadenze discontinue agli alti quadri cinesi. Accusato di avere ricevuto tre anni prima una tangente di 57.000 yuan, corrispondenti a circa cinquemila euro dei nostri giorni, da un fabbricante di borse di pelle, l’anno successivo venne condannato a otto anni di prigione e all’espulsione dal partito. A stenderlo definitivamente al tappeto provvide poi la pubblicazione il 13 dicembre 1995 sul Quotidiano del Popolo di una circolare del partito stesso, che lo mise all’indice per il pessimo esempio fornito alla popolazione con la sua condotta.

Le ultime informazioni sulla sua vita dopo l’uscita dal carcere provengono dalle dichiarazioni, riprese nel 2008 da un sito blog statunitense, di un giornalista del China Daily, a detta del quale Ni Zhiqin lavora attualmente come dirigente in un’azienda automobilistica. Lo stesso giornalista ha tenuto però a sottolineare che i cinesi più giovani non sanno nulla di lui e della sua impresa dell’8 novembre 1970, come se una mano di vernice bianca fosse passata sopra la sua storia.

Fonti

Roberto Quercetani, “Il cinese Ni-Chih-Chin salta 2.29 (ma Brumel resta…)”, La Gazzetta dello Sport, 10/11/1970.
Alfredo Berra, “Ni-Chih-Chin (per ora platonicamente)”, La Gazzetta dello Sport, 10/11/1970.
Raymond Pointu, “Un saut de tête”, Miroir de l’Athletisme, Dicembre 1970.
“Le sauteur mistérieux Ni Chih-Chin”, ORTF, 23/01/1971.
Robert Creamer, “They Said It”, Sports Illustrated, 30/11/1970.
Robert Creamer, “Scorecard”, Sports Illustrated, 14/12/1970.
John Underwood, “What’s China’s Track?”, Sports Illustrated, 16/06/1975.
Sarah Ballard, “The 10 Years of Chaos”, Sports Illustrated, 15/08/1988.
Juan José Fernandez, “El deporte chino acusa sa islamiento”, El País, 04/12/1976.
Juan José Fernandez, “China Popular no entrará en el COI mientras esté Taiwan”, El País, 16/12/1976.
“La commissione disciplinare ministeriale su Ni Zhiqin”Quotidiano del Popolo, 13/12/1995.
“Ni Zhiqin, con 2,29 batté il record mondiale di salto in alto maschile”, Agenzia Nuova Cina, 12/07/2006.
Young Li, “Profilo di Ni Zhiqin”, Sohu, 23/05/2007.
Dan Xi, “1970年11月日倪志钦破男子跳高世界纪录” (8 novembre 1970, Ni Zhiqin realizza il record mondiale di salto in alto), Quotidiano del Popolo, 28/05/2007.
Richard Martinovich, “Finding Ni Chih-Chin, Chinese Star High Jumper”, 26/05/2008.
Pietro Angelini e Germana Mamone, “Il podio celeste”, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2008.

(Giuseppe Ottomano)

4 COMMENTS

  1. L’impressione è sempre stata quelle di trovarsi di fronte a un campione vero. Un vero peccato che non abbia potuto gareggiare con tutti gli altri nei suoi anni migliori. Un crimine verso lo sport.

  2. Straordinaria vicenda che non conoscevo. L’ennesima dimostrazione di come il fanatismo politico possa mettere a tacere creatività e talento. Onore dunque a questo grande atleta. Fosse vissuto in questi anni, sarebbe certamente diventato un’icona della nazione cinese…..

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