Mondiale di Spagna 1982. Un'immagine di Telê Santana
Spagna 1982. Un'immagine di Telê Santana

(26/07/1931 Itabirito, Brasile – 21/04/2006 Belo Horizonte, Brasile)

Il calcio, senza spettacolo, non è il calcio.

(Telê Santana)

Per i tifosi brasiliani le sconfitte inaspettate ai mondiali del 1950 contro l’Uruguay e del 1982 contro l’Italia sono ricordate ancora oggi come tragedie nazionali. Della prima, a farne le spese in veste di capro espiatorio fu designato lo sfortunato portiere Moacyr Barbosa, mentre per la seconda, l’allenatore Telê Santana se ne assunse in prima persona la responsabilità. Questo non lo esentò dalle critiche feroci della stampa e di molti grandi personaggi del mondo del calcio, tra i quali anche Pelé. Ma, nonostante la sconfitta e gli attacchi tante volte impietosi, la sua visione di un calcio, tecnicamente così raffinato da diventare un’arte, aveva stupito il mondo. Le sue filosofie del futebol-arte, del futebol bailado e del jogo bonito erano forse superate da tempo già nel 1982, ma riuscirono ad imprimersi per sempre nell’immaginario di milioni di appassionati di calcio: brasiliani e non solo.

Eppure O mestre, Il maestro, non nacque filosofo. Anzi, se mai lo diventò, accadde indipendentemente dalla sua volontà, e la cultura umanistica non era certo la sua passione. Non per nulla, all’opposto di Claudio Coutinho, il suo predecessore alla guida della nazionale brasiliana, ex capitano di artiglieria nonché perfetto poliglotta, si vantava di sapere parlare solo il mineiro, il dialetto dello stato di Minas Gerais.

Telê Santana da Silva proveniva infatti dalla cittadina mineira (e anche mineraria) di Itabirito, dove era nato nel 1931, terzo dei dieci figli di un caporeparto in un’azienda siderurgica e di una casalinga. Come prevedibile, la prima passione della sua infanzia fu il calcio, al quale cominciò a giocare nel ruolo di portiere. In Brasile, dove la scuola dei portieri non ha mai goduto di una brillante reputazione, il destino dei calciatori meno dotati è spesso proprio quello di venire confinati tra i pali. Ma anche se non ci è dato saperlo con certezza, preferiamo credere che il piccolo Telê Santana abbia fatto volontariamente la propria scelta. Almeno finché a quasi otto anni, quando, prima un incidente dovuto allo scoppio di un petardo durante una festa di paese che gli causò la perdita dell’uso di due dita della mano sinistra, e poi una durissima sconfitta della propria squadra per 13-0, lo convinsero a modificare i progetti per il futuro. Il portiere mancato si trasformò in un attaccante. Ed ebbe successo. Nonostante la corporatura minuta, riuscì a imporsi come titolare prima nei pulcini della Itabirense, e a diciassette anni, come centravanti nell’América Recreativo di São João Del Rey, della quale suo padre era il presidente.

Primi anni '50. Da sinistra, Telê Santana e Nívio con la maglia della Fluminense
Primi anni '50. Telê Santana e Nívio con la maglia della Fluminense. (Da "Revista do Crack" PC. 56)

Poi, nel luglio 1949 il grande salto di qualità. Il campionato mondiale in Brasile e il conseguente Disastro del Maracanã si sarebbero consumati esattamente un anno dopo, e Getulio Vargas stava ancora preparando il suo ritorno al palazzo presidenziale, quando il giovane Telê Santana vide per la prima volta nella propria vita Rio de Janeiro, la capitale dell’epoca. Fece un provino per la selezione giovanile della Fluminense segnando cinque reti, e i dirigenti della squadra di Rio non ebbero dubbi a ingaggiarlo come centravanti titolare per la stagione successiva. Così, dopo un anno ancora, nel 1951, aveva già conquistato il posto di titolare in prima squadra. 

A dimostrazione della differenza che spesso intercorre inesorabilmente tra idea e azione, il ventenne Telê Santana, impiegato come ala destra avanzata, non si mise in luce per il proprio raffinato tocco di palla. Era piuttosto un “mastino”, un instancabile marcatore a centrocampo (riusciva a perdere quattro chili per ogni partita), nonché un implacabile opportunista dell’area di rigore. E proprio ispirandosi alla sua specialità nel segnare gol di rapina, i giornalisti brasiliani dei primi anni ’50 coniarono l’espressione ladrão de bola, usata ancora oggi.

1954. Telê Santana, Didì e Javier Ambrois
Brasile, 1954. Da sinistra: Telê Santana, Didì e l'uruguayano Javier Ambrois. (Da "Diario da Noite)

Infilò palloni in rete come una mitraglia, e negli undici anni di carriera alla Fluminense arrivò a segnare 162 gol. Divennero celebri le sue marcature negli ultimi minuti di gioco, una sorta di zona Cesarini al ritmo di samba. Sicuramente avrebbe potuto conquistarsi un posto in nazionale come attaccante, se nella prima metà degli anni ’50 non ci fossero stati dei dissapori con il selezionatore Zezé Moreira, che lo aveva scoperto quando dirigeva la Fluminense, e se non avesse trovato poi, pochi anni dopo, delle autentiche leggende del calcio, come Vavà, Garrincha e Pelè, a sbarrargli la strada.

Era comunque dotato di una tecnica eccellente, oltre che essere un calciatore molto preciso e ordinato. Il suo pubblico lo acclamò come un beniamino, e secondo l’usanza brasiliana, gli affibbiò un soprannome, anzi più di uno. E tutti erano più o meno legati al suo aspetto fisico. Infatti, i suoi 57 chili, distribuiti su 171 centimetri scatenarono la fantasia e l’affettuosa ironia dei tifosi.

Magro, Banquete de cachorro (Il pasto del cagnolino), Fiapo (Il fiacco), Tarzan das Laranjeiras (Il Tarzan della Fluminense) furono solo alcuni dei velenosi appellativi che gli furono affibbiati. Il Jornal dos Sports di proprietà del giornalista ed editore Mario Filho, a cui è stato intitolato lo stadio Maracanã, pensò che un calciatore brasiliano non poteva venire chiamato solo con il proprio cognome, e d’altro canto aveva anche diritto a un soprannome che gli conservasse almeno un minimo di dignità. Così ebbe l’idea di lanciare un concorso con un premio di cinquemila cruzeiros per ribattezzare lo smilzo cannoniere della Fluminense. Il nome che vinse fu Fio de Esperança, “Filo di Speranza” in italiano, davanti all’ancora più salace Big Ben. Questo nomignolo traeva ispirazione da un film americano del 1954, “Prigionieri del cielo” con John Wayne, che in Brasile venne tradotto proprio col titolo di “Fio de Esperança“.

Maracanã 28 Agosto 1961. Telê Santana in azione durante Flamenco-Fluminense
Maracanã, 28 Agosto 1961. Telê Santana durante Flamenco-Fluminense. (Da "Jornal do Brasil")

La leggerissima ala destra Telê Santana, secondo una gustosa testimonianza del suo compagno di squadra Escurinho, ripresa dal giornalista televisivo brasiliano Andrè Ribeiro nella biografia “Fio de Esperança“, era anche utilizzato come “peso umano da fisioterapia, ogni volta che qualcuno della Fluminense doveva recuperarsi da un infortunio al menisco”.

Dopo l’addio alla Fluminense nel gennaio 1962 il Fio de Esperança continuò a militare in formazioni di primo livello, come il Guarani e il Vasco da Gama, ma dopo i trent’anni il suo scatto non era più lo stesso. E, siccome era un uomo dotato di sano realismo, preferì non insistere oltre le proprie possibilità. Così nel 1965 ne prese atto, abbandonando definitivamente il calcio giocato.

Dopo una breve esperienza come gestore di una gelateria, Telê Santana ritornò a bussare alle porte del mondo del calcio. E, grazie al curriculum di tutto rispetto che si era costruito, non fece fatica a ricollocarsi come allenatore. I risultati arrivarono con la stessa frequenza con la  quale segnava i gol da giocatore. Tra il 1969 e il 1980, con una breve parentesi come commentatore televisivo, fece mietere successi a Fluminense, Atletico Mineiro, Gremio e Palmeiras: le squadre più quotate del campionato brasiliano.

Maracanã, 1971. Telê Santana festeggia la vittoria del campionato brasiliano con l'Atlético Mineiro
Maracanã, 1971. Telê Santana festeggia la vittoria del campionato brasiliano con l'Atlético Mineiro. (Da "Jornal do Brasil")

Inevitabilmente la Federazione calcistica brasiliana si accorse di lui, e, complice un sondaggio plebiscitario pubblicato il 23 dicembre 1979 dal quotidiano O Estado de São Paulo, nel febbraio 1980 lo chiamò, con un ingaggio economicamente poco generoso, a sostituire Claudio Coutinho alla guida della nazionale. Fin dalla prima manifestazione di livello internazionale, il Mundialito in Uruguay tra il 1980 e il 1981, tutti si accorsero che qualcosa era cambiato. Se nella seconda metà degli anni settanta Coutinho aveva avvicinato la nazionale brasiliana all’impostazione europea, adottando pressing, calcio totale e marcature strette, Santana riportò il Brasile in Sudamerica, al modello di gioco che dieci anni prima aveva fatto conquistare l’ultima Coppa Rimet.

Ma fu al Mondiale di Spagna 1982 che la sua squadra trovò il palcoscenico per impressionare il mondo. Il Brasile giocava a calcio, ma in campo sembrava danzare con l’allegria e l’eleganza dei ballerini di samba, facendo apparire quasi rozze tutte le squadre avversarie. Nel girone dei quarti di finale riuscì ad umiliare anche l’Argentina di Maradona, e Maradona stesso, il palleggiatore più raffinato del mondo, che, ironia della sorte, venne espulso per gioco scorretto.

In barba all’immagine del difensore dal piede di cemento armato, l’ex Fio de Esperança esibì nelle retroguardie calciatori eleganti come Leandro, Luizinho e Junior. Inventò un centrocampo con fuoriclasse come Sócrates, Falcão e Zico. Poté permettersi un attacco che affiancava al preciso Dirceu, un centravanti infelicemente maldestro come Serginho, in sostituzione dell’infortunato Careca. E mise in campo un’ala dal piede sinistro micidiale come Éder, che, prendendo a prestito una celebre espressione di Manlio Scopigno, “usava il piede destro solo per salire sul tram”. La sequenza di vittorie e la qualità del gioco espresso da questa Invincibile Armada si rivelarono impressionanti. Almeno fino al 5 luglio 1982, il pomeriggio dell’incontro con l’Italia, in Brasile meglio conosciuto come quello della Tragédia do Sarriá.

Proprio il giorno prima di quella partita, Telê espresse con sicurezza e malcelato orgoglio il suo punto di vista sulla nostra squadra alla principale rivista calcistica brasiliana, Placar:

L’Italia utilizza ancora un sistema di marcatura sorpassato, frutto di una tradizione, di squadre di club e nazionale, che non riesce proprio ad abbandonare: il vetusto sistema della marcatura a uomo.

E, come andò a finire lo sappiamo tutti, ma il punto rilevante per la nostra storia, è che quel giorno il nostro protagonista perse il posto. La volubilissima stampa brasiliana, che fino al giorno prima lo aveva riempito di lodi per la sua fantasia e il suo coraggio, lo fece letteralmente a pezzi, tacciandolo di incompetenza. E anche se venne difeso con veemenza e convinzione da tutta la squadra, fu costretto a dimettersi.

Campionato mondiale di Messico 1986. Telê Santana durante gli allenamenti della nazionale brasiliana
Campionato mondiale di Messico 1986. Telê Santana durante gli allenamenti della nazionale brasiliana. (Da "Jornal do Brasil". Foto: Waldemar Sabino)

Ma la sua temporanea rivincita dovette attendere meno di quattro anni, durante i quali andò in esilio volontario, nonché lautamente retribuito a suon di petrodollari, in Arabia Saudita ad allenare l’Al-Ahly di Jedda, una formazione di prima divisione. In patria infatti, la seleção brasiliana si stava trascinando quasi inesorabilmente verso il baratro della mancata qualificazione al Mondiale di Messico 1986, e il 23 marzo 1985 la Federazione calcistica dovette ricorrere nuovamente a  Telê Santana come commissario tecnico, in sostituzione del disastroso Evaristo de Macedo. I giornalisti brasiliani non smentirono neppure questa volta la loro schizofrenia, e dimenticato in fretta l’appellativo di pé frio (letteralmente piede freddo, che da quelle parti viene usato per indicare un perdente), lo ribattezzò O Mestre (Il Maestro). E il salvatore della patria riuscì nell’impresa. La propria nazionale si qualificò per il mondiale messicano.

La scottatura di quattro anni prima bruciava ancora sulla pelle del Maestro. Il clima festoso e democratico, instaurato nella squadra durante il mondiale di Spagna, era svanito, per lasciare il posto a un’aria da caserma, che, per il Brasile appena liberatosi dalla morsa delle dittature militari e tornato alla democrazia, suonava stonata. Telê cominciò le epurazioni di alcuni tra gli elementi più validi. Cacciò via prima l’ala sinistra Éder per essersi fatto espellere per un mostruoso fallo di reazione durante una partita ufficiale contro il Perù. Poi venne il turno dell’attaccante Renato Gaucho per essersi fatto pescare dai paparazzi mentre tornava brillo a notte fonda durante un ritiro, e di conseguenza anche il terzino Leandro, reo di avere preso le sue difese. Infine, toccò tornare a casa all’altra punta Sidney, colpevole di indisciplina.

Brasile 1988. Telê Santana allenatore del Flamenco
Brasile 1988. Telê Santana allenatore del Flamenco. (Da "O Globo". Foto: Fernando Maia)

Neanche in Messico il suo Brasile, questa volta più irreggimentato e meno suggestivo di quattro anni prima, trovò maggiore fortuna. L’incubo del Sarrià continuò a perseguitarlo, e assenti gli italiani, usciti di scena già nella prima fase, furono i bleu francesi a fermare la sua corsa. Altra sconfitta, questa volta ai calci di rigore, e nuovo lavacro in patria a cura della solita stampa impazzita. Ma questa volta Santana volle dimostrarsi irremovibile. E dichiarò pubblicamente il proprio ritiro dal mondo del calcio. Salvo ricredersi meno di un anno dopo, per ritornare a sedersi sulle panchine del campionato brasiliano, dove rimarrà fino al 1996, guidando Atletico Mineiro, Flamengo e San Paolo, e vincendo con quest’ultima dieci titoli in tutto, ma soprattutto due Coppe Libertadores e altrettante Coppe Intercontinentali.

Furono proprio queste vittorie a riconciliare i giornalisti con la sua figura. E nel 1997, quando era appena cominciata la sua lunghissima agonia che lo porterà alla morte nel 2006, la rivista Placar lo incoronò come migliore allenatore del Brasile nella storia del calcio.

Fonti 

Gianni Mura, “Tre gialli tanto per cominciare”, Repubblica, 31/05/1986.
“Santana eletto miglior c.t. del Brasile”, Gazzetta dello Sport, 31/10/1997.
André Ribeiro, Fio de Esperança, Gryphus, Rio de Janeiro, 2000.
Francesco Caremani, “Tele Santana, il tecnico che ha vinto tutto, fermato solo dall’Italia di Bearzot e Rossi”, L’Unità, 29/04/2002.
Hans Henningsen, “Adiós al “Maestro” Telé Santana”, El Mundo Deportivo, 22/04/2006.
Maurizio Crosetti, “Quel Brasile favoloso e sconfitto da Pablito e Platini”, Repubblica, 22/04/2006.
Antero Greco, “Telê Santana vira lenda”, Estado de Sao Paulo, 22/04/2006.
Diego Torres, “Telé Santana, el ‘lírico’ ex seleccionador de Brasil”, El País, 22/04/2006.
“Telê Santana”, Telegraph, 29/04/2006.

(Giuseppe Ottomano)

2 COMMENTS

Comments are closed.