Vladimir Yashchenko
Vladimir Yashchenko

(12/01/1959 Zaporozhye, Unione Sovietica – 30/11/1999 Zaporozhye, Ucraina)

Oggi, straziati dal dolore, ti diciamo addio per sempre. Ma non dimenticheremo mai il tuo breve volo che la morte ha interrotto.

Orazione funebre in memoria di Vladimir Yashchenko, da parte di Mikhail Mishin, ex saltatore ucraino

Se non fosse stato per la canottiera rossa con il fregio della falce e martello sul petto, nessuno tra i duemila spettatori presenti allo stadio dell’Università di Richmond il 3 luglio 1977 avrebbe detto che quello era un sovietico. Aveva un’aria bohemién, capelli lunghi e scompigliati con un taglio alla moda, e un’espressione stranamente svagata. Niente a che vedere con lo stereotipo dell’atleta sovietico: anonimo, freddo e preciso come un automa.

Lo studente di educazione fisica Vladimir Ilych Yashchenko, Volodja per gli amici, già noto nell’ambiente per la propria disorganizzazione congenita, sembrava un’anomalia in quella squadra militarizzata. E al termine di quel sesto meeting di atletica tra le rappresentative juniores di Stati Uniti e Unione Sovietica, organizzato per esorcizzare le tensioni della guerra fredda, tentò la misura di 2,33 metri, un centimetro in più del record del mondo di salto in alto detenuto dal campione statunitense Dwight Stones. La tentò, praticando lo stile démodé dello scavalcamento ventrale, concepito negli anni trenta in sostituzione della goffissima sforbiciata, e sorpassato già da un decennio dalla tecnica dorsale, detta Fosbury, dal cognome dell’atleta americano che la lanciò per primo negli anni sessanta.

Al primo tentativo Vladimir Yashchenko riuscì a scavalcare nettamente l’asticella, stabilendo il nuovo record mondiale. Lo sparuto pubblico di Richmond vinse sia l’avversione per il nemico della guerra fredda che il torpore provocato dal caldo torrido dell’estate per alzarsi in piedi all’unisono, e diffuse per lo stadio un caloroso e lunghissimo applauso. Anche i cronisti sportivi, presi in contropiede, fecero fatica a trovare qualche informazione su quel giovanotto di 18 anni, sbucato fuori quasi dal nulla. Due settimane dopo, la rivista statunitense Sports Illustrated non aveva dubbi su quello che ne sarebbe stato di lui: “Ciò che nessuno mette in discussione è che il futuro del giovane Yashchenko sarà luminoso”.

La sua storia cominciò nella città industriale di Zaporozhye, nel sud dell’ex Repubblica Sovietica dell’Ucraina, dove era nato nel 1959 da un operaio metallurgico e da una portalettere. Giocava come titolare nella squadra di pallamano della scuola, e spesso nei fine settimana, quando c’era qualche gara ufficiale, si presentava al campo di atletica della città come inserviente, per aiutare a pulire il campo e spostare gli ostacoli dalla pista. Poi, quando tutto era finito, restava con gli altri ragazzini a imitare i campioni che aveva visto gareggiare poco prima. Ma, se non fosse stato per il fratello maggiore Anatoliy, che a undici anni lo convinse a iscriversi al centro di atletica di Zaporozhye, probabilmente sarebbe andato a ingrossare le file nel settore della metallurgia.

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Il suo allenatore, Vasili Telegin, scoprì subito il suo talento. Si accorse che le caviglie di Volodja, più simili a molle che ad articolazioni, erano dotate di un’elasticità e di una dinamicità innate, come a predestinarlo alla disciplina del salto in alto. E intuì che, con quegli 83 chili distribuiti su 193 centimetri di statura e con quelle spalle un po’ incurvate a causa di una leggera forma di scogliosi, non avrebbe potuto fare troppa strada saltando con il fosbury. Gli insegnò così i segreti dell’ormai anacronistico e tecnicamente più complicato stile ventrale, lo stesso che utilizzava il campione sovietico degli anni sessanta Valeri Brumel, anche lui recordman ad appena 18 anni. Volodja, che da sempre lo aveva adottato come idolo, ne raccolse idealmente anche l’eredità sportiva. Ma per alcuni versi le loro storie di vita finirono per identificarsi tragicamente.

La progressione dei suoi risultati fu straordinaria. Dal primissimo salto di 1,45 m all’età di undici anni, arrivò a superare i due metri a meno di quindici, e a diciassette, in occasione delle Spartachiadi giovanili di Mosca 1976, realizzò il primato mondiale juniores con 2,22, fino ad arrivare a quello mondiale assoluto di Richmond di 2,33 nel 1977. Fu però nel 1978 che visse il proprio anno più esaltante. La sera del 12 marzo, durante i campionati europei indoor al Palasport di Milano, che sarebbe stato poi seppellito dall’interminabile nevicata del 1985, e gremito da ventimila persone, si vide la sua apoteosi in Eurovisione. Alle 20 e 22, dopo un’autentica via crucis di venti salti e quattro ore di gara, commettendo esitazioni sconcertanti anche a poco più di due metri, e tra imprecisioni ed errori inconcepibili per un componente di quella formidabile macchina da guerra sportiva che era la squadra sovietica, superò i 2,35 m all’ultimo tentativo. “La misura di un elefante” e “La misura di una cabina telefonica” titolarono rispettivamente la mattina dopo La Gazzetta dello Sport e Il Corriere della Sera. E questa sua impresa sarà cantata trenta anni dopo dagli Offlaga Disco Pax in “Ventrale”, una canzone, dal testo un po’ fantasioso, in cui Vladimir Yashchenko verrà definito un “eroe da Terza Internazionale”.

Però, accantonata quest’ultima definizione improbabile, a Volodja gli eroismi non interessavano granché, e al termine di quella serata straordinaria salì sulle ampissime spalle del pesista Alexander Baryshnikov, per allontanarsi dai giornalisti, dai fotografi e dalla folla che avevano invaso il campo per portarlo in trionfo. Carico di euforia, uscì con i compagni a festeggiare alla sua maniera preferita, concedendosi una sbornia colossale in un tour enologico per le birrerie di Milano. E, siccome veniva facilmente riconosciuto dai milanesi che gli offrivano volentieri da bere, poté anche fare scorte di bottiglie di vino e birra nella capiente borsa da ginnastica, come souvenir d’Italie.

Milano, 12 marzo 1978
Milano, 12 marzo 1978 – Foto ITAR-TASS

Era stato sempre molto indulgente nel concedersi delle abitudini poco compatibili con il suo status di atleta. Oltre a lasciarsi andare a qualche libagione di troppo, fumava come un tubo di scappamento già dai tempi della scuola, e non cercava troppa stabilità nelle compagnie femminili. Anche vivendo in un sistema socialista, che non esaltava certo l’individualità e non tollerava forme di divismo, si era lasciato appiccicare ugualmente un’etichetta di play-boy. E grazie alla fama di campione sportivo e alla bellezza fisica non comune, arrivò a ricevere fino a tremila lettere al giorno dalle sue giovani ammiratrici.

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Ma non soltanto le fanciulle dell’emisfero socialista si interessavano a lui. Anche gli scienziati aerospaziali sovietici presero a studiare approfonditamente il suo caso, arrivando alla conclusione che, viste le sue doti naturali di coordinazione e di plasticità nei movimenti, con un ulteriore miglioramento della tecnica, sarebbe potuto arrivare a saltare fino a 2 metri e mezzo. E Volodja per un po’ ci volle credere. Assistito, oltre che dall’omnipresente Vasili Telegin, anche dal guru sovietico del salto in alto Vladimir Dyachkov, si buttò negli allenamenti ad un ritmo da stakhanovista. Con la spettacolare elevazione del suo ventrale si esercitò in innumerevoli modi, anche spiccando salti altissimi da fermo.

Nel pieno di questa frenesia atletica arrivò a confessare di svegliarsi improvvisamente dal sonno, dopo avere sognato di saltare ancora. Ma, fatti salvi gli occasionali incubi notturni, durante tutta l’estate del 1978, praticamente la sua ultima stagione agonistica ad alto livello, la sua stella continuò a brillare. Il 16 giugno a Tbilisi portò il record mondiale all’aperto a 2,34, e in agosto conquistò la medaglia d’oro ai campionati europei di Praga, chiudendo l’estate in bellezza con una tournèe trionfale negli Stati Uniti e in Canada.

Al ritorno in Unione Sovietica gli venne proposto di trasferirsi a Mosca con tutti gli agi. Ma, come fece successivamente anche con altre offerte di trasferimento in Occidente, tra cui quella del suo collega ed amico polacco, Jacek Wszoła, olimpionico di Montreal 1976, rigettò questo invito. E con la serenità di chi ha preso una decisione ponderata, orbitò per sempre unicamente nei dintorni di Zaporozhye, senza desiderare mai per davvero di andarsene via.

Eppure, secondo quanto riferito al giornale sportivo Sovietsky Sport dal campione olimpico di Mosca 1980 nel getto del peso Vladimir Kiselev, Yashchenko seppe esibire anche inaspettate qualità da tribuno, quando durante i campionati europei indoor di atletica del febbraio 1979 a Vienna diede vita alla prima rivolta sportiva dell’era sovietica. E, strano ma vero per le condizioni storiche dell’epoca, gli atleti la ebbero vinta, ottenendo una quota più elevata di premi a discapito dei dirigenti sportivi. Volodja, che era ancora troppo popolare per rischiare ripercussioni da parte dei membri dell’apparato, minacciò addirittura di gettarsi dalla finestra della sua camera d’albergo, nell’ipotesi di mancato accoglimento delle richieste.

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Milano, 12 marzo 1978

Contemporaneamente a questi eventi però, il suo ginocchio sinistro, estenuato dai troppi allenamenti, cominciò a dare i primi problemi, e dopo averlo visitato, i medici gli diagnosticarono la rottura dei legamenti crociati. Nonostante gli venne prescritto un periodo di assoluto riposo, nell’agosto del 1979 i massimi dirigenti di atletica lo prelevarono quasi con metodi da KGB dalla sua Zaporozhye per spedirlo irresponsabilmente a Kaunas, nell’attuale Lituania, dove si teneva il meeting di atletica leggera “Memorial Znamensky”, valevole per le selezioni della squadra sovietica alla Coppa del Mondo.

Nel freddo del Baltico, e sotto una pioggia infernale Volodja diede ancora una volta il meglio di sé. Sbaragliò tutti gli avversari, riuscendo a saltare 2,24 m. Ma questa volta lo sforzo andò oltre le sue possibilità, e atterrando sul materasso lanciò un gemito di dolore. Fu il suo canto del cigno, e per quel ginocchio, già compromesso, fu il colpo di grazia. Venne trasportato a Mosca d’urgenza, e qui operato due volte senza risultati. Poi ci riprovò andando sotto i ferri in una clinica specializzata di Vienna, dove rimase due mesi in fisioterapia. Ma anche questo intervento non diede gli esiti sperati, e fu costretto a rinunciare all’evento che agognava più di ogni altro, le Olimpiadi di Mosca 1980.

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Milano, 12 marzo 1978

Il suo ginocchio veniva tenuto sempre sotto il controllo dei medici sportivi, e dopo un’ennesima riabilitazione, nella primavera del 1983 venne avvistato durante la sua ultima grottesca apparizione in una competizione riservata agli atleti militari all’interno di uno stadio alla periferia di Mosca. Volodja, appena reclutato per il servizio di leva e con i capelli rapati a zero, salì svogliatamente in pedana. Saltò 2,15 m, ma la sua rincorsa si era appesantita. Le sue gambe avevano smesso di volare in alto. Secondo il giornale russo Novaya Gazeta (quello sul quale scriveva la giornalista Anna Politkovskaya), che nel 2003 ha riportato una testimonianza di Valentin Gavrilov, medaglia di bronzo nel salto in alto alle olimpiadi di Città del Messico 1968, già in quel periodo Volodja era debilitato dalla dipendenza dall’alcol.

Dopo questa volta non riprovò mai più a saltare una misura maggiore, e nell’estate 1984, con un dispaccio di una sola riga, l’agenzia sovietica Tass annunciò il suo definitivo ritiro dalle competizioni agonistiche.

Negli anni che seguirono per Volodja cominciò un lungo oblio, e alla fine dei ventiquattro mesi di naia, trascorsi non troppo lontano da casa e in un reparto di lusso, quale era quello dell’arma sportiva, il suo grande appartamento di Zaporozhye, riservato ai membri dell’élite, gli venne ritirato. Andò così a vivere in un altro, situato in un quartiere alveare in periferia, e decisamente più piccolo e angusto, insieme all’anziana madre ed al fratello Anatoliy, rimasto invalido a causa di una caduta sul ghiaccio.

Nella sua nuova vita post agonistica intervallava periodi durante i quali tornava al campo sportivo a lavorare come preparatore atletico, ad altri, che col tempo diventarono sempre più frequenti, in cui rimaneva disoccupato. I dirigenti sovietici di atletica, questa volta in panni caritatevoli, gli proposero invano di dirigere una scuola sportiva.

Nonostante si tenesse a debita distanza dal lavoro e dalle responsabilità, era pur sempre dotato di una mente versatile e assetata di curiosità, e coltivava interessi diversificati. Trascorreva buona parte dell’interminabile tempo libero a leggere classici russi, a studiare le lingue straniere e a preparare gli esami di educazione fisica, dove in breve tempo sarebbe riuscito a laurearsi. Per il resto, oltre a suonare la chitarra e scrivere canzoni, coltivò l’altra sua grande passione dell’archeologia, unendosi, spesso e volentieri, alle squadre di sommozzatori che dragavano il fiume Dnepr alla ricerca di reperti cosacchi del XVII secolo.

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Milano, 12 marzo 1978

Ma i suoi problemi al ginocchio, quasi come una metastasi indiretta, erano arrivati a lambire il sistema nervoso. E tra letture impegnate, ozio e noia, venne colpito anche da un breve periodo di depressione, durante il quale venne ricoverato per una settimana in una clinica psichiatrica. Al ritorno a casa la situazione peggiorò, e Volodja si lasciò trasportare ancora più profondamente dalla sua passione più pericolosa, la vodka, quasi un oppio legalizzato nell’Unione Sovietica al crepuscolo. Essendo di carattere piuttosto fragile, trovò nell’alcol un anestetico alle frequenti tensioni nervose. E come se non bastasse, confidò più volte agli amici di provare un rimpianto doloroso per i giorni di gloria in cui era trattato come un divo.

Fedele fino in fondo al proprio spirito genuinamente libertino, non mise mai la testa a partito. E dalle numerose relazioni sentimentali che intrattenne, gli nacquero, da due donne diverse, due figli legalmente riconosciuti. Ma è probabile che almeno con uno di questi non avesse un rapporto idilliaco, dal momento che il quotidiano sportivo russo Sport Express non ne riferì neppure la presenza ai suoi funerali.

Quando poi nel 1991 la stessa Unione Sovietica cessò di esistere, Yashchenko stava già precipitando nel baratro dell’alcolismo, e anche la notizia dell’indipendenza dell’Ucraina lo lasciò, con ogni probabilità, del tutto indifferente. Dopo la sua morte, avvenuta in un fatiscente ospedale di Zaporozhye nel novembre 1999 per un cancro al fegato come conseguenza di una cirrosi epatica mai curata (oltre al lavoro e ai giornalisti, tendeva ad evitare come la peste anche i dottori), l’agenzia Interfax-Ucraina confermò che aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita in condizioni di estrema indigenza e in preda all’alcolismo cronico. Secondo le dichiarazioni del suo ex insegnante di ginnastica, riportate dalla rivista ucraina Fakty i Kommentarii alla fine del 2002, negli ultimi tempi era dimagrito paurosamente, ed anche la sua espressione sembrava stranamente assente, come se avesse perduto irrimediabilmente la propria linfa vitale.

Due mesi e mezzo prima di morire, al termine di una manifestazione sportiva venne avvicinato quasi a tradimento dal giornalista del quotidiano Industrialnoye Zaporozhye, Dimitry Shilin. Trasandato nei vestiti, e con le mani in tasca tutto il tempo, come ad ostentare l’insofferenza per l’intervista, Yashchenko affermò di continuare a ricevere inviti a presenziare alle grandi competizioni di atletica, che spesso però declinava. Il giornalista gli chiese di posare per alcune fotografie, ma Volodja cercò di sottrarvisi. Non amava più essere fotografato. Anche il suo aspetto era cambiato. Ed uno dei suoi occhi non poteva più aprirsi a causa di una disfunzione dei nervi sopravvenuta durante la malattia che lo stava consumando. Quando poi gli venne domandato se stesse lavorando in quel periodo, senza mezzi termini, rispose di no. Gli venne chiesto allora a quanto ammontava la sua pensione di ex atleta, ma questa volta non diede neppure una risposta. Fu invece il quotidiano britannico The Independent a rivelarne impietosamente l’ammontare: 250 Grivnie ucraine al mese, l’equivalente di meno di 100 Euro dei nostri giorni.

*Un particolare ringraziamento a Dimitry Shilin, inviato speciale del quotidiano ucraino Industrialnoye Zaporhozye, che mi ha cortesemente fornito una preziosa testimonianza su Vladimir Yashchenko.

Fonti

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Bob Hersch, “Soviet High Jumper Sets World Record of 7-7 ¾”, The New York Times, 04/07/1977.
Roberto Quercetani, “È allievo di Dyachkov come Valeri. In sole tre stagioni da 2.12 a 2.33”, La Gazzetta dello Sport, 05/07/1977.
Roberto Quercetani, “Una nuova era iniziò con Steers. L’ultima novità è stato il “flop” “, La Gazzetta dello Sport”, 05/07/1977.
Gianni Merlo, “La scienza lo aiuta a volare”, La Gazzetta dello Sport, 05/07/1977.
“2,33: Nuevo Record Mundial de Altura. Vladimir Yashchenko franqueo el liston al primero intento”, El Mundo Deportivo, 06/07/1977.
F. Castello, “Brumel: filosofo del atletismo”,El Mundo Deportivo, 22/08/1977.
Elio Trifari, “Yashchenko nella leggenda a 19 anni”, La Gazzetta dello Sport, 13/03/1978.
Gianni Merlo, “Perché è diverso dal grande Brumel”, La Gazzetta dello Sport, 14/03/1978.
Elio Trifari, “Ha fatto il miracolo prima del previsto”, La Gazzetta dello Sport, 14/03/1978.
Maurizio Mosca, “Ha eccitato la fantasia dei ragazzi”, La Gazzetta dello Sport, 14/03/1978.
“Volodia Yatchenko pidio los 2.36”, El Mundo Deportivo, 18/06/1978.
F. Castello, “Sara y “Volodia” pusieron la altura por las nubes”, El Mundo Deportivo, 12/02/1979.
“Reaparición de Yatchenko”, El Mundo Deportivo, 17/08/1979.
Elio Trifari, “Wessig cancella Wszola e Mögenburg”, La Gazzetta dello Sport, 02/08/1980.
“Tercera operación de Yatchenko”, El Mundo Deportivo, 19/02/1981.
“Yashchenko, operado”, El Mundo Deportivo, 12/03/1981.
“Bellot y Yaschenko: dos que se van”, El Mundo Deportivo, 30/10/1982.
Roberto Quercetani, “Non sempre è stata grande Europa”, La Gazzetta dello Sport, 27/02/1998.
Yury Gaer, “НА СОРОК ПЕРВОМ ГОДУ ЖИЗНИ В ЗАПОРОЖЬЕ УМЕР ЛУЧШИЙ ЛЕГКОАТЛЕТ МИРА 1978 ГОДА ВЛАДИМИР ЯЩЕНКО” (NA SOROK PERVOM GODU ZHYZNY V ZAPOROZHYE UMER LUZHNYI LEGKOATLET MIRA 1978 GODA VLADIMIR YASHCHENKO), Fakty i Kommentarii, 02/12/1999.
Gianni Merlo, “Addio Yashchenko, talento incompiuto”, La Gazzetta dello Sport, 02/12/1999.
“Muere Yaschenko, el último saltador “ventral” “, El País, 02/12/1999.
Arkady Kopeliovich, “Навечно в таблице рек ордов” (Navechno v tablitse rekordov), Den, 03/12/1999.
Carlos Toro, “Del récord de altura al infierno del alcohol”, El Mundo, 03/12/1999.
Steven Downes, “Obituary: Vladimir Yashchenko”, The Independent, 08/12/1999.
Yury Lisovoy, “ГЕНИЙ ПРЫЖКОВ В ВЫСОТУ” (Geny pryzhkov v vysotu), Sport Express, 21/03/2000.
Dimitry Shilin, “ЕГО ТЯНУЛО К СТРЕССАМ, КАК К НАРКОТИКУ” (EGO TYANULO K STRESSAM, KAK K NARKOTIKU), Industrialnoye Zaporozhye, 2002.
B. Valiev, “Две славы Володи Ященко” (Dve slav Volody Yashchenko), Sovietsky Sport, 23/03/2002.
Yury Gaer e Olga Gurina, “ПОСЛЕ МИРОВОГО РЕКОРДА АМЕРИКАНСКИЕ ФАНАТЫ ОСТАВИЛИ СОВЕТСКОГО ПРЫГУНА ВЛАДИМИРА ЯЩЕНКО В ОДНИХ ПЛАВКАХ” (POSLE MIROVOGO REKORDA AMERIKANSKYE FANAT OSTAVILY SOVYETSKOGO PRGUNA VLADIMIRA YASHCHENKO V ODNYH PLAVKAH), Fakty i Kommentarii, 30/11/2002.
Georgj Nastenko, “ДОПРЫГНУТЬ ДО ЗОЛОТА” (DOPRYGNUTS DO ZOLOTA), Trud, 14/08/2003.
Igor Feyn, “…КАК ГЕНИЙ ЧИСТОЙ ВЫСОТЫ” (KAK GENYI CHYSTOY VYSOT), Novaya Gazeta, 25/08/2003.
“По жизни пролетел метеоритом” (Po zhizhny proletel meteorytom), Industrialnoye Zaporozhye, 12/01/2009.
Dimitry Shilin, “Владимир Ященко. Взлет и падение” (Vladimir Yashchenko. Vzlyet i padenye), Industrialnoye Zaporozhye.
Igor Ivanchenko, “Прыжок на дно” (PRYZHOK NA DNO), Ostrov Svobody.
“Vladimir Yashchenko: the last king of the straddle (Part 1)”, Video clip da YouTube.
“Vladimir Yashchenko: the last king of the straddle (Part 2)”, Video clip da YouTube.

 

 

 

(Giuseppe Ottomano)

30 COMMENTS

  1. Ottima ricostruzione della vita di questo grande e sfortunato atleta.Bisognerebbe farne un film!!!

  2. x me e stato il saltatore in alto piu forte di tutti i tempi……… se non si fosse infortunato sarebbe arrivato a 2.50.peccato x la sua triste fine. sara un mio impegno andare al suo cospetto x ringraziarlo x le emozioni che mi a fatto vivere. vorrei sapere dove e sepolto.

  3. Nella canzone “Ventrale”, il cui testo scorre tra cronaca e intime percezioni (strampalate se vuole) l’eroismo di Vladimir Yashchenko sta proprio nel saltare:

    “praticando lo stile démodé dello scavalcamento ventrale, concepito negli anni trenta in sostituzione della goffissima sforbiciata, e sorpassato già da un decennio dalla tecnica dorsale, detta Fosbury”

    E’anacronistico e romantico, (il riferimento storico alla terza internazionale) è anticonformista, fuori dal contemporaneo se vogliamo.
    La definizione è tutt’altro che improbalbile (così contraddice la sua stessa ricostruzione) soprattutto perché fa il record del mondo.

    Si può essere eroi anche senza volerlo tant’è che fu “l’ultimo grande ventralista della storia”. Avrebbe saltato 2.50 m

  4. Se il riferimento alla Terza Internazionale era in questo senso, cioé nell’anacronistico e romantico modo di saltare, allora Yashchenko era un “eroe da Terza Internazionale”. Se il riferimento ha anche un’accezione politica, allora diventa strampalato, perché Yashchenko non era un tipo da farsi strumentalizzare in questo senso.
    Ma forse bisognerebbe chiedere un’interpretazione autentica all’autore del brano…

  5. Avevo 14 anni nel 1978. C’era un piazzale dove trascinavamo un grosso materasso verde militare, due supporti e l’asta. Non so quanti pomeriggi ho passato così, provando e riprovando quello stile in una sorta di trance ludica ed esistenziale insieme. C’erano alcuni ragazzi che saltavano fosbury, ma noi eravamo gli emuli di qualcosa che aveva davvero un senso diverso. Volodya era l’ultimo alfiere di un mondo che stava scomparendo. L’emozione che riprovo quando penso a quei pomeriggi è sempre la stessa, è come se ogni volta aggredissi l’asticella frontalmente. E c’è ancora intatta la sensazione meravigliosa di ricadere sul sacco senza avvertire il rumore del ferro che tocca lo sterrato….Ho già scritto su FB che la storia di Vladimir meriterebbe un film.

  6. “….La sera del 12 marzo, durante i campionati europei indoor al Palasport di Milano, che sarebbe stato poi seppellito dall’interminabile nevicata del 1985, ….”…io c’ero e vidi un angelo volare!

  7. c’ero anch’io a Milano, quella sera. ho visto il mio coetaneo volare e brindare verso le tribune con un bicchiere di carta dopo il record del mondo. una grandissima, indimenticabile emozione

  8. Non conoscevo la storia di questo grande uomo, leggendo cio’ che hai scritto mi sono profondamente emozionato , ho pensato che anchue Lui come Emy Winehouse fosse un essere fragile ed emotivo, capace di sentimento, doti che spesso fanno grandi alcuni uomini ed alcune donne.
    La forza nella fragilita’ sembra un anacoluto eppure…, vedi Maradona e tanti altri uomini come loro.

  9. Bella è veritiera la ricostruzione della sfortunata carriera di Wladimir…
    mi figlia mi ha chiesto…chi era Wladimir…
    ho semplicemente risposto…UN GRANDE….
    non ho parole …mi viene la pelle d’oca e a 52 anni…la sua età…piango come un bambino…sapendo che non c’è più…è stato il mio eroe…la fortuna di averlo incontrato e ammirato come Atleta…
    un piacere aver fatto atletica sognando di emularlo…
    Milano dovrebbe ricordarlo con qualcosa di speciale..in memoria dela gara del 1978.
    Wladimir SIGNOR Yashchenko… RIPOSA IN PACE…
    Antonio Tonti

    • Grazie per il bellissimo commento, Anotnio.
      Anche io penso che Volodya Yashchenko fosse UN GRANDE. Ed anche se, dal mio avvilente record personale di 1,20 m (realizzato durante l’ora di educazione fisica alle medie), non ho mai potuto permettermi di sognare di emularlo, lui era il mio idolo.
      Ma anche oggi, che sto ricostruendo la sua esistenza, mi rendo conto di quanto fascino potesse emanare persino durante i suoi anni più difficili. Raramente ho letto di uno sportivo dal carattere più genuino, mai incline a compromessi, così incurante del valore del benessere, e così enigmatico. Da come sto imparando a conoscere in dettaglio la sua storia, non credo avesse piacere ad essere chiamato Signor Yashchenko. Lui era per tutti: Volodya; ma per gli amici più vicini, semplicemente Yasha.

  10. Domenica 4 dicembre ho avuto l’onore di avere come special guest al Gala della Collection Atletica Sambenedettese, società di cui sono presidente, la mitica Sara Simeoni assieme al suo consorte Erminio Azzaro.
    La sera prima, ho avuto modo di rimembrare con loro l’atletica degli anni 70 che a me manca smisuratamente ed il pensiero è andato alla magica sera del 12 marzo 1977 al Palasport di Milano : avevo 14 anni ed ebbi modo di vivere l’esperienza più intensa della mia vita, stregato ed ipnotizzzato dai magici salti dell’Angelo Biondo Volodya. Sara mi ha poi detto che era morto di cirrosi epatica….sono rimasto basito, ammutolito, annichilito ed ho pianto tutta la notte.
    Ritengo indegno l’assordante silenzio che ha accompagnato la fine del più grande saltatore in alto di tutti i tempi ed ho deciso di organizzare un Memorial Vladimir Yaschenko per rendere merito ad un mito della mia esistenza.
    Dovrà essere un evento irripetibile al quale parteciperanno tutti i più grandi specialisti a livello mondiale e sarà mia cura dare un taglio emozionale per tributare il GRANDE YASHA….
    Avrete presto mie notizie, sono un produttore televisivo ( http://www.sfilatadamoreemoda.com
    )e metterò a disposizione di Volodya tutta la mia passione e la mia professionalità per alimentare il suo ricordo e farlo conoscere alle nuove generazioni.

  11. QUANDO STABILI IL RECORD A MILANO FREQUENTAVO LE SCUOLE MEDIE, ERO APPASSIONATO ALLO SPORT DELL UNIONE SOVIETICA PERCHE LO RITENEVO VERO- CHI FACEVA SPORT, LO FACEVA X DIVENTARE FAMOSI , NON X SOLDI COME IN OCCIDENTE- BORZOV DITIATIN KAZANCHINA ADRIANOV KACHENKO KIM SANAYEV YASHENKO QUESTI ERANO I MIEI IDOLI. ALLA NOTIZIA DELLA SUA MORTE CHE HO SCOPERTO 2 ANNI FA,MI SONO COMMOSSO E HO PIANTO. PENSO CHE PRIMA DI MORIRE UN 30 DI NOVEMBRE ME NE ANDRO IN UCRAINA AL SUO COSPETTO X SALUTARLO

  12. Yaschcenko è stato certo un grande campione.Tuttavia la sua vicenda è, a mio modesto avviso, assai meno rilevante e commovente della tragedia di Valery Brumel, il maestro di Yaschcenko ed il più grande e dotato saltatore di ogni tempo.Tragedia che molti dimenticano.Brumel dovette abbandonare la sua carriera,già brillantissima, nel suo momento migliore, quando il medesimo aveva solo 23 anni.Per un gravissimo incidente in moto che gli distrusse la gamba destra (quella di stacco).A quell’epoca Brumel aveva già vinto l’argento alle Olimpiadi di Roma del 1960 (non aveva neppure diciotto anni di età) e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokio del 1964.Aveva anche,nell’arco di meno di due anni (1962 e 1963)migliorato per ben sei volte il primato del mondo.Se Brumel avesse partecipato alle Olimpiadi di Città del Messico,come era previsto e dove era ampiamente favorito, l’evoluzione del salto in alto avrebbe preso ben altra piega.Infatti se la logica governa il mondo Dick Fosbury non avrebbe potuto nulla (se non inchinarsi) di fronte ad un simile fenomeno.Dotato di uno stacco esplosivo e di una capacità di elevazione eccezionale,inarrivabile, mai vista nè prima nè dopo.Infatti se si osserva il salto con cui nel 1963 Brumel fece il suo ultimo record del mondo prima del predetto sciagurato incidente (m.2,28)si nota bene che il medesimo valicò l’asticella in modo così netto ed evidente che quel salto valeva almeno m.2,31- 2,32.
    Per cui è inevitabile chiedersi dove cotanto talento sarebbe arrivato se la sua carriera non fosse stata interrotta irrimediabilmente così prematuramente.
    Tanto più considerando che poco dopo furono introdotte le pedane in tartan ben più elastiche e propulsive della terra o del cemento dove Brumel si misurava nei primi anni sessanta.
    Si noti che Brumel saltando riusciva a toccare con i piedi il ferro del canestro da basket! Forse Yaschcenko o Sotomayor sarebbero arrivati a tanto?
    Come avrebbe potuto mai imporsi il salto di Fosbury se esso non fosse stato lanciato (come fu) dalla vittoria olimpica di Città del Messico dove Brumel era di gran lunga il favorito?
    Molti tecnici di ieri e di oggi ritengono che se Brumel, in virtù della sua eccezionale ed inarrivabile capacità di elevazione e della sua straordinaria quanto meticolosa preparazione atletica, avesse ,ad un certo punto della sua carriera, adottato lo stile di Fosbury, molto più semplice,comodo,efficiente e meno dispendioso di quello ventrale,oggi, incredibile a dirsi, sarebbe ancora lui il primatista del mondo.
    Fanno commuovere e rimangono,indelebili ed esemplari,nella memoria collettiva ad onore di un atleta formidabile ed irripetibile (più volte eletto migliore atleta del mondo nei primi anni sessanta) i disperati quanto ostinatissimi e coraggiosi tentativi del medesimo negli anni di ritornare al vertice pur con una gamba,quella di stacco, martoriata da una miriade di interventi chirurgici per cercare di ricostruirla.Gamba che avrebbe dovuto essere amputata perchè schiacciata e sbriciolata in mille pezzi dal violentissimo impatto di essa con un palo e con l’asfalto sul quale la moto correva.
    Brumel nel suo tentativo disperato di riprendersi ciò che il destino gli aveva tolto così improvvisamente riuscì a saltare “solo” m.2,07.Ma saltare codesta misura in quelle condizioni fu un vero miracolo.
    Tuttavia il suo coraggio, la sua ferma fede nelle sue capacità, la sua consapevolezza che pazienza,tenacia e lavoro producono sempre frutti per un atleta, specie se dotato,sono rimasti un luminoso esempio per tutti.
    Che Dio lo benedica.
    Angelo Balzano.

    • Sicuramente ci sono delle macroscopiche analogie tra le storie sportive ed esistenziali di Valeri Brumel e di Volodya Yashchenko. Però non dobbiamo dimenticarci che mentre la carriera di Brumel venne stroncata a 23 anni, quella di Yashchenko subì la stessa fine ad appena 20, quando aveva ancora davanti a sé un’impressionante potenzialità di crescita: tutto questo dal lato sportivo.
      Dai lati personale ed umano, Valeri Brumel riuscì a trovare un modus vivendi con la sua condizione di “ex campione”. Riuscì a riconvertirsi prima come tecnico sportivo, poi come scrittore, come sceneggiatore teatrale, e ambasciatore dello sport sovietico, rimanendo sempre un personaggio in vista nel proprio paese.
      Volodya Yashchenko, all’opposto, non trovò mai né la forza, né la volontà e molto probabilmente neppure il desiderio di convivere con la propria condizione. Si trovò costretto, e allo stesso tempo ne fece anche una scelta cosciente, a rimanere ai margini della vita sociale. Optò per un’esistenza solitaria e anticonformista, senza scendere a compromessi: cosa estremamente difficile da mettere in pratica in un paese come l’Unione Sovietica.
      La causa non certo la presunta incapacità, dal momento che era dotato di una cultura di livello notevole e di un carisma straordinario, a dispetto della sua natura profondamente incline alla misantropia.
      Quanto intendo dire è che se anche Valeri Brumel ha avuto da fare i conti con un destino piuttosto avverso, ha affrontato la battaglia dell’esistenza con mezzi convenzionali, ottenendo risultati a luci ed ombre. Volodya Yashchenko, messo di fronte ad un analogo destino, si è abbandonato ai dettami più profondi della propria indole, senza accettare compromessi di nessun tipo.
      Credo che tutto questo lo renda un personaggio tanto unicamente enigmatico, quanto altrettanto unicamente straordinario.

    • Sicuramente ci sono delle macroscopiche analogie tra le storie sportive ed esistenziali di Valeri Brumel e di Volodya Yashchenko. Però non dobbiamo dimenticarci che mentre la carriera di Brumel venne stroncata a 23 anni, quella di Yashchenko subì la stessa fine ad appena 20, quando aveva ancora davanti a sé un’impressionante potenzialità di crescita: tutto questo dal lato sportivo.
      Dai lati personale ed umano, Valeri Brumel riuscì a trovare un modus vivendi con la sua condizione di “ex campione”. Riuscì a riconvertirsi prima come tecnico sportivo, poi come scrittore, come sceneggiatore teatrale, e ambasciatore dello sport sovietico, rimanendo sempre un personaggio in vista nel proprio paese.
      Volodya Yashchenko, all’opposto, non trovò mai né la forza, né la volontà e molto probabilmente neppure il desiderio di convivere con la propria condizione. Si trovò costretto, e allo stesso tempo ne fece anche una scelta cosciente, a rimanere ai margini della vita sociale. Optò per un’esistenza solitaria e anticonformista, senza scendere a compromessi: cosa estremamente difficile da mettere in pratica in un paese come l’Unione Sovietica.
      La causa non è stata di certo la presunta incapacità, dal momento che era dotato di una cultura di livello notevole e di un carisma straordinario, a dispetto della sua natura profondamente incline alla misantropia.
      Quanto intendo dire è che se anche Valeri Brumel ha avuto da fare i conti con un destino piuttosto avverso, ha affrontato la battaglia dell’esistenza con mezzi convenzionali, ottenendo risultati a luci ed ombre. Volodya Yashchenko, messo di fronte ad un analogo destino, si è abbandonato ai dettami più profondi della propria indole, senza accettare compromessi di nessun tipo.
      Credo che tutto questo lo renda un personaggio tanto unicamente enigmatico, quanto altrettanto unicamente straordinario.

  13. Ragazzi, mi ricordate una delle più grandi emozioni sportive della mia vita! A 15 anni pietrificato davanti alla TV!
    Leggo con piacere ed emozione di non essere il solo ad aver provato queste sensazioni.
    So che c’era il progetto di farci un libro in italiano (dopo l’uscita di quello del giornalista ucraino Timokhin). Sarebbe bello!
    Se lo fate, fin da ora 10 copie sono mie!!! E se vi serve qualche aiuto per promuoverlo, disponibilissimo fin da ora!!

    Cristiano Rabuzzi
    Redazione Sportiva IL TIRRENO – Pistoia

  14. Ciao, mille grazie per il vostro articolo su Vladimir. Per me è il più grande saltatore di tutti i tempi. Probabilmente sarebbe successo a più di 2,40 m in ventrale! Un’idea incredibile e inconcepibile per molte persone. Scusate il mio goffo italiano, sono francese

  15. Grande e inimitabile Yashenko. Splendida e sfortunata meteora.
    Mi ricordo perfettamente quel ragazzo che sognava l’oro in quella che doveva essere la sua pedana, ossia quella di Mosca 1980.
    Ho saputo della sua scomparsa solo anni dopo e leggendo il bellissimo articolo mi sono venute le lacrime agli occhi.
    Chissà quanti altri atleti sono stati costretti dal regime sovietico a sderenarsi e mettere fine alle proprie carriere.

    Che la terra ti sia lieve (come dicevano gli antichi) Yasha.
    Se la vita mi porterà mai dalle tue parti una preghiera verro’ a recitartela
    RIP

  16. Mi ricordo benissimo di Vladimir, è stato l’ultimo grande saltatore in ventrale che riusciva a volare in alto. Con il passare del tempo a volte ci si dimentica molte cose, per correttezza bisogna sottolineare che anche in campo femminile e più o meno nello periodo la Akerman che usava la stessa tecnica, volava alto come lui e fu la prima a superare i 2 metri con lo stile ventrale.
    Molti atleti in passato non sono riusciti a cavalcare l’onda del successo, un caso particolare fu quello del grande Bob Beamond che sconosciuto al mondo fece un record sovrumano nel salto in lungo al di fuori delle misurazioni concepite. Cadde nell’oblio dopo le olimpiadi vinte, si rinchiuse in casa compro 7 televisioni, 32 paia di scarpe, armadi pieni di abiti, spese tutti i soldi; il risultato fu che non riusci più a saltare, otteneva solo misure modeste, cambiò addirittura la gamba di battuta, ma nienete il giocattolo si era rotto. Inizio un percorso travagliato fatto di droga e alcool, ne è uscito con un programma governativo di riabilitazione, ora insegna sport (basket) ai giovani.

  17. Muore giovane che è caro agli dei: io non so se gli dei si siano interessati al grande saltatore ucraino certo che uno sguardo devono pure averglielo indirizzato portandoselo con se per pietas ad interrompere un ingiusto inarrestabile declino morale e materiale. Giusto così

  18. A Milano c’ero e ero rimasta incantata da quell’angelo biondo! Il suo poster troneggiava nella mia cameretta. Lo ricorderò sempre ed è sicuramente uno dei miei più bei ricordi della mia adolescenza. R.I.P.

  19. Merci pour cet article, qui m’a rappelé de beaux, quoique lointains souvenirs.

    Je suis né en janvier 1959, comme V. Yashchenko, et comme lui, j’ai fait du saut en hauteur de 14 à 20 ans (mais la comparaison s’arrête là, je n’avais ni ses qualités, ni ses résultats !). Je me rappelle avoir découvert son nom dans l’Equipe un jour de 1977 (il n’y avait pas Internet à l’époque, et pas beaucoup d’images) et avoir rêvé rien qu’à l’évocation de ses exploits. J’ai donc été très triste d’apprendre les circonstances de sa mort.

    Mais au delà de l’anecdote personnelle, je crois qu’il y a une dimension vraiment symbolique dans la ‘trajectoire’ de cet athlète, qui nous interpelle tous : celle de l’ascension et de la chute de l’homme après un bref, très bref, passage au sommet, comme dans le saut en hauteur. N’est-ce pas notre lot à tous, nous autres mortels, plus ou moins intensément, plus ou moins rapidement, au moins dans le domaine physique ?

    Malheureusement, lui ne semble pas avoir trouvé le remède à cette inéluctable déchéance ni à ses démons intérieurs, remède qui ne peut être que spirituel, je pense. Comment l’eut-il pu d’ailleurs, dans l’URSS athée des années 1980, sauf à la lecture des grands auteurs ? Pour l’anecdote encore, je séjourne assez souvent en Ukraine, ces derniers temps (dans la région de Dnepropetrovsk, donc pas très loin de Zaparodje) et j’y constate un renouveau de la foi (orthodoxe) dans le ‘Fosburyste’ par excellence, Celui qui nous enseigne à nous relever toujours, malgré des chutes qui peuvent sembler parfois (à vue humaine) définitives : NSJC. Heureuse évolution, car si la nature ukrainienne est toujours aussi prolixe (il suffit de se balader dans la rue pour croiser les dignes héritiers de Volodia en termes de beauté et de qualités physiques), l’inclinaison à l’alcoolisme (sans parler de drogues encore plus fortes) y est aussi très présente et a bien besoin de la grâce pour antidote.

    Pour en revenir à Yasha, j’espère juste que la miséricorde divine aura finalement amorti sa dernière chute et ne l’aura condamné qu’à un léger ‘purgatoire’ parmi les journalistes abhorrés. Voire même, considérant qu’il a beaucoup aimé (les femmes, l’alcool, mais aussi le saut en hauteur, la littérature et la plongée sous-marine), qu’elle lui aura beaucoup pardonné et que, le prenant dans ses bras ‘au passage de la barre’ lors de son dernier saut, elle l’aura fixé pour toujours là où il a tendu, consciemment ou inconsciemment, toute sa vie, à savoir au Ciel. RIP

  20. I am a former Belgian Champion in High Jump (best result 226m) and I have always considered Volodja
    Vladimir Jachenko as THE best high jumper ever, ever on THE whole wide World!
    His appearance, his style, his attitude, his body, his eyes…..it was THE translation of what God thougth
    “High Jump” should be!
    Volodja….you flow to eternity…..so that God could see!!! You are “real beauty”!!!

    May God be with you

    X

    Marc Borra

  21. Ero a Milano quel 12 marzo 1978. Avevo 16 anni e praticavo l’atletica. Quella sera decisi che avrei studiato sport.Quell’emozione è ancora viva e intatta, così come la grande tristezza quando ho appreso della sua morte. Conservo il suo autografo e una foto rubata nell’eccitazione di quella sera. Ci ho pensato per anni a quella sera e mi ha sempre dato una grande carica. Magnifico.
    La tragica vicenda di Volodia deve far pensare a tutti coloro che come stelle splendenti transitano nel firmamneto dello sport , con la consapevolezza che il successo può distruggere se non gestito con maturità e lungimiranza. Volodia è stato l’ultimo grande rappresentante dello stile ventrale, un atleta accarezzato e poi consumato, un eroe tragico e romantico rimasto abbagliato dal suo luminoso passato e iincapace di affrontare e reinventare il presente,

  22. Ho comprato poco fa il libro (2 copie) su ibs.
    Grazie agli autori.

    (Ma la pur bella citazione dall’orazione funebre non dice il vero: rivedremo i nostri “maggiori” andati avanti !!)

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