Marc Cécillon
Marc Cécillon

(30/07/1959, Bourgoin-Jallieu, Francia)

Perché ho sparato? È una domanda che mi porrò per tutto il resto della mia vita. Sono esploso senza sapere perché. Sono caduto nell’alcoolismo, ero intrappolato nella mia piccola bolla. Era come vivere in un guscio di noce.

Marc Cécillon

Si sveglia, confuso, con la testa che pulsa. Chiama la moglie: “Chantal, Chantal!”. Arrivano due gendarmi, si rende conto di essere in prigione. “Voglio mia moglie”, spiega. La risposta è secca: “Non puoi averla, è morta. Le hai sparato ieri sera”. È così che la vita di Marc Cécillon entra nel suo incubo più nero, l’8 agosto 2004, il giorno dopo aver assassinato sua moglie. “Ma io la amo, lei è tutto per me”, balbetta, mentre il mondo gli crolla addosso.

Venti anni di prigione, questo il verdetto della Corte d’Assise dell’Isère di Grenoble: cinque anni in più rispetto a quanto chiesto dall’accusa. Venti anni di carcere per un uomo distrutto. Il padre era morto di crepacuore pochi mesi dopo l’omicidio, incapace di spiegarsi come il figlio avesse potuto nascondergli i suoi problemi. Le figlie avute da Chantal – Angélique e Céline (24 e 22 anni al tempo del delitto) – si erano rifiutate di vederlo fino al processo. “Non potrò mai perdonare mio padre, ma lo amo ancora”, dichiarò Angélique, in lacrime, chiedendo alla Corte clemenza: “Mi mancano i miei genitori, entrambi, e mio padre ha già pagato abbastanza per quel che ha fatto”.

Il caso Cécillon farà scalpore nell’opinione pubblica di una Francia così attaccata ai propri idoli sportivi da ignorare i loro difetti, le loro enormi inadeguatezze. “Avremmo dovuto essere più attenti e severi nei suoi confronti, avremmo dovuto notare che aveva bisogno di aiuto”, dichiarò Pierre Berthier, a lungo presidente del Club Sportif Bourgoin-Jallieu. Serge Blanco, che nella sua ultima partita internazionale (il quarto di finale di Coppa del Mondo del 1991, perso contro l’Inghilterra 19-10) aveva capitanato Cécillon con la maglia blu del XV di Francia, testimoniò al processo. Parlò di Cécillon definendolo “un giocatore forte e generoso in campo”, sottolineando poi che durante la sua lunga carriera il numero 8 non era mai stato ammonito, né aveva mai giocato sporco. “Le regole, però, sono anche quello che si impara nella vita, e la vita non è il rugby. Forse a Marc mancava un arbitro, nella sua vita, che potesse fargli vedere che aveva imboccato il cammino sbagliato”.

Il terremoto mediatico scosse profondamente la piccola comunità rugbistica di Bourgoin-Jallieu, quella che venerava Cécillon come un idolo e che più volte aveva chiuso un occhio, perdonato le sue inadeguatezze, minimizzato il suo alcoolismo e ignorato la sua depressione. Jean-François Tordo, amico e compagno di squadra di Cécillon, ricorda: “Marc veniva sempre invitato a brindisi e feste. Per la gente era motivo di vanto averlo come ospite o passare un pomeriggio a bere con lui”. Cécillon per Bourgoin era l’eroe locale, colui che era rimasto fedele alla squadra per 23 anni, contribuendo a sollevare il CS Bourgoin-Jallieu dall’anonimato e portarlo nel 1997 a una storica vittoria europea in Challenge Cup. L’anno prima del delitto gli era stata dedicata un’ala dello Stade Pierre Rajon, poi tornata ad essere un’anonima Tribune Est.

Cécillon, classe ’59, aveva cominciato a giocare a rugby a otto anni, nelle giovanili del Saint-Savin, sulle orme del padre e del nonno. Promettente nella palla ovale, il giovane Marc si rivelò un fallimento a livello scolastico: un presagio di quanto sarebbe avvenuto più avanti, dell’incapacità del giocatore di ottenere successi fuori dal campo da rugby. A quattordici anni lasciò la scuola per divenire apprendista di un pasticciere, anch’egli fanatico di rugby: era prassi consolidata che a Marc fosse dato il permesso di saltare delle ore di lavoro per potersi allenare. Fu così che il rugby divenne l’unica vita possibile per Cécillon, che nel 1976 si unì al CS Bourgoin-Jallieu, il club a cui rimase leale tutta la vita.

Il grosso successo arrivò alla fine degli anni ’80: durante il Cinque Nazioni del 1988 esordì in nazionale, capitanato da David Dubroca e a fianco a leggende del rugby francese come Blanco, Sella, Camberabero, Lagisquet e Berbizier. L’avversario era l’Irlanda, capitanata da Lehinan, ed i Bleus si imposero per 25-6. La Francia dovette dividere la vittoria di quel Cinque Nazioni con il Galles, prima di trionfare in solitaria l’anno seguente, edizione in cui Cécillon prese parte a due partite. Nel 1990 il “gigante tranquillo” del rugby francese non fu mai chiamato in nazionale, ma tornò l’anno seguente, facendo il suo esordio in Coppa del Mondo. Nel 1993 partecipò a tutti gli incontri del Cinque Nazioni, ottenendo la sua terza vittoria nel torneo e mancando il Grand Slam per una sconfitta di un solo punto contro l’Inghilterra. Nel 1995 disputò la Coppa del Mondo in Sudafrica: la sua ultima partita in nazionale fu proprio la semifinale con i padroni di casa. La Francia venne sconfitta 19-15, mentre gli Springboks di François Pienaar procedettero, andando a battere in finale gli All Blacks per conquistare il titolo di Campioni del Mondo. Sarà l’ultimo grande evento del rugby amatoriale: solo due mesi dopo l’International Rugby Football Board darà il via libera al professionismo.

La carriera di Cécillon però non finì dopo i 47 caps ottenuti e le dieci mete segnate in nazionale: a livello di club il suo anno d’oro fu il 1997, quando portò il CS Bourgoin-Jallieu a partecipare a ben tre finali. Se il XV d’Isère non riuscì a superare lo Stade Toulousain nella finale del campionato francese e il Section Paloise di Pau in quella della Coupe de France, il trionfo arrivò in una competizione europea. Il 26 gennaio la squadra di Cécillon sconfisse il Castres Olympique 18-9 allo Stade de la Méditerranée di Béziers e si aggiudicò la Challenge Cup, l’unico trofeo di prestigio mai vinto dal club. Nel 1999, dopo altre due finali (Coupe de France e Challenge Cup) sfumate, Marc Cécillon si ritirò dal rugby professionistico, diventando allenatore-giocatore dell’US Beaurepaire in Division Nationale 2: fu in quel momento che iniziò la sua spirale autodistruttiva.

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Mentre i suoi vecchi compagni di squadra, come Blanco e Jo Maso, cominciavano attività commerciali di successo, Cécillon si rivelò incapace di riproporsi fuori dal mondo del rugby giocato. Prima si imbarcò in un business di vendita di campi in sintetico, che fallì miseramente, poi trovò posto nel suo vecchio club, il Bourgoin-Jallieu. Ritenuto troppo taciturno e introverso per diventare un dirigente o un allenatore, venne assunto come “ambasciatore”, ruolo che il giocatore considerò come un tradimento da parte del club a cui era sempre stato leale. Gli psicologi sportivi parlano di “perdità di identità”: l’intera esistenza di Cécillon era stata fondata sulla sua identità di campione e, da un giorno all’altro, si ritrovava a essere “un tale che una volta era qualcuno”. All’amarezza e all’inattività si mescolò l’abitudine al consumo di alcool e la predisposizione alla rissa. A tirarlo fuori dai guai c’era una sorta di complice accondiscendenza da parte della comunità di Bourgoin, sempre pronta a chiudere un occhio sulle bravate del giocatore.

Cécillon si chiuse in sé stesso e, a forza di chiudere occhi, nessuno fu più in grado di aiutarlo. “Era un uomo senza limiti, faceva qualsiasi cosa con passione. Credo ci fosse amore in quello che ha fatto, credo sia l’accumulo di anni di emozioni non espresse. Aveva bisogno di affetto e amicizia, ma allo stesso tempo non mostrava le sue emozioni. Come amico avrei dovuto essere più sensibile al dolore che teneva dentro di sé.”, disse Tordo, col senno di poi. “Era come un iceberg gigante, e noi potevamo solo vederne la punta”.

I problemi erano tanti anche nel rapporto con Chantal, la moglie. Cécillon non era certo un santo: nel 1989 una ragazza diciassettenne sostenne di aver avuto un figlio da lui e nell’ambiente giravano parecchie voci riguardo alle sue scappatelle. Ciononostante il matrimonio era durato ben 27 anni e Chantal e le figlie, oltre al rugby, erano tutto ciò che Cécillon possedeva. Fu così che, entrato in depressione, cominciò ad avere una gelosia paranoica nei confronti della moglie. La vita familiare era diventata un inferno, tanto da spingere Chantal ad annunciare l’intenzione di chiedere il divorzio, pochi giorni prima del delitto. Al processo una delle figlie raccontò che durante un litigio il padre aveva sparato in aria con la sua pistola.

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Già, la pistola. Una Taurus Brazil Magnum .357. L’aveva comprata durante il tour in Sud Africa del 1992, le ultime due delle cinque partite in cui Cécillon capitanò la Francia. Un compito per il quale non si sentiva tagliato, un altro ruolo per il quale si vedeva inadeguato. Fu quella pistola che Cécillon andò a prendere a casa, la sera del 7 agosto 2004, dopo esser stato cacciato dalla festa dell’amico Christian Beguy. Ubriaco fradicio, aveva schiaffeggiato Babeth, la padrona di casa, ed era stato allontanato. Costretto ad andarsene, aveva implorato Chantal, presente alla festa, di tornare a casa con lui. Lei si era rifiutata.

Cécillon provò la rivoltella sparando contro il soffitto, poi inforcò la sua Harley-Davidson. Si diresse verso casa di Beguy, entrò nella casa e, di fronte a sessanta invitati, aprì il fuoco cinque volte contro Chantal da distanza ravvicinata. Gli ospiti lo disarmarono a fatica. Quando la polizia arrivò trovò il gigante Cécillon, un metro e 92 per 110 kg, legato con del filo elettrico. Balbettava, impotente, chiedeva di Chantal.

Fonti

“Rugby’s Brutal World Exposed By Killing”, Buzzle.com, 14/08/2004.
Alex Duval Smith, “‘Quiet man’ of rugby held for killing wife”, The Independent, 09/08/2004.
Catherine Field, “Rugby star Cecillon – from national hero to murder accused”, The New Zealand Herald, 09/11/2006.
Kim Willsher, “Ex-French rugby star on trial for wife’s murder”, The Guardian, 07/11/2006.
Patrick Jackson, “The hardest tackle of them all”, BBC News, 10/11/2006.
“French sportsman guilty of murder”, BBC News, 10/11/2006.
Profilo di Marc Cécillon sul sito della Fédération Française de Rugby

Damiano “Billie” Benzoni

3 COMMENTS

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