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(09/01/1948, Wrocław, Polonia)

Jan Tomaszewski è probabilmente il più forte portiere polacco di tutti i tempi. Molti lo ricordano per la partita di Wembley contro l’Inghilterra, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 1974, che la Polonia pareggiò grazie alle sue strepitose parate, ma nella sua carriera c’è di più e soprattutto c’è di più nella sua vita. La piccola storia della famiglia Tomaszewski è parte di una storia molto più grande, largamente dimenticata, che proverò qui di seguito a raccontare.

La famiglia Tomaszewski raggiunse Wrocław (Breslavia) da Vilnius, l’odierna capitale della Lituania, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, su un unico treno. Non è chiaro in quanti abbiano affrontato il viaggio, ma erano certamente presenti i genitori di Jan, lo zio e la zia. Arrivati in Polonia, le due famiglie si stabilirono in due case vicine nella stessa strada.

Il padre e la madre (da nubile Wojcinowicz) di Jan avevano un’azienda agricola a Lentvaris, vicino Vilnius, mentre il nonno era guardia ferroviaria, in quel periodo un lavoro di tutto rispetto. Quando si incontravano per le strade di Wrocław intonavano canzoni folkloriche russe, le uniche che conoscevano. Ma cosa ci faceva una famiglia di origine polacca a Vilnius?

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La storia di Vilnius è piuttosto travagliata e rispecchia quella delle zone baltiche in generale: originariamente abitata da popoli baltici, divenne presto oggetto di insediamenti slavi, ebraici e germanici. Si ha menzione della città per la prima volta nelle lettere di Gediminas, scritte tra il 1323 e il 1324 dall’omonimo Granduca di Lituania, uno dei documenti più antichi del Granducato. La popolare leggenda riguardante la nascita della città attribuisce proprio al Granduca la paternità: stanco dopo un’impegnativa e fruttuosa giornata di caccia nella valle di Šventaragis, Gediminas rimase a dormire sul posto. Qui fece un sogno profetico: un enorme lupo di ferro ((Il movimento fascista lituano fondato da Augustinas Voldemaras nel 1927 prende il nome proprio da questa leggenda: Geležinis Vilkas, ovvero “lupo di ferro”.)) si trovava sulla cima di una collina e l’ululato di altri lupi riempiva tutti i boschi e i campi circostanti. Al risveglio Gediminas chiese al sacerdote pagano ((Gediminas rimane famoso nella storia lituana per essere stato un fiero pagano, battutosi fino alla fine contro la cristianizzazione della sua terra. Alcune delle lettere sopra citate sono indirizzate al Papa e riguardano appunto questo tema.)) Lizdeika di rivelargli il messaggio del sogno. Egli rispose:

Ciò che è destino per il governatore e lo stato di Lituania avvenga: il lupo di ferro rappresenta un castello e una città che saranno realizzati dal governatore in questo sito. La città sarà la capitale delle terre lituane e la dimora dei governatori, e la gloria delle loro opere echeggerà in tutto il Mondo ((La leggenda della nascita di Vilnius è tratta dal sito ufficiale della città.)).

Gediminas
Gediminas

Vilnius guadagnò lo status di città nel 1387 per opera di Władysław II Jagiełło (Ladislao II di Polonia o Re Jagellone), Granduca di Lituania della dinastia Gediminide divenuto Re di Polonia dopo la conversione al Cristianesimo, che riguarderà anche la Lituania stessa, ed il matrimonio con Jadwiga, sovrana di Polonia. Il legame tra le due nazioni verrà rafforzato ulteriormente nel 1569 con l’Unia lubelska (Unione di Lublino), che sancì la fusione del Regno di Polonia e del Granducato di Lituania in un’unico stato: la Repubblica dei due Popoli o Confederazione polacco-lituana. Con la nascita di questa nuova entità e la creazione dell’Università di Vilnius, la città fiorì e divenne il principale polo socio-culturale dell’area: questo comportò una naturale apertura ai migranti di tutta Europa.

Nel 1655, durante la Guerra Russo-Polacca, Vilnius cadde in mano dei russi che la rasero al suolo, massacrando la popolazione locale. L’espansione della città subì un deciso stop, per poi riprendersi durante il XVIII secolo. Dal 1795 Vilnius venne annessa all’Impero Russo, col quale non ebbe mai rapporti amichevoli: le rivolte furono numerose e tra i provvedimenti adottati dai russi si segnalarono la chiusura della prestigiosa Università, le esecuzioni di massa dei cittadini, la soppressione delle libertà civili e l’abolizione della lingua polacca e lituana ((Egidijus Aleksandravičius e Antanas Kulakauskas, Pod władzą carów: Litwa w XIX wieku, Universitas, Kraków 2003, pag.90.)). Ben presto la città divenne il centro dei rinascenti movimenti nazionalisti di bielorussi, ebrei, lituani e polacchi. Il 4 e 5 dicembre del 1905 si tenne a Vilnius la Didysis Vilniaus Seimas (Grande Assemblea di Vilnius) che radunò oltre duemila delegati proveniente da tutte le regioni della Lituania e anche dall’estero. Si deliberò la creazione di uno Stato lituano, autonomo all’interno dell’Impero Russo, con il proprio Parlamento a Vilnius ((Cfr. http://www.istorija.lt/html/motieka2005_priedas9.html)). Molti dei delegati che si avventurarono nella messa in atto della risoluzione vennero spediti in Siberia ((Cfr. http://www3.lrs.lt/home/w5_viewer/statiniai/seimu_istorija/w5_show-p_r=1002&p_k=1.html)).

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, Vilnius si ritrovò parte del territorio polacco nel Voivodato di Wilno ((Si ricorda che all’epoca la città era costituita in gran parte da popolazione di lingua polacca.)) (nome polacco di Vilnius) e visse un nuovo periodo di espansione che vide anche la riapertura dell’Università. Periodo che si interruppe durante la Seconda Guerra Mondiale: la storia di Vilnius ricalca quella di tutti i Paesi baltici e vede cambi di mano repentini tra Germania e Unione Sovietica, governi fantoccio, dichiarazioni di indipendenza represse col sangue, massacri e distruzione. Il patto segreto tra il ministro degli esteri tedesco von Ribbentrop e l’omologo sovietico Molotov per la spartizioni dei territori vicini alle rispettive nazioni prevedeva una sfera d’influenza germanica sulla Lituania, che si sarebbe vista “consegnare” Vilnius, parte del Voivodato polacco. La Lituania dunque sembrò beneficiare dell’accordo, che però non durò a lungo.

Vignetta satirica polacca (periodo 1925-1935): il maresciallo Piłsudski offre della carne marchiata "accordo" al cane col collarino "Lituania". Il cane, abbaiando "Wilno, wilno, wilno", dice: "Anche se mi stessi concedendo Vilnius, abbaierei Grodno e Białystok, perchè sono fatto così". È una pesante critica alla Lituania, restia a trovare un compromesso riguardo alla regione di Vilnius.
Vignetta satirica polacca (periodo 1925-1935): il maresciallo Piłsudski offre della carne marchiata "accordo" al cane col collarino "Lituania". Il cane, abbaiando "Wilno, wilno, wilno", dice: "Anche se mi stessi concedendo Vilnius, abbaierei Grodno e Białystok, perchè sono fatto così". È una pesante critica alla Lituania, restia a trovare un compromesso riguardo alla regione di Vilnius.

Finora appare chiaro come il rapporto tra Vilnius e la Polonia sia privilegiato: la popolazione polacca ha rappresentato una fetta consistente della demografia della regione per tutta la sua storia, arrivando a superare abbondantemente il 50% del totale ((Drugi Powszechny Spis Ludności z dnia 9 XII 1931 r, 1939. Statystyka Polski D (34).)). Dalla Repubblica dei due Popoli al Voivodato di Wilno, quando si parla di Lituania e di Vilnius si deve irrimediabilmente parlare anche di Polonia. Durante questo periodo la capitale Lituana si trovò in mano sovietica più volte e la politica nei confronti dei polacchi cambiò sensibilmente: durante l’annessione del 1940-41 le autorità locali cominciarono una serie di rappresaglie nei confronti dei polacchi, minacciandoli di dover ripianare i debiti o di arrestarli nel caso scegliessero di rimpatriare ((In realtà i polacchi non avevano un luogo dove rimpatriare ed emigrare ad ovest, con la minaccia nazista, era fuori discussione.)). Si arrivò a definirli “lituani polonizzati”, negandone l’origine e la possibile cittadinanza polacca, sfruttando il fatto che molta documentazione venne persa in guerra.

Dopo un’occupazione nazista di circa tre anni, nel 1944 l’Armata Rossa riconquistò la Lituania. Nello stesso anno venne firmato da Edward Osóbka-Morawski (a capo del Comitato Polacco di Liberazione Nazionale) e Nikita Khrushchev un documento riguardante il re-insediamento dei polacchi dalle Repubbliche Socialiste ucraina, lituana e bielorussa in Polonia. Il documento specificava chi poteva beneficiare del rimpatrio (principalmente polacchi ed ebrei cittadini della Seconda Repubblica Polacca prima del 17 settembre 1939 e le loro famiglie), cosa potevano portare con sé e quali aiuti avrebbero ricevuto dai rispettivi governi. Circa750mila polacchi ed ebrei vennero deportati dalle regioni occidentali dell’Ucraina e circa 200mila dalla Bielorussia occidentale e dalla Lituania, con le deportazioni che continuarono fino all’agosto del 1946.

Jan Tomaszewski festeggia insieme al secondo portiere Andrzej Fischer la vittoria sul Brasile che consegna alla Polonia il terzo posto al Mondiale del 1974.
Jan Tomaszewski festeggia insieme al secondo portiere Andrzej Fischer la vittoria sul Brasile che consegna alla Polonia il terzo posto al Mondiale del 1974.

La famiglia Tomaszewski non ha mai parlato in pubblico della deportazione, quindi non è dato sapere granchè, ma è sicuramente in questo periodo che va dal 1944 al 1946 che viene deportata nella terra d’origine insieme ad altre migliaia di famiglie. Le autorità sovietiche li caricano su un treno per Wrocław con una sola valigia in mano. Della loro vita in Lituania portano con loro una manciata di foto, molti ricordi e le canzoni folkloriche russe.

Jan Tomaszewski in breve

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Probabilmente il più forte portiere polacco di tutti i tempi, Jan Tomaszewski nacque a Breslavia nel 1948, membro di una famiglia espulsa da Vilnius dopo la Seconda Guerra Mondiale. Molti lo ricordano per la partita a Wembley contro l’Inghilterra, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 1974, che la Polonia pareggiò grazie alle sue strepitose parate, ma la sua carriera internazionale è ampia e ricca di successi: in quello stesso Mondiale Tomaszewski divenne il primo portiere nella storia della competizione a parare due rigori in due partite differenti ((A Staffan Tapper contro la Svezia ed a Uli Hoeness contro la Germania Ovest.)), conquistò la medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1976 e prese parte alla sfortunata spedizione polacca ai Mondiali del 1978.

A livello di club la sua carriera è legata all’ŁKS di Lodz, dato che gli fu impedito dal governo comunista polacco di trasferirsi all’estero prima dei trent’anni; una prassi comune nei paesi dell’est. Compiuti i fatidici trent’anni si accasò prima in Belgio, al Beerschot, e in seguito all’Hercules di Alicante. Si ritirò nel 1982 con 60 gol subiti in 63 partite con la nazionale polacca e 5 partite su 11 disputate ai Mondiali senza concedere reti. Anche il cugino Leszek Zalewski, di 11 anni più grande, è stato calciatore professionista.

Fonti e approfondimenti

Oltre al materiale citato nelle note:
Wojciech Staszewski, “Człowiek, który nie zatrzymał Niemiec”, Gazeta Wyborcza, 3/06/2008.
Highlights di Polonia-Inghilterra 1-1, giocata a Wembley il 17/10/1973 [YouTube].

(Christian Tugnoli, con l’aiuto di Gwidon Naskrent)