Las Vegas, 15 Febbraio 1978. Leon Spinks è proclamato campione mondiale dei pesi massimi
Las Vegas, 15 Febbraio 1978. Leon Spinks è proclamato campione mondiale dei pesi massimi

Clay lo potrei battere meglio io di Spinks. Sono pronto a giocarmi la casa. Se lo incontro di nuovo, lo stronco.

Alfio Righetti, campione italiano dei pesi massimi tra il 1977 e il 1979

Arrivare a disputare un combattimento contro Muhammad Ali, al secolo Cassius Marcellus Clay, era già una vittoria di per sé per un pugile della seconda metà degli anni settanta. Voleva dire essere riuscito a scalare tutti i gradini della carriera professionistica dei pesi massimi, per trovarsi davanti alla grande occasione della propria vita. E a rendere ancora più allettante quest’irripetibile opportunità c’era un premio (detto borsa nel gergo pugilistico), che poteva valere fino a qualche milione di dollari.

I gradini della carriera Leon Spinks se li era scalati bruciando le tappe. Peccato che la borsa non si rivelò all’altezza dell’evento. E per il match contro Ali della notte del 15 febbraio 1978, valevole per la corona, anzi per la cintura mondiale dei pesi massimi, si dovette accontentare di 320 mila dollari (poco più di 100 mila al netto di tasse, e compensi a manager ed allenatori), una cifra considerata modestissima per un avvenimento di una simile portata.

Ma Leon Spinks non era George Foreman o Joe Frazier, e neppure un divo del cinema come Ken Norton, in arte Mandingo. Non era altro che un giovane pugile ancora semisconosciuto al grande pubblico, anche se molto promettente. Dopo una travolgente carriera da dilettante, in cui aveva conquistato anche l’oro olimpico dei pesi mediomassimi a Montreal 1976, come professionista aveva disputato appena sette incontri, rimanendo comunque imbattuto. E l’agognata sfida contro Ali se la guadagnò in una sofferta semifinale a Las Vegas il 18 novembre 1977, superando di un soffio ai punti il riminese Alfio Righetti, la grande speranza tra i nostri pesi massimi dell’epoca.

In pochi credevano in un’eventuale vittoria dell’ancora inesperto Spinks, che per la maggior parte degli alibratori ufficiali (le scommesse erano legali nello stato ludico del Nevada), era quotata addirittura 10 a 1. Eppure Muhammad Ali, che alla faccia della modestia si faceva chiamare The Greatest, stava cominciando a invecchiare. Non era già più quel campione che “svolazza come una farfalla e trafigge come una vespa”, come lo definì il suo secondo Bundini Brown dopo la prima conquista del titolo mondiale contro Sonny Liston nel 1964. Da poco aveva suonato i trentasei anni, dodici in più del suo sfidante, ed era arrivato ai centodue chili di peso, sempre dodici più dell’altro. Anche le sue ultime vittorie ai punti nel 1977 contro pugili non proprio irresistibili, del calibro dell’uruguaiano Alfredo Evangelista e dello statunitense Earnie Shavers, avevano già fatto squillare più di un campanello di allarme. Ma certamente il suo mito, alimentato, oltre che dagli strepitosi successi, anche dalla sua personalità infinitamente carismatica, resisteva ancora a dispetto dell’età e della bilancia. E proprio andando contro le sue abitudini, in un’improvvisata conferenza stampa alla vigilia del match parlò del suo avversario in toni molto compassati, quasi a volere anestetizzare le tensioni. Un Muhammad Ali in versione così moderata non si era mai visto prima. Solo Angelo Dundee, suo fedelissimo allenatore fin dal 1960, e ancora una volta più realista del re, si sbilanciò a pronosticare una vittoria del suo pupillo, e la fissò tra l’undicesimo e il dodicesimo round.

Quasi a confermare i toni blandi dei protagonisti, anche secondo le previsioni degli organizzatori questo incontro non sembrava avere le carte in regola per raggiungere elevatissime vette di audience. E si optò allora per una cornice di basso profilo, quella dell’Hilton Pavilion di Las Vegas, la sala congressi del noto omonimo albergo, che per capienza non arrivava neanche ai diecimila posti a sedere.

Alle dieci di sera il campione del mondo salì sul ring sfoggiando la sua consueta spavalderia. Quando poi si levò di dosso l’accappatoio bianco, si vide che era più alto e più grosso del suo giovane sfidante. Ma il fisico di Spinks appariva decisamente più stilizzato, e il suo busto non mostrava le tracce di adipe che Ali aveva accumulato, un po’ a causa dell’età e un po’ per la mancanza di un allenamento costante negli ultimi tempi.

Allo scoccare del gong, Leon Spinks partì subito all’arrembaggio del campione, e cogliendolo di sorpresa, lo mise all’angolo con bordate di destro e sinistro al corpo. Ali si protesse il volto con i guantoni, e solo con enorme fatica riuscì a riportarsi al centro del ring.

Las Vegas, 15 Febbraio 1978. Un'immagine dell'incontro tra Ali e Spinks
Las Vegas, 15 Febbraio 1978. Un'immagine dell'incontro tra Ali e Spinks

Gli attacchi di Spinks proseguirono incessanti fino alla quarta ripresa, quando l’altro cominciò a perdere sangue dalle labbra per il riacutizzarsi di una ferita subita in allenamento pochi giorni prima. Ma proprio da quel momento il campione tirò fuori il suo smisurato orgoglio che stava lasciando incautamente a sonnecchiare. Riuscì a riprendere in mano l’iniziativa del confronto, confondendo ripetutamente lo sfidante con il proprio caratteristico gioco di gambe, una via di mezzo tra una danza di tip tap e un dribbling di Garrincha.

Per cinque riprese di fila Ali riuscì a imbrigliare l’azione di Spinks. La sua tecnica superiore si stava per imporre sulla maggiore potenza dell’altro. E alla fine del decimo round, consapevole della difficoltà di colmare lo svantaggio di punti, il fido Dundee gli raccomandò di sferrare il colpo finale, quello che avrebbe dovuto mettere K.O. l’avversario. E forse sarebbe stato davvero il momento ideale. Spinks era diventato professionista da poco più di un anno, e nei sette match disputati non aveva mai combattuto per più di dieci riprese.

Las Vegas, 15 Febbraio 1978. Un'imagine del match
Las Vegas, 15/02/1978. Un'imagine del match

Il campione spese tutte le proprie forze per mandarlo al tappeto, esibendo al meglio la propria arte pugilistica. Ma la potenza delle sue braccia non sembrava essere più quella dei tempi migliori. I suoi colpi diretti al volto arrivavano lenti e afflosciati, e il suo sfidante, anche se solo all’esordio in un incontro così lungo, riusciva a neutralizzarli e a contrattaccare senza apparente difficoltà. Ali, The Greatest, nonché Il re del mondo, estenuato e con un occhio tumefatto e quasi chiuso, cominciò a non crederci più. Nelle ultime due riprese, alle poche migliaia di spettatori di Las Vegas e ai diversi milioni di spettatori televisivi sembrò di assistere alla svogliata esibizione di un pugile in disarmo che non vedeva l’ora di stendersi sul lettino degli spogliatoi.

Muhammad Ali sulla copertina di Time del 27/02/1978
Muhammad Ali sulla copertina di Time del 27/02/1978

Il giovane Leon Spinks, l’ex caporale dei marines di Saint Louis, era riuscito a conservare il vantaggio accumulato nelle prime riprese. E quando risuonò la sirena di fine match, i secondi del suo staff corsero ad abbracciarlo con la certezza di avercela fatta. Si dovettero attendere meno di dieci minuti affinchè lo speaker dell’Hilton Pavilion leggesse ai microfoni il verdetto della giuria, che tutta la sala ascoltò in piedi ed in un religioso silenzio. Due giudici su tre diedero la vittoria a Spinks, e i suoi lo issarono in trionfo. Coperto dall’assordante ovazione del pubblico, ed impazzito di gioia, il nuovo detentore del titolo gridò più volte e a perdifiato: “Sono io il campione!” E la sua bocca spalancata, ora priva del paradenti da combattimento, scoprì i due incisivi superiori mancanti.

Leon Spinks sulla copertina di Sports Illustrated del 27/02/1978
Leon Spinks su Sports Illustrated del 27/02/1978. Credits James Drake

Fu così che il curioso sorriso da squalo di Leon Spinks diventò un’icona. E anche sulla sua origine ci furono, e continuano a esserci, due versioni contrapposte. La prima, da lui stesso riferita in un’intervista del dicembre 2005 al quotidiano statunitense The Boston Globe, narra che a rompergli i denti fu un suo commilitone dei marines, tra i quali si arruolò tra il 1973 e il 1976. E lo fece con una violenta testata durante una delle numerose risse a cui l’indisciplinatissimo caporale Spinks prese (volentieri) parte. La seconda, riportata invece dalla Gazzetta dello Sport nel 2002, fa risalire la causa a una meno epica malattia d’infanzia. Ma anche in precedenza lo stesso Spinks non fornì mai delle informazioni utili a svelarne il mistero. E pochi giorni dopo il trionfo del 15 febbraio 1978, alla curiosità di un giornalista del New York Times, rispose sibillino: “Un incisivo me l’hanno estratto. E, siccome anche l’altro era venuto male, mi hanno tirato via pure quello.” Ma qualunque sia stata la motivazione, l’effetto fu che, anche grazie a questa dentatura imperfetta (quasi sempre evitava di portare la dentiera, trovandola eccessivamente scomoda), la sua popolarità e la sua simpatia ne risultarono accresciute. E il giovane Leon, cresciuto nella povertà e nel degrado del quartiere ghetto Pruet Igo a Saint Louis, in una famiglia senza padre e con altri sei fratelli, tra i quali il futuro campione mondiale dei pesi massimi degli anni ’80 Michael, cavalcò l’onda di quell’insperato successo con frenetica euforia.

Leon Spinks
Leon Spinks

Già la mattina dopo la vittoria contro Ali ricevette offerte milionarie per sponsorizzazioni da multinazionali come la Seven Up e la Coca-Cola. E in brevissimo tempo si fece notare come un assiduo frequentatore di festini, ai quali si presentava indossando regolarmente abiti di colori chiassosi, cappellone nero da pistolero e ray-ban da sole (portati con disinvoltura anche di notte). Fu così che gli amici e i giornalisti presero a ribattezzarlo Neon Leon. Un po’ perché, come una lampada al neon, non passava mai inosservato, e un po’ dal nome d’arte di un cantante punk di serie B abbastanza in voga all’epoca negli Stati Uniti, e più noto per i suoi eccessi che per la sua musica.

Neon” Leon Spinks ce la mise tutta per dimostrarsi all’altezza del nuovo soprannome. Dimenticatosi quasi completamente di essere un pugile professionista con tanto di moglie e tre figli a carico, sparì dall’orbita della palestra e del focolare domestico, per concedersi anima e corpo alle pazze gioie della ricchezza. Proprio sua moglie Nova, sentendosi a dir poco trascurata, arrivò al punto da lamentare al settimanale People che “dal momento che mio marito ha conquistato il titolo mondiale, per me è cominciato l’inferno”.

Ma la dolce vita del neocampione dei pesi massimi non filò liscia e piacevole come lui probabilmente avrebbe desiderato. Solo un mese dopo, nel marzo del 1978 apparve su tutti i giornali la notizia del suo arresto da parte della polizia di Saint Louis per guida spericolata, corredata dalla sua foto in manette. E, siccome le forze dell’ordine della sua città natale non erano abituate a fare sconti, dopo appena quaranta giorni venne pizzicato di nuovo, questa volta per detenzione di droga. Altra foto in prima pagina, e inevitabile crollo verticale dell’immagine. Come conseguenza, le multinazionali ritirarono le loro offerte di sponsorizzazione, e un mucchio di potenziali guadagni andarono in fumo.

E, come se tutto questo non fosse bastato, ci si mise una nuova scadenza a incombere su di lui. Infatti, già prima del match contro Muhammad Ali aveva sottoscritto l’impegno di affrontare Ken Norton nel caso in cui avesse conquistato il titolo. Ma Leon, ora più che mai Neon, non sembrava proprio vedere l’ora di ritornare a combattere. Poi un’eventuale rivincita contro Ali, da rimandarsi più in là nel tempo, gli avrebbe avrebbe fatto incassare una borsa più pingue che un incontro con Norton.

Leon Spinks
Leon Spinks

Neon Leon non se lo fece ripetere due volte, prima di rifiutare la sfida contro Norton. Ma la WBC (World Boxing Council), che insieme alla WBA (World Boxing Association) costitutiva l’organizzazione internazionale di pugilato professionistico, non gradì questa sua scelta, e gli revocò la corona mondiale dei pesi massimi.

La WBA però, l’altro ramo dell’organizzazione internazionale, che continuava a riconoscerlo come detentore del titolo, si rese disponibile a mettere in piedi la grande rivincita. E la fissò per il 15 settembre 1978, questa volta in una struttura davvero suggestiva e imponente, il Lousiana Superdome di New Orleans, che poteva contenere fino a settantamila spettatori.

Così, mentre Muhammad Ali si preparava meticolosamente per l’impresa di riconquistare la forma e l’alloro perduti, Leon Spinks si concentrò con altrettanta diligenza su un’impresa parallela: ovvero come gettare ai quattro venti l’anticipo di 3 milioni e 250 mila dollari della borsa di 4 milioni e 100 mila dollari complessivi.

“Mi hanno fregato tutto gli avvocati!” reclamerà in un’intervista al quotidiano britannico The Sunday Times nel 2006, parafrasando involontariamente la celebre battuta di un gruppo di galeotti nel film “Le ali delle libertà”.

L’impresario Robert Arum, padre padrone del pugilato professionistico statunitense insieme al rivale Don King, rivelò che i giorni prima del match contro il redivivo Ali, era stato localizzato in diversi bar dei quartieri più malfamati di New Orleans. E, dopo l’inevitabile (e meritatissima) sconfitta, ai punti e con verdetto unanime, a Neon Leon non furono più concesse altre opportunità di salire alla ribalta. La sua carriera si trascinò tra crisi mistiche, donne aspira-soldi, mediocrità, figuracce, annunci di ritiro poi rimangiati, e acuti sempre più rari fino all’ultimo match del 22 ottobre 1994, quando ormai quarantunenne e in penose difficoltà economiche, accettò di tornare sul ring. E il suo patetico ritorno durò appena sessantanove secondi, giusto il tempo di venire messo K.O. da John Carlo, un modesto pugile debuttante di trentatre anni, che non lascerà grandi tracce nella storia della boxe.

Fonti

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James Tuite, “Spinks Beats Ali for Heavyweight Title”, The New York Times, 16/02/1978.
“Il mondiale tra Clay e Spinks sugli schermi di 23 TV private”, La Gazzetta dello Sport, 16/02/1978.
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“Ali:”No mereci ganar, pero espero la revancia.” Spinks: “He vencido el mejor boxeador de todos los tiempos.”, El Mundo Deportivo, 17/02/1978.
Angel Zuriga, “Ali, de campeón a “juguete roto”, La Vanguardia, 17/02/1978.
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Maurizio Mosca, “Non ha più voglia”, La Gazzetta dello Sport, 17/02/1978.
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“Leon Spinks Promises to Get Back to God the Top”, , Jet, 28/01/1985.
Trudy S. Moore, “Leon Spinks Goes From Millionaire Boxer To Bartender”, Jet, 27/03/1989.
“Leon Spinks”, People, 28/11/1994.
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Massimo Lopes Pegna, “Ho battuto Ali, ma oggi la mia vita è finita al tappeto”, SportWeek, 01/04/2006.
Brian Doogan, “The big interwiew: Leon Spinks”, The Sunday Times, 01/10/2006.
“Video del match da www.fandome.com”

(Giuseppe Ottomano)