Rodriguez e Siffert sulle sopraelevate dello speedway di Ontario
Rodriguez e Siffert sulle sopraelevate dello speedway di Ontario

28/03/1971, Ontario Speedway, Stati Uniti, 329.006 km (5.141 km x 32 giri x 2 manche)

Il meglio degli USA contro il meglio dell’Europa. In sostanza il Questor Grand Prix del 1971 era anche questo. Diciassette Formula 1 contro tredici Formula A americane; l’agilità delle monoposto della massima formula contro la potenza dei motori stock block di oltreoceano. Insomma: una vera e propria sfida tra mondi.

In verità il Questor Grand Prix non fu un confronto molto equilibrato. Troppe differenze di prestazioni e tecnologia a favore delle delle prime esistevano tra le Formula 1 e le consorelle Formula A americane. Certo, questo squilibrio derivava anche dalla differente visione delle corse che esisteva e tuttora esiste tra Stati Uniti ed Europa. Ma la sostanza diceva proprio questo. A parte la quasi concomitanza di una gara USAC (il principale campionato di monoposto americano) a Phoenix, e della classica Race of Champions di Formula 1 a Brands Hatch, che condizionò relativamente le forze in campo, il tentativo risultò comunque di grosso richiamo e interesse.

Mario Andretti e il mai domo Mark Donohue
Mario Andretti e il mai domo Mark Donohue

Il Questor Grand Prix era anche una sfida tra filosofie diverse e all’apparenza inconciliabili, ma con un parco dei partenti di prim’ordine. Senza ipocrisie, una parte del merito del successo traeva origine anche dal suo montepremi molto seducente: 278.400 dollari USA.

Dall’Europa arrivarono forze agguerrite. La Ferrari spedì Clay Regazzoni a Brands Hatch, e la coppia Ickx e Andretti, fresco vincitore del Gp del Sud Africa, a Ontario. Jackie Stewart, che in quell’anno vincerà il secondo titolo mondiale, si presentò come l’uomo da battere con la sua Tyrrell 001. La BRM, seguendo la sua tipica filosofia da mucchio selvaggio, decise di schierare tre vetture, due nuove modello P160 per Rodriguez e Siffert, e un vecchio modello P153 per Ganley. La Lotus in un primo tempo pensò di presentarsi con la rivoluzionaria 56B con motore a turbina, ma Emerson Fittipaldi e Reine Wissel decisero di utilizzare la più affidabile e veloce Lotus 72. La McLaren iscrisse Hulme e Peter Ghetin. La Matra schierò Amon su una MS102b con un motore vecchio di un anno, ma comunque competitivo. La Brabham si presentò con Graham Hill alla guida del nuovo modello BT34 con muso a chele di granchio, e Tim Schenken su una vecchia BT33. Erano presenti anche Ronnie Peterson su March 711, Derek Bell e Henry Pescarolo su March 701. Infine, il campione in carica di Formula A John Cannon decise di scavalcare la barricata e si iscrisse alla guida di una March 701 di Formula 1.

Jackie Stewart su Tyrrell 001
Jackie Stewart su Tyrrell 001
Graham Hill su Brabham Bt33
Graham Hill su Brabham Bt33

Le forze americane erano in buona parte costituite da telai Lola T192 F con motori Chevrolet V8. I nomi erano Lou Sell, Tony Adamowicz, Mark Donohue con una Lola del team di Roger Penske, George Follmer, Bob Bondurant, i fratelli Unser, Al e Bobby. Con una Mclaren M10B era presente anche la leggenda vivente americana A.J.Foyt, plurivincitore a Indianapolis, mentre Sam Posey e Peter Revson si iscrissero alla guida di due Surtees TS8.

Tra i partecipanti nelle file del blocco USA si notò anche un giovane molto promettente, Swede Savage, al volante di una Eagle del 1969, che in un modo tragico entrò qualche anno dopo nella leggenda americana delle corse, perdendo la vita in una maniera tanto spettacolare quanto atroce durante la 500 Miglia di Indianapolis del 1973.

George Follmer su Lotus 70
George Follmer su Lotus 70
George Follmer su Lotus 70
Mark Donouhe, il più veloce tra le Formula A

Il clima fra le due “fazioni” si riassunse perfettamente in una frase che A.J. Foyt, fresco vincitore della 500 Miglia Stock Car della serie Nascar su quello stesso circuito, pronunciò in previsione della sfida: “Dopo che avrò sistemato quei montanari (i piloti Nascar, n.d.r.), vedremo di battere anche questi capelloni europei”. Il riferimento provocatorio ai capelli lunghi quasi fino alle spalle di Jackie Stewart era sin troppo evidente.

La corsa si disputò sul nuovissimo circuito di Ontario, in California, considerato il più blasonato di quegli anni. Inaugurato nel 1970, su iniziativa della Questor Corporation, proprietaria di innumerevoli marchi, tra cui Spalding e Tinkertoys, il tracciato costò 25 milioni di dollari, e aveva una configurazione variabile (un ovale da cui si poteva poi deviare verso una miriade di varianti), che nella specifica occasione si sforzò di sposare le due filosofie europea e americana: un tratto di pista ovale e un misto stile europeo. All’interno dell’enorme tribuna centrale erano sistemati ristoranti, bar, boutiques, sale conferenze, negozi di tutti i tipi, tappeti e moquettes a perdita d’occhio, e aria condizionata ovunque, persino nei garage. Tutto era lontano anni luce dalla concezione europea di autodromo: essenziale ma scomoda. La sede stradale era ampia come in tutti gli ovali, le tribune però, a parte quella sul rettilineo principale, risultavano troppo lontane dall’azione, e lasciavano allo spettatore quasi la sensazione di assistere ad una gara di go-kart. Jackie Stewart inizialmente lo definì un grosso sentiero di campagna ben organizzato. Ma dopo aver percorso un po’ di giri cambiò idea, giudicandolo impegnativo e pieno di punti in cui sorprendere gli avversari. La lamentela che accomunò gli altri piloti di Formula 1 fu dovuta alla mancanza dei riferimenti riscontrabili invece nei circuiti classici europei.

Una veduta del circuito di Ontario
Una veduta del circuito di Ontario

Tempo per prendere confidenza con il nuovo tracciato venne dato a tutti e in grande quantità. Il mercoledì addirittura ognuno poteva girare senza limiti di tempo, e di questo ne approfittarono le Ferrari, arrivate in anticipo rispetto alle altre squadre europee, e praticamente tutte le vetture di Formula A. Fu durante questa prime sessioni di prove che Mario Andretti incappò in una brutta uscita di strada. L’anteriore della sua 312B risultò praticamente demolito. L’italo-americano lasciò la pista il giovedì mattina, insieme a A.J. Foyt e ai fratell Al e Bobby Unser, per recarsi a Phoenix e correre il sabato nella gara valida per il campionato USAC. Partì senza la certezza della propria partecipazione alla corsa di domenica.

I meccanici Ferrari non si persero d’animo e si buttarono a capofitto nell’operazione di ripristino delle parti danneggiate. L’obiettivo era quello di essere di nuovo in pista nell’ultima sessione di prove del sabato pomeriggio, quando Andretti sarebbe rientrato dalla gara di Phoenix. I giorni di prove successivi videro gli stessi meccanici Ferrari impegnati a ricostruire, pezzo su pezzo, l’anteriore della Ferrari 312B, e il resto degli iscritti impegnati a segnare il miglior tempo sul giro.

Mario Andretti e la sua Ferrari 312B riscostruita
Mario Andretti e la sua Ferrari 312B riscostruita

Il sabato mattina la Ferrari di Andretti era praticamente a posto: nonostante le migliaia di chilometri tra la California e Maranello, gli infaticabili meccanici Ferrari terminarono la ricostruzione della vettura praticamente dal nulla. Andretti, rientrato da Phoenix insieme ai fratelli Unser e A.J. Foyt in tempo per disputare l’ultima sessione cronometrata del sabato, si trovò davanti agli occhi la propria monoposto completamente rimessa a nuovo. Ringraziò tutti, felice come un bambino: “Grazie ragazzi. Domani vi farò vedere!”

Al termine delle prove, la griglia di partenza definitiva confermò le ipotesi della vigilia, che vedevano la sfida tra USA ed Europa come un versione di Davide contro Golia. E ai piloti statunitensi toccava interpretare la parte dei più deboli.

La pole se la aggiudicò Jackie Stewart, seguito da una vera e propria muta di piloti di Formula 1: Amon, Ickx, Hulme, Rodriguez, Hill. Il primo degli americani fu Mark Donohue con un ottimo (considerato il modesto mezzo a disposizione) settimo tempo, davanti a campioni del calibro di Siffert, Fittipaldi e Andretti, che nonostante i pochi giri riuscì a piazzarsi undicesimo. Solo due Formula A si classificarono nelle prime quattordici posizioni: Donohue e Follmer con la sua Lotus 70. Mentre A.J. Foyt, reduce insieme ad Andretti e ai fratelli Unser dalla gara USAC di Phoenix, si sistemò solo in fondo alla lista di partenza.

Durante l’assenza di Foyt venne chiesto a Stewart di provare la McLaren M10B del pilota americano; lo scozzese salì in macchina e subito suggerì alcune modifiche all’assetto. Poi, in pochi giri segnò un tempo che sarebbe stato l’undicesimo sulla griglia. A.J. riprese in mano la macchina e rivolle tutto come prima, senza farsi sfiorare dall’idea di mantenere il setup dello scozzese.

La griglia di partenza
Stewart Tyrrell, 1’41.257 Amon Matra, 1’41.275
Ickx Ferrari, 1’41.531 Hulme McLaren, 1’42.458
Rodriguez BRM, 1’42.473 Hill Brabham,1’42.763
Donohue* Lola, 1’43.211 Siffert BRM, 1’42.350
Fittipaldi Lotus, 1’43.358 Follmer* Lotus, 1’43.474
Wisell Lotus, 1’43.535 Andretti Ferrari, 1’43.542
Pescarolo March, 1’43.709 Schenken Brabham, 1′ 43.772
Posey* Surtees, 1’44.128 Cannon* March, 1’44.231
Peterson March, 1’44.360 Ganley BRM, 1’44.739
Bell March, 1’44.977 Gethin McLaren, 1’45.310
Sell* Lola, 1’45.397 Grable* Lola, 1’45.402
Bondurant* Lola, 1’45.528 Revson* Surtees, 1’45.668
Adamowicz* Lola, 1′ 47.831 A. Unser* Lola, 1’48.172
B. Unser* Lola, 1’48.512 Hutchinson* ASD American, 1’50.954
Savage* Eagle, 1’51.509 Foyt* McLaren, 1’52.229

In questo quadro di dominio praticamente incontrastato, l’unica nota dolente per le vetture di Formula 1 arrivò dalle avarie meccaniche, causate dalle curve sopraelevate del tratto di pista comprendente l’anello ad alta velocità. In particolare, sulle BRM P160 di Rodriguez e Siffert fu il triangolo della sospensione posteriore tra cambio e motore a rivelarsi decisamente fragile.

Anche in gara problemi alle sospensioni per la BRM di Jo Siffert
Anche in gara problemi alle sospensioni per la BRM di Jo Siffert

La gara venne divisa in due batterie da 32 giri a causa della limitata capacità dei serbatoi delle monoposto di Formula A. E diversamente dalla manche precedente, la griglia della seconda batteria sarebbe stata determinata sulla base dell’ordine d’arrivo della prima.

Majorettes, banda musicale, sfilate, e una partenza in stile Indianapolis si materializzarono davanti agli scettici piloti di Formula 1. Al volante della Porsche, dietro cui si accodarono le monoposto, c’era persino una celebrità in perfetto stile hollywoodiano: James Gardner, il Pete Aron del film “Grand Prix”.

La partenza della prima manche
La partenza della prima manche

Al via Ickx scattò in testa davanti a Stewart, Amon, Hulme, Hill e Jo Siffert. Più indietro il fenomenale Donohue, unico pilota di Formula A a dimostrare una parvenza di competitività, poi Andretti in recupero, fino a Rodriguez, Fittipaldi, Wisell e Pescarolo. Il resto dei concorrenti era ampiamente staccato già dopo i primi giri.

Alla sesta tornata iniziò lo stillicidio dei ritiri: A.J. Foyt, colui che doveva sistemare il capellone scozzese, rientrò ai box, e abbandonò la gara, lamentandosi della scarsa maneggevolezza della vettura. George Follmer, il secondo miglior piazzato tra le Formula A, si ritirò per un principio d’incendio. Anche Graham Hill, il primo ad abbandonare tra le Formula 1, si ritirò per problemi al motore. Mentre molto peggiore si rivelò la sorte di Swed Savage, giovane, veloce e di belle speranze: ebbe una brutta uscita di strada causata dal blocco dell’acceleratore e riportò gravi ferite alle gambe.

Jackie Ickx veloce ma sfortunato su Ferrari 312B
Jackie Ickx veloce ma sfortunato su Ferrari 312B

In testa Stewart riuscì ad avere ragione di Ickx quando questi dovette rientrare ai box a causa di una foratura progressiva a una gomma. Ma il bello doveva ancora arrivare: dalle retrovie con la Ferrari rattoppata (appena rientrati a Maranello si scoprì che il telaio di Mario Andretti era di qualche millimetro fuori squadra) stava rinvenendo come una furia l’italo americano. Appena liberatosi dell’eroico Mark Donouhe, si tuffò a capofitto alla caccia di Amon e Stewart. Anche Amon però subì una foratura a una gomma.

A quel punto Andretti aveva Stewart nel mirino, e tutti gli spettatori si ritrovarono in piedi per seguire la rimonta del loro beniamino. Dopo pochi giri, e complici anche problemi allo scarico del motore Ford Cosworth di Stewart, la Ferrari ricostruita di Mario Andretti passò al comando, provocando un boato di giubilo tra il pubblico presente. Dietro di loro finirono Siffert, Hulme, Ickx, Amon, Schenken, Ganley, e un grintoso e mai sconfitto Mark Donohue, primo delle Formula A.

Per la seconda manche gli organizzatori cercarono di convincere il riottoso A.J. Foyt a risalire in macchina. Lui accettò, anche se non troppo volentieri. E, quasi a dargli ragione, la sua gara durò appena due giri, finché il motore esplose improvvisamente costringendolo al ritiro.

Primi giri della seconda manche
Primi giri della seconda manche

Alla partenza Stewart scattò davanti a tutti. Pochi giri dopo però Mario Andretti si portò di nuovo alle sue spalle, e in breve riuscì a ripetere la manovra della prima manche portandosi al comando tra l’entusiasmo dei tifosi presenti. L’altro eroe locale Mark Donohue raggiunse addirittura il terzo posto prima di ritirarsi per problemi al motore. Dietro l’imprendibile Mario Andretti, Stewart riuscì a difendere la seconda posizione dagli attacchi di Amon, e a bissare il secondo posto di manche.

Finì come probabilmente prevedeva il copione: la sfida dei due mondi, vinta da un eroe dei due mondi: Mario Andretti. E proprio lui, che sembrava non essere neppure in grado di prendere il via, trionfò davanti a 200.000 spettatori in tripudio.

La premiazione
La premiazione

Mario Andretti nella propria carriera di pilota si aggiudicherà praticamente tutti i trofei più importanti: ovvero Indianapolis e Campionato del mondo di F1, ritirandosi dalle corse con il solo rimpianto di non aver mai vinto la 24 ore di Le Mans.

Fonti

Gwilym S. Brown, “It’s Not How Long You Wear Your Hair But…”, Sports Illustrated, 05/04/1971.
Autosprint, 05/04/1971. Giulio Borsari, “La Ferrari in tuta”, Edizioni Autosprint, 1980.
“Swede Savage – The 1st OFFICIAL Tribute Site”.
“The Questor Grand Prix”.

(Andrea Corbetta)